Che fine ha fatto la Tecnodestra? Sopravviverà alla lite Musk-Trump

Nonostante gli strappi, ancora presto per dichiararne il tramonto. Ecco filosofia e aspirazioni di questo mondo. Intervista all'autore di "Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere", Andrea Venanzoni

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musk trump

È un’indagine serrata, rigorosa ed eccentrica sul più incompreso e famigerato nuovo paradigma del potere che unisce il Maga e la PayPal Mafia, le tesi di Rothbard e i miti della frontiera di Turner quello che Andrea Venanzoni regala al lettore con il suo “Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere” (Signs Publishing).

Un testo labirintico ricco di spunti, guizzi e approfondimenti che aldilà della curiosa e improbabile diarchia tra Trump e Musk evocata dai media esplora la galassia del nuovo capitalismo politico, delle élite digitali e dei loro riferimenti occulti, esoterici ed essoterici. Tra Peter Thiel e JD Vance, René Girard e Curtis Yarvin. Un testo intrigante in cui Venanzoni, intellettuale, docente e saggista, porta il lettore nella galassia del nuovo potere americano e dei suoi inediti e fraintesi paradigmi.

Oltre Musk-Trump

FRANCESCO SUBIACO: A seguito delle spigolosità e delle divergenze tra Elon Musk e Donald Trump in molti hanno dichiarato il tramonto della Tecnodestra. Lei come inquadra invece le tensioni tra il Maga e il libertarismo oscuro?

ANDREA VENANZONI: Mentre, per comprensibili ragioni, ci si focalizzava sulla rottura, in apparenza totale, tra Musk e Trump, meno ci si è soffermati sul contratto che aggiudica a Palantir l’integrazione e l’interconnessione dei dati e dei pattern di politiche pubbliche da parte delle amministrazioni americane.

Si è erroneamente parlato di un database integrato federale, in realtà si tratta di qualcosa di più profondo, innovativo e radicale. Il progetto Ontology di Palantir costituisce una sfida di funzionale interconnessione tra le varie piattaforme messe a disposizione dal colosso della analisi dei dati, come Gotham e Foundry, per processare la mole massiva dei dati detenuti dalle varie amministrazioni, producendo una nuova razionalità legislativa, esecutiva e amministrativa nel definire gli interventi, le politiche pubbliche, le modalità di erogazione dei servizi.

In una certa misura potremmo dire che l’ontologia digitale offerta da Palantir diventa la manifestazione più perfezionata di una nuova modalità di governo algoritmico. E già questo dovrebbe mettere a tacere chi parla di una fine di quell’apparato tecno-industriale, che peraltro anche in termini puramente politici ha pur sempre prodotto J.D. Vance.

Vedremo se anche la rottura tra Musk e Trump rientrerà, ma ad ogni modo questo non cambia molto il quadro generale. Ho sempre sostenuto e scritto che Musk fosse il volto più emerso e conosciuto della tecnodestra ma non quello davvero centrale.

Il punto di faglia

FS: Perché in un articolo su Tempi ha definito il rapporto tra Musk e Trump la storia di un disastro annunciato? E cosa è successo in questi oltre 100 giorni di apparente simbiosi?

AV: Due caratteri bigger than life, due visioni radicalmente diverse. Musk, più idealista e dirompente, Trump al contrario legato a una dimensione in certa misura più antiquata di potere e di interesse finanziario. Queste visioni, l’idea di dover attraverso la tecnologia avanzata modificare il reale, la voglia di lasciare un segno epocale sui tempi che viviamo, da un lato, e dall’altro il messianismo MAGA, dal sapore isolazionista, autarchico, decisamente non amante della libertà dei mercati, non potevano che entrare profondamente in conflitto.

Lo hanno testimoniato anche altri episodi che prescindono del tutto dalla furiosa escalation tra Musk e Trump. Penso alle accuse che il finanziere repubblicano Bill Ackman ha rivolto al segretario al commercio Howard Lutnick, accusato dal primo di aver profittato delle politiche sui dazi.

Penso all’aver alienato le simpatie libertarie, inizialmente schierate a favore di Trump; da Thomas Massie a Rand Paul, passando per il Cato Institute, fino agli insulti rivolti da Trump a Leonard Leo, mente della Federalist Society, associazione conservatrice di legal scholars, giudici, avvocati, che aveva sostenuto Trump e lo aveva coadiuvato nella scelta dei giudici.

Gli stessi dazi rappresentano un punto di faglia decisivo in questa frattura; il Tech, anche solo per motivazioni di mera supply chain, non può sostenere forme di protezionismo e di agognata autarchia. Musk ha interessi in Cina decisamente non banali, ma lo stesso vale anche per Amazon, Microsoft. Google ha moltissimi ingegneri di origini cinesi, aspetto questo che non si sposa benissimo con le politiche migratorie trumpiane. Senza contare che le realtà del Tech legate a sicurezza e difesa hanno interesse a esportare e vendere i loro prodotti in Europa.

FS: Pensa che nonostante questo scontro il rapporto tra tecnocapitalismo e trumpismo proseguirà?

AV: È sicuramente incrinato, ma la tecnodestra è estremamente pragmatica. Contano più i contratti e la ridefinizione organica dello Stato piuttosto che proclami o bandierine ideologiche. In questo senso cambia poco, perché lo stesso Trump non può chiudere le porte a chi lo ha fatto eleggere, sapendo soprattutto che tra non molto ci saranno le elezioni di midterm.

L’enigma Vance

FS: Cattolico identitario e secondo alcuni referente della PayPal mafia, agostiniano reazionario e allo stesso tempo visionario di un MAGA forse più dark ma anche più high tech di quello di Rubio e Trump. Come inquadra Vance?

AV: Politicamente e professionalmente parlando Vance è figlio di Peter Thiel, che lo ha assunto in Mithril Capital e poi lo ha orientato al trumpismo, ed è noto il fatto che Vance agli inizi della sua carriera politica non fosse esattamente un estimatore di Trump.

Più che di conversione, parlerei di un atteggiamento strategico e opportunista. Possiamo supporre che magari voglia emanciparsi dall’ombra di Thiel, ma avrebbe per lui senso scegliere in maniera convinta Trump? Per motivazioni anagrafiche, di potere finanziario, sarebbe una scelta masochista. Chiaramente rimane lui l’uomo, in chiave politica, con cui la tecnodestra pensa di sostituire Trump, a prescindere da quando questa sostituzione avverrà.

La filosofia di fondo

FS: Nel suo libro Tecnodestra indaga la genesi di nuovi paradigmi del potere spesso banalizzati dai media. Quali sono questi paradigmi del potere che sono banalizzati dietro l’etichetta di Tecnodestra? E come sono nati?

AV: Se si considera quanto ho detto parlando di Ontology di Palantir, o se ci si sofferma sul muskiano DOGE, direi che la risposta è piuttosto cristallina: traslare le logiche disruptive dell’alta tecnologia alla forma di governo e al circuito decisionale politico, per superare i costi di transazione e le inefficienze prodotti dalla democrazia rappresentativa, producendo così un potere del tutto nuovo.

La nascita va individuata nel gigantismo del Tech e nella sua insofferenza per gli ossificati schemi istituzionali americani, e non solo americani.

FS: Da Rene Girard al neocameralismo, da Curtis Yarvin ai miti del postmoderno passando per le tesi della frontiera di Turner. Quali sono i veri riferimenti e le mitologie politiche di questa nuova fase e stagione politico-culturale racchiusa in questa formula? E quali le sue principali incarnazioni e eresie?

AV: Una buona base di partenza concettuale, se si vuole andare alla radice di queste realtà, è rappresentata da “Il momento straussiano” di Peter Thiel, che Liberilibri ha meritoriamente pubblicato in Italia da pochissimi giorni.

Un testo fortemente influenzato da Leo Strauss, René Girard, Oswald Spengler, Carl Schmitt e che esprime bene quella che è la filosofia sostanziale di questo mondo: convergenza tra innovazione tecnologica e sicurezza, difesa armata, rivitalizzazione della civiltà occidentale inquinata da woke, feticismo per i diritti, fallace e ipocrita umanitarismo, esigenza di riassegnare alla vita e alla tecnologia delle funzioni ulteriori rispetto una forma puramente consumeristica.

Tutto il resto, a partire da Yarvin, sono piume di struzzo ornamentali. Affascinanti, senza dubbio, ma con scarsa incidenza concreta.

Una nuova élite americana

FS: Cosa intende quando nel suo testo parla di cyber destino manifesto? E oggi come questa visione può condizionare la bussola delle future amministrazioni Usa?

AV: La dottrina del Destino manifesto, coniata nell’Ottocento dal giornalista John O’Sullivan, è alla base della colonizzazione interna della Frontiera statunitense e dell’eccezionalismo americano. Consiste, volendo brutalmente semplificare, nell’idea che gli Usa siano insigniti di una missione in certa misura messianica, una vocazione all’espansione per civilizzare il mondo. L’aggiunta del suffisso cyber serve solo per indicarne la ricontestualizzazione all’epoca digitale.

Verso un nuovo secolo americano?

FS: Quale sarà il futuro e il ruolo delle correnti e dei rapporti tra capitalismo e politica approssimati sotto il concetto di Tecnodestra nelle prossima fase? E che ruolo svilupperanno i demiurghi del caos di cui parla nel suo libro?

AV: L’aspirazione è inghiottire il politico nel tecnologico e nelle logiche di mercato, anche se metterei enfasi sul primo aspetto e meno su questo secondo aspetto visto che l’apparato tecno-industriale che rubrichiamo come tecnodestra vuole riplasmare lo Stato, non certo abbatterlo.

FS: Nuovi libri in cantiere?

AV: Ho tradotto e introdotto “Il momento straussiano” di Peter Thiel. Per il resto mi concentro su “Tecnodestra”, che è uscito da poco.

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