Mediobanca: la fine di un incantesimo contabile

Non è saltata solo una acquisizione, ma la convinzione che l'alchimia contabile possa sostituire i fondamentali. Sconfitta strategica per Mediobanca e personale per il banchiere più sopravvalutato

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Nagel mediobanca

C’è un proverbio della City che recita: se un’operazione sembra troppo complicata per essere vera, probabilmente è solo complicata. Se Alberto Nagel fosse venuto a trovarmi nel Miglio Quadrato, glielo avrei spiegato facile. E senza nemmeno doversi preoccupare di farsi capire nel suo inglese abbastanza incomprensibile, perché parlo italiano. Ma non faccio parte della cricchetta da salotto, e quindi non è venuto.

Si è affidato invece a se stesso e ai compari della Piazzetta. I salamelecchi di consigli di amministrazione, giornali e Assogestioni gli hanno fatto credere di sapere il mestiere. I compari recitavano un copione vecchio: la cosmetica contabile viene prima dei fondamentali.

L’operazione Generali

Adesso il giocattolo si è rotto. L’offerta di scambio su Banca Generali, presentata con l’aria solenne di chi “ridisegna il wealth management europeo”, è stata respinta dagli azionisti con la freddezza che si riserva ad un prestigiatore smascherato.

Nagel aveva immaginato un colpo di genio: trasformare il 13 per cento di Assicurazioni Generali detenuto da Mediobanca in moneta di scambio per acquisire Banca Generali. Valore implicito: 6,3 miliardi. L’operazione, a guardarla bene, aveva tutto il fascino di un matrimonio combinato tra cugini nobili decaduti: stessi cognomi, stessi salotti, stesso circolo del tennis. E, come spesso accade in questi casi, un figlio problematico in dote: l’avviamento contabile.

I numeri, sbandierati nelle slide, erano già un manifesto di autoindulgenza. Plusvalenza contabile di circa 2,2 miliardi dalla vendita delle Generali, immediata cristallizzazione sul CET1, e via con le fanfare. A regime, sinergie pre-tax da 300 milioni, con oneri di integrazione una tantum da 350 milioni. In pratica, un investimento che comincia a generare valore netto solo dopo tre anni, sempre ammesso che il tempo non corra più veloce delle promesse. Nel frattempo, quasi 5 miliardi di avviamento in bilancio e un CET1 che, anziché rafforzarsi, scendeva di oltre 100 punti base nella versione pro-forma.

Tradotto in finanza elementare: il rendimento pre-imposte sull’esborso implicito non superava il 5 per cento, e a livello netto scivolava intorno al 3 per cento. Con un WACC a doppia cifra, era come chiedere agli investitori: “Per favore, finanziate un rendimento inferiore al vostro costo opportunità”. Un modo molto elegante di sollecitare un assegno in bianco.

La risposta degli azionisti

Gli azionisti hanno risposto come Londra avrebbe previsto: con un secco no. Solo il 35 per cento ha votato a favore, il 10 per cento contro, e un imponente 32 per cento si è rifugiato nell’astensione. Delfin, con il suo 20 per cento, ha scelto il silenzio come forma di critica. Caltagirone ha messo il pollice verso. Non era un incidente di percorso, ma una sfiducia pubblica verso un modello di governance che vive ancora nell’illusione dei patti di sindacato.

Nagel ha attribuito la sconfitta a “conflitti di interesse” tra gli azionisti. Frase memorabile, se si considera che l’intera carriera del banchiere è stata costruita sulla gestione di conflitti d’interesse travestiti da sistema. Piazzetta Cuccia ha campato per decenni di intrecci, incroci e salotti. Lamentarsene oggi è come se il direttore di una distilleria si lamentasse che l’alcol dà alla testa.

Sconfitta strategica

Sul piano strategico, la sconfitta è pesante. Mediobanca resta senza una narrativa di crescita credibile: il wealth management rimane in mano a chi ha più scala e più margini. Senza Banca Generali, Nagel non può raccontare né un incremento strutturale del capitale, né una riduzione del costo di raccolta. Resta solo la vulnerabilità davanti a MPS, che adesso non appare più come un assalto ostile ma come una formalità di calendario.

Il valore simbolico, però, è ancora più incisivo. Per anni Mediobanca è stata presentata come il tempio della stabilità italiana, la banca che non era mai spettacolare ma sempre inevitabile. “Se Cuccia parla, il mercato ascolta”. Stavolta il mercato non ha ascoltato, e ha votato contro. La liturgia è finita, e con essa l’aura di inevitabilità che proteggeva il banchiere più sopravvalutato da quando l’uomo inventò il cavallo.

Stampella francese?

In un contesto normale, un amministratore delegato così clamorosamente sconfessato si sarebbe già alzato e congedato. In Italia, invece, c’è sempre la tentazione di parlare di “occasione mancata” e di promettere nuove opportunità. Ma gli azionisti hanno letto le note a piè di pagina e, per una volta, hanno fatto i conti.

Qualcuno sostiene che la partita non sia finita. In Italia, del resto, le sconfitte manageriali si trasformano spesso in preludi a nuove ricollocazioni. Nagel potrebbe ancora trovare una stampella francese, o convincere un qualche consigliere di amministrazione che la sua visione è solo stata mal compresa. La differenza, però, è che questa volta il sipario è calato davanti a un pubblico internazionale, e la platea non ride.

È saltata un’acquisizione, ma soprattutto è saltata la convinzione che l’alchimia contabile possa sostituire la strategia. Nagel ha confuso la cristallizzazione di plusvalenze con la creazione di valore, ha creduto che il CET1 fosse una narrazione sufficiente, ha pensato che i costi di integrazione potessero sparire sotto il tappeto delle sinergie. La vera sinergia, alla fine, sarà fra la sua penna e la firma in calce al contratto di buonuscita.

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