
Quando emergono dati sulla chiusura delle imprese, il riflesso del dibattito pubblico italiano è quasi sempre lo stesso: allarme, preoccupazione e invocazione di nuovi interventi pubblici. Si parla di crisi del sistema produttivo, di fragilità dell’economia, di necessità di sostegni o di politiche straordinarie.
Eppure, i numeri diffusi da Infocamere – la società consortile di informatica delle Camere di Commercio – raccontano una realtà molto diversa e, soprattutto, molto più coerente con il funzionamento di un’economia di mercato.
I dati
Nel 2025 circa il 2,73 per cento delle imprese nate nello stesso anno ha cessato l’attività entro dodici mesi: 8.830 su 323.533 nuove iscrizioni al Registro delle imprese. In altri termini, poco meno di tre imprese su cento non superano il primo anno di vita. Il dato è quasi identico a quello registrato negli anni precedenti e mostra una dinamica ormai abbastanza stabile.
La domanda da porsi non è quindi se il sistema economico stia fallendo. La vera domanda è invece un’altra: perché ci si aspetta che tutte le imprese debbano sopravvivere?
Un processo di scoperta
Il mercato non è un meccanismo di protezione universale. È un processo di scoperta. Ogni anno migliaia di persone tentano di trasformare un’idea in un’attività economica. Alcune riescono, altre no. Alcune trovano clienti e crescono, altre scoprono rapidamente che il progetto non funziona. Ma proprio questo processo di tentativi ed errori è il cuore della dinamica imprenditoriale.
L’attività economica, infatti, si svolge inoltre in condizioni di incertezza. Non esistono formule sicure né risultati garantiti. Alcune iniziative incontrano la domanda del mercato, altre no. Ma anche i tentativi che falliscono non sono inutili: producono informazioni preziose, perché segnalano che quella combinazione di risorse non rispondeva ai bisogni dei consumatori.
In questo senso la concorrenza non è distruzione, ma selezione. Come ha ricordato Ludwig von Mises, “la funzione della concorrenza non è la distruzione ma la costruzione: essa permette che la produzione si realizzi nel modo più razionale possibile”. Il mercato non è un meccanismo statico, ma un processo di scoperta continua, nel quale informazioni disperse e conoscenze imperfette emergono progressivamente attraverso l’azione imprenditoriale. Il mercato, attraverso successi e insuccessi, orienta continuamente il lavoro e il capitale verso gli impieghi più utili.
I dati settoriali lo confermano. Nel 2025 i tassi più elevati di cessazione riguardano le attività finanziarie e assicurative, con il 5,5 per cento, e il commercio, con circa il 4,8 per cento delle imprese che non superano il primo anno. In termini assoluti, il commercio registra il numero più alto di chiusure nello stesso anno di nascita.
Questo turnover non è necessariamente un segnale negativo. I settori più dinamici sono spesso proprio quelli in cui l’ingresso e l’uscita dal mercato sono più frequenti. Nuovi modelli di vendita, soprattutto legati al commercio elettronico, vengono sperimentati rapidamente. Alcuni funzionano, altri no. Nondimeno è proprio questa continua sperimentazione a generare innovazione.
Particolarmente significativo è poi il dato relativo alla forma giuridica delle imprese. Le ditte individuali presentano il tasso più alto di cessazione nel primo anno, circa il 4,2 per cento, mentre le società di capitali si fermano allo 0,7 per cento. La ragione è evidente: aprire una ditta individuale è più semplice e meno costoso, e proprio per questo consente anche di uscire dal mercato con maggiore rapidità quando un progetto non funziona.
L’economia dinamica vive di entrate e di uscite. Il problema non è che alcune imprese chiudano. Il problema sarebbe il contrario: un sistema in cui nessuna impresa fallisce è un sistema in cui nessuno rischia, nessuno sperimenta e nessuno innova.
I veri padroni
Il mercato, difatti, non è guidato da un’autorità centrale né da un piano elaborato da qualche ufficio ministeriale. È invece il risultato delle scelte quotidiane di milioni di individui che acquistano, rinunciano, confrontano prezzi e qualità, orientando così l’intero processo produttivo. Ogni acquisto è un segnale, ogni rinuncia è un giudizio.
Come Ludwig von Mises ha spiegato con grande chiarezza, nell’economia di mercato:
i veri padroni […] sono i consumatori. Con i loro acquisti e con la loro astensione dall’acquisto, essi decidono chi deve possedere il capitale e gestire le fabbriche. Determinano cosa deve essere prodotto e in quale quantità e qualità. Le loro attitudini si traducono in profitto o in perdita per l’imprenditore. Rendono poveri gli uomini ricchi e ricchi gli uomini poveri. Non sono padroni facili. Sono pieni di capricci e fantasie, volubili e imprevedibili. Non si curano affatto dei meriti passati. Non appena viene offerto loro qualcosa che piace di più o è più economico, abbandonano i vecchi fornitori.
È dunque attraverso questo continuo “plebiscito quotidiano” dei consumatori che il mercato seleziona le imprese. Quando un’attività non riesce a soddisfare i bisogni del pubblico, o non riesce a farlo meglio dei concorrenti, perde clienti, registra perdite e finisce per uscire dal mercato. Al suo posto emergono aziende più capaci di interpretare la domanda, di innovare o di offrire prezzi migliori.
L’imprenditore
In questo processo svolge un ruolo decisivo la figura dell’imprenditore. L’attività imprenditoriale non consiste semplicemente nel gestire risorse già date, ma nello scoprire opportunità che prima non erano evidenti: individuare bisogni inespressi, immaginare nuovi prodotti, trovare modi più efficienti di organizzare la produzione. Alcuni tentativi riescono, altri no. Ma è proprio attraverso questa continua sequenza di tentativi, errori e correzioni che l’economia progredisce.
Le imprese che chiudono rapidamente non sono quindi soltanto storie di insuccesso. Sono anche parte del processo attraverso cui il mercato apprende, corregge gli errori e rialloca capitale e lavoro verso attività più utili per i consumatori. È questo meccanismo di scoperta, selezione e adattamento che rende l’economia di mercato dinamica e capace di generare progresso.
Il problema italiano
Il vero problema italiano non è quindi il numero delle iniziative imprenditoriali che cessano di operare. È piuttosto che troppe non nascono affatto o sono costrette a muoversi in un ambiente ostile alla crescita. Burocrazia, pressione fiscale, regolazioni invasive e incertezza normativa rendono l’iniziativa economica molto più difficile di quanto sarebbe in un contesto istituzionale più libero.
Il mercato sa selezionare da solo le imprese che funzionano e quelle che non funzionano. Ciò di cui non ha bisogno è un potere pubblico che pretenda di sostituirsi a questo processo. Ha bisogno, semplicemente, di essere lasciato funzionare.
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