Cronaca

Askatasuna, il sindacalista rosso l’ha sparata grossa (ma grossa davvero)

La CGIL in piazza con i militanti violenti che attaccano la polizia. E il segretario si giustifica così

giorgio airaudo askatasuna Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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“Non condivido la violenza ma non potevo non essere in piazza: bisogna contrastare il tentativo della destra di ridurre le tensioni sociali a problemi di ordine pubblico”, così si è espresso in una lunga intervista alla Stampa Giorgio Airaudo, segretario della Cgil del Piemonte, in merito allo sgombero del centro sociale Askatasuna.

In precedenza, interpellato da un inviato della Rai, il sindacalista aveva sostenuto, in sintesi, che occorrerebbe riaprire la struttura la quale, bontà sua, sarebbe un luogo d’incontro e di dialogo.

Ora, in primis, ancora una volta un esponente di alto rango del sindacato rosso si schiera in modo netto su una questione che ben poco ha a che fare con i temi legati agli interessi legittimi dei suoi iscritti. Temi, pensiamo alla questione della giustizia e alla causa palestinese, di cui si stanno occupando abbastanza i partiti del cosiddetto campo largo, pertanto non si comprende il motivo, se non quello di essere un’organizzazione ibrida, a cavallo tra il sindacato e il partito politico, di aggiungere una ulteriore confusione di ruoli nel già caotico mondo della sinistra italiana.

Quanto poi all’accusa mossa alla destra di voler “ridurre le tensioni a problemi di ordine pubblico”, non mi sembra che i reiterati e delinquenziali comportamenti che caratterizzano alcuni personaggi di questi ambientini molto radicali possano essere considerati accettabili in un sistema democratico. Così come non può essere tollerato che, ammesso e non concesso che la decisione dello sgombero sia stata eccessiva, si pensi di farsi giustizia da soli picchiando i poliziotti e devastando tu ciò che queste bande di facinorosi incontrano sul loro cammino. Le stesse bande, vorrei ricordare al buon Airaudo, che quando nei vari atenei del Paese si discute su alcuni argomenti, su tutti proprio la causa palestinese, sono così democratici e dialoganti che tentano con ogni mezzo, assai spesso riuscendoci, di impedire a chi non le pensa come loro di esprimersi.

In questi luoghi di radicalizzazione non è assolutamente contemplato il dibattito e il confronto di idee anche contrapposte. Esiste una sola linea di pensiero e chi non la sostiene viene metaforicamente, e spesso anche fisicamente, cacciato a calci nel di dietro. Altro che luoghi d’incontro.

Claudio Romiti, 21 dicembre 2025

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