
Nell’immaginario collettivo, il demanio marittimo è sinonimo di bene comune, di tutela ambientale e di garanzia d’accesso per tutti. Senonché, dietro tale facciata idealistica si cela un potere opaco, concentrato e autoriflessivo, che trasforma la costa da spazio di libertà in dominio amministrato, regolato, concesso, revocato. Il mare, che per sua natura unisce e sfugge alle recinzioni, viene così imbrigliato in una rete giuridico-burocratica che ne fa un’estensione dello Stato, non della società.
Il demanio, per definizione, non si possiede: si gestisce. E chi lo gestisce può decidere come, quando e a chi permetterne l’uso. È questa la vera posta in gioco: non la proprietà – che almeno comporta doveri precisi e garanzie – ma un potere che si pretende neutro e invece è profondamente discrezionale.
Chi ottiene una concessione non è titolare di un diritto pieno, bensì fruitore condizionato, esposto all’instabilità normativa, ai mutamenti politici e alle oscillazioni interpretative. Un’impresa balneare, una struttura turistica, una piccola attività familiare costruita con anni di lavoro e investimenti, può essere spazzata via non da una sentenza, ma da una circolare ministeriale.
Quale mercato?
Lo si è visto con la vicenda delle concessioni balneari, travolte dal combinato disposto di giurisprudenza europea e inerzia normativa nazionale. L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con le sentenze del 2021, ha stabilito che le concessioni in essere non potranno più essere prorogate automaticamente dopo il 31 dicembre 2023, in nome della concorrenza e dell’accesso “aperto” al mercato.
Ma in realtà non c’è nessun mercato, perché non si tratta di beni disponibili, ma di porzioni di costa assoggettate al potere pubblico. Il risultato è paradossale: si invoca la concorrenza per riaffermare il dominio statale, si difende l’uguaglianza per negare la stabilità contrattuale, si pretende di aprire alla pluralità cancellando la continuità.
Confusione normativa
A complicare ulteriormente il quadro è recentemente intervenuta un’ordinanza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, che ha sancito che le concessioni avviate prima del 28 dicembre 2009 non rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva Bolkestein e non devono quindi essere oggetto di gara automatica. Una decisione che conferma – se ce ne fosse bisogno – la confusione normativa generata da anni di improvvisazione giuridica e mancanza di riforme chiare.
A questa incertezza contribuisce anche la frammentazione giurisprudenziale nazionale. Alcuni tribunali amministrativi, pur richiamando i limiti posti dal diritto europeo, hanno ammesso proroghe delle concessioni fino al 2033, a condizione che siano accompagnate da procedure comparative adeguate.
Altri, al contrario, hanno dichiarato nulle anche le proroghe al 2027, disapplicando le leggi statali in quanto ritenute in contrasto con il diritto dell’Unione. Il risultato è che la sorte di ogni stabilimento balneare dipende non da una regola chiara e condivisa, ma dalla geografia giudiziaria.
Il punto è il demanio
Eppure, il problema non è l’abuso del demanio, è il demanio stesso. È la concezione che la costa – per il solo fatto di essere bagnata dal mare – debba restare proprietà esclusiva dello Stato, come se l’acqua rendesse sacro ciò che invece è semplicemente terreno. Una concezione che affonda le radici nel Codice Civile del 1865, figlio di una visione napoleonica e centralista, che aveva trasformato in beni inalienabili spazi che nei secoli precedenti – come insegnavano già i giuristi romani – erano ritenuti res communes omnium, usi condivisi, non domini esclusivi.
Invece, l’Italia resta prigioniera di un’ideologia pubblicistica che trasforma ogni metro di spiaggia in un dossier, ogni cabina in un fascicolo, ogni ombrellone in una variabile politica. Gli imprenditori non possono investire con certezza, i cittadini non possono godere di servizi stabili e innovativi, e l’ambiente non è certo più protetto da uno Stato che spesso non pulisce, non gestisce, non controlla.
La verità è che la proprietà privata, quando è ben definita e tutelata, è molto più efficace nella salvaguardia del territorio rispetto alla gestione pubblica, che è frequentemente inefficiente, intermittente e influenzata da logiche clientelari.
Il totem delle spiagge libere
E che dire delle spiagge libere? Sono ormai divenute un totem ideologico. Si pretende di aumentarle per garantire l’accesso a tutti, dimenticando che l’accessibilità non si misura in metri, ma in qualità. Molti tratti di litorale “libero” risultano sporchi, abbandonati, privi di servizi e di sicurezza.
Dove manca una responsabilità precisa, prevalgono l’abuso e il degrado. L’idea che ciò che è pubblico funzioni meglio solo perché “non è privato” è smentita ogni estate, dai rifiuti sotto il sole alla mancanza di sorveglianza.
Un vero ordine – civile, ambientale, economico – può nascere solo da un contesto di regole semplici e certe. Come ha spiegato Friedrich A. von Hayek, l’ordine spontaneo emerge quando gli individui possono agire in autonomia all’interno di un quadro giuridico stabile, non quando ogni scelta dipende dall’autorizzazione dell’amministrazione. La gestione privata, se fondata su diritti forti e responsabilità chiare, può assicurare una cura del bene maggiore di qualsiasi circolare.
Cambiare paradigma
La soluzione non è quindi una nuova legge sulle concessioni, né l’ennesima proroga. È un cambiamento di paradigma: riconoscere che il mare appartiene a tutti e che la terra che lo costeggia può, anzi deve, appartenere a qualcuno. Non si tratta di escludere, bensì di responsabilizzare.
Il paesaggio non ha bisogno di essere privatizzato, quanto piuttosto liberato dalla morsa della burocrazia. Una spiaggia affidata a un privato con diritti certi sarà curata, accogliente, funzionante. Se invece resta soggetta all’arbitrio pubblico, col tempo verrà trascurata, abbandonata o trasformata in terreno di conflitto.
In fondo, il vero scandalo non è che ci siano troppi stabilimenti balneari, ma che nessuno possa dire con certezza se tra cinque anni il proprio lavoro esisterà ancora. Il demanio marittimo, nato per garantire l’accesso libero a tutti, oggi garantisce solo l’insicurezza per ciascuno. E la vera libertà non è camminare su una sabbia formalmente pubblica, ma sapere che ciò che si costruisce – con fatica, rispetto e responsabilità – non sarà distrutto dal potere di chi amministra, ma difeso da un diritto che riconosce e limita.
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