
Il 3 ottobre la Chiesa d’Inghilterra ha annunciato il successore di Justin Welby, dimessosi a inizio anno, a seguito del coinvolgimento nello scandalo legato alla copertura di abusi sui minori commessi all’interno della Chiesa, di cui avevamo dato approfondita copertura qui su Atlantico Quotidiano. Il nome del centoseiesimo arcivescovo di Canterbury ha generato un grande interesse e anche polemiche nel mondo anglicano, tanto che già si profilano ombre di rottura insanabile in una realtà da tempo scossa da fratture sempre più ampie.
Le prime reazioni
La prima ondata di clamore è partita immediatamente, e potremmo dire proprio per via del nome, inteso in quanto tale: Sarah Mullally (da pronunciarsi con l’accento sulla “a”). In marzo, quando sarà ufficialmente consacrata nella Cattedrale di Canterbury, Sarah diventerà infatti la prima donna a sedere sullo scranno di Agostino, in quattordici secoli di storia: naturale che un evento privo di precedenti crei sommovimenti emotivi.
Eppure, non è tanto questo il problema. Le reazioni più dure sono infatti arrivate in una seconda ondata, man mano che andava a delinearsi il profilo del nuovo arcivescovo, percepito da molte comunità, specialmente in Africa, come troppo liberal. Ma andiamo con ordine: per capire cosa si prospetta all’orizzonte, dobbiamo innanzitutto conoscere la persona in oggetto, e forse così saremo in grado di farci un’idea più fondata, e valutare se in realtà ci sia ancora margine per sviluppi costruttivi, all’interno della Comunione Anglicana.
Come si è arrivati alla nomina
Fino alla mattina dell’annuncio, i commentatori specializzati si dicevano sicuri che, pur essendo stabilmente nel novero dei favoriti, alla fine non sarebbe stata eletta, dato che la Crown Commission avrebbe preferito un candidato che smuovesse le acque il meno possibile, in un momento in cui sono già agitate.
La Commissione si era presa nove mesi per pesare la propria decisione, aveva consultato migliaia di fedeli attraverso iniziative di ascolto nelle parrocchie e online, e tutto faceva pensare che tanto tempo e tante riflessioni giocassero in favore di un profilo basso, il più prudente in un momento di burrasca.
E invece appena si è saputo che la scelta era caduta su una donna, l’attenzione dei media si è concentrata su questo singolo aspetto. “Bishop Sarah” è anche il secondo arcivescovo in cinque secoli a non essersi formato a Oxbridge: che a Canterbury abbiano deciso di fare la rivoluzione, sfidando i conservatori ad accettare l’inaccettabile – si sono chiesti i tabloid – senza lasciarsi scappare l’occasione di fare ironia sulle quote rosa pure in canonica.
Passato il primo subbuglio emotivo, è stato però chiaro che la realtà è ben diversa. Sarah Mullally si è presentata con un discorso breve, dai toni concilianti ma tutt’altro che neutri, e non ha rimarcato la novità che rappresenta. Ha ringraziato le donne che sono venute prima di lei nella Chiesa, ma non ha fatto della sua identità il punto focale.
Il tema degli abusi
La sua elezione resta un evento storico, ma è il punto di un percorso ormai avviato, dato che da trent’anni la Chiesa ordina le donne al sacerdozio e da dieci all’episcopato – in altre province, come Canada, Australia, Brasile o Hong Kong anche da prima. Insomma, per quanto importante non è questo il punto su cui insistere. Perché farlo vorrebbe dire dare per scontato che Sarah Mullally sia stata scelta in quanto donna, e non perché ritenuta la persona più adatta ad affrontare le sfide e i problemi della CofE. Soprattutto quello degli abusi, e qui risulta chiaro quale sia stata la motivazione più forte nelle menti dei componenti della Commissione.
“Serve un cambiamento di paradigma culturale” ha affermato la neonominata Primate di tutta l’Inghilterra, se si vuole affrontare il “grave fallimento” sul tema degli abusi, anche se “non sarà facile” combattere con la tendenza del potere, anche ecclesiastico, a nascondere la polvere sotto il tappeto per proteggere reputazioni e carriere. Mullally è stata tra le voci più critiche negli ultimi anni su questo tema, e il suo approccio sarà indubbiamente molto diverso: fin dalla sua prima apparizione in pubblico, ha messo in chiaro che ha intenzione di parlarne, di informare.
Nei prossimi mesi procederà a un’ampia riforma del sistema di safeguarding della Church of England, che dovrà essere più immediato, più trasparente, votato a tutelare le vittime e a fornire loro canali per denunciare e per ricevere assistenza. Forse nessuno, all’interno di un’istituzione tanto antica e ramificata, potrebbe mettere mano a un progetto così ambizioso e allo stesso tempo concreto: d’altronde, lo ha già fatto.
Da dove viene Sarah Mullally
Già, perché Sarah Mullally ha alle spalle decenni di esperienza a ogni livello in un altro mondo caratterizzato spesso da casi di abusi – di potere, di posizione, anche sessuali – puntualmente accompagnati da omertà e tendenza a lavare i panni sporchi in casa: la sanità. Quella che oggi è la sessantatreenne Bishop Sarah, ha infatti attraversato tutta la gerarchia del campo infermieristico inglese.
Laureatasi nel 1984, ha lavorato per anni in vari ospedali londinesi, continuando nel frattempo gli studi fino al master conseguito nel 1992 alla London South Bank, è diventata prima caposala e poi responsabile del personale infermieristico, e in ogni ospedale ha cercato di mettere al centro del sistema il benessere e la sicurezza dei pazienti. I risultati ottenuti alla direzione del dipartimento di infermieristica del Chelsea and Westminster Hospital le valsero la nomina a Chief Nursing Officer per l’Inghilterra, il più alto ruolo dirigenziale, e a responsabile nazionale per la “patient experience” del National Healthcare Service, ruoli ricoperti tra 1999 e 2004, nel pieno della riorganizzazione della sanità britannica voluta dal governo Blair.
Nel 2004 si dimise, annunciando di voler intraprendere il percorso per diventare sacerdote, seguendo una fede che l’aveva accompagnata fin dalla prima giovinezza. Completati gli studi in teologia presso lo Heythrop College della University of London e ordinata sacerdote nel 2006, ha subito ricoperto ruoli organizzativi, facendo parte di commissioni etiche, di vigilanza e di formazione.
Tesoriere della Cattedrale di Salisbury dal 2012, nel 2015 viene consacrata vescovo di Crediton, e nel 2017 vescovo di Londra. In questo ruolo diventa nel 2020 la prima donna a consacrare dei vescovi nella storia della Chiesa inglese, e ai suoi impegni si aggiunge quello politico alla House of Lords.
Apprezzata dagli anglo-cattolici
Alla Camera, Sarah Mullally dimostra di non essere un personaggio che si lascia incasellare facilmente. In ogni suo ruolo, nell’episcopato come a Westminster, ha infatti sempre mantenuto il suo approccio, guardando alle persone e ai loro bisogni più che alle posizioni ideologiche. E in questo suo atteggiamento si è fatta sia nemici che amici, questi ultimi – apparentemente – improbabili, per chi ormai si sia abituato a valutare per compartimenti stagni.
Pur avendo un approccio da Broad Church che non disdegna la teologia liberale, Sarah Mullally è infatti apprezzata dagli anglo-cattolici, anche quelli conservatori: Forward In Faith, la loro principale organizzazione, è stata tra i primi a congratularsi con lei, ribadendo senza giri di parole che la considerano a tutti gli effetti titolare legittima del titolo di arcivescovo.
Ma come, se non accettano donne sacerdote nelle proprie parrocchie? Eppure, si tratta di una contraddizione solo apparente. Nei suoi anni da vescovo di Londra, Mullally ha lavorato in stretta collaborazione con il vescovo di Fulham, incaricato di fornire alle parrocchie tradizionaliste (circa il 7 per cento del totale) la cura pastorale necessaria, e anche da arcivescovo permetterà ai vescovi preposti a tale ruolo di essere consacrati da uomini, conservando così intatta una successione apostolica anche secondo gli standard dei tradizionalisti, i quali, una volta garantita questa loro autonomia, non hanno alcun problema a riconoscersi gregge di un arcivescovo donna.
I temi etici
Anche perché Mullally è disposta a mediare su tutti i temi, ma senza rinunciare a mantenere la schiena dritta sui punti che reputa fondamentali: in questi anni in Parlamento, ha rappresentato una delle principali voci di opposizione alla legge sul suicidio assistito proposta dal governo, che secondo lei sarebbe inattuabile all’atto pratico, oltre che pericolosa per gli individui più vulnerabili.
Questo perché la nuova legge “fallisce proprio nel suo punto centrale, ovvero quello di offrire una scelta”, togliendo possibilità di autodeterminazione alle persone per mettere il potere nelle mani di commissioni medico-giuridiche, organismi che nella sua lunga esperienza ha constatato risultare spesso incapaci di fare l’interesse dei pazienti.
Una chiesa inclusiva
Non vi è una cesura tra la Sarah Mullally infermiera e la Sarah arcivescovo: vi è la stessa visione che dà valore alle persone ai loro bisogni prima che alle linee di separazione tra correnti. Quella che vuole è una Chiesa che sia davvero inclusiva per tutti, e questo passa dallo stanziare un budget extra per le banche alimentari gestite dalle parrocchie e la realizzazione di lavori per abbattere le barriere architettoniche (suo primo provvedimento, emesso appena eletta), per arrivare alla benedizione delle coppie omosessuali, da lei avallata due anni fa, quando sedeva nella commissione preposta a decidere della posizione della Chiesa in materia di persone LGBT.
Gli oppositori
Come anticipato, più del sesso di appartenenza del nuovo arcivescovo, è questa sua apertura a costituire il problema insormontabile per la vera opposizione: le correnti evangeliche conservatrici, specie quelle del Global South. In particolare, la Gafcon, movimento conservatore nato nel continente africano, che da anni punta a inserirsi come promotore di un “anglicanesimo autentico” ha comunicato di prendere atto “con dolore” della nomina, e di non considerare più l’arcivescovo di Canterbury il primus inter pares della Comunione Anglicana. Gli arcivescovi africani si assumeranno la guida di una “nuova attività missionaria” per fornire cura pastorale ai “veri fedeli” in Occidente.
Certo, messa così pare proprio una rottura irreparabile, ma le cose sono più complesse, e niente è deciso. Se Gafcon e la Chiesa dell’Uganda hanno alzato la voce, quella del Sudafrica e perfino quella del Kenya, solitamente conservatrice, hanno salutato il nuovo arcivescovo con approvazione. La Commissione che l’ha eletta era formata anche da rappresentanti delle varie Chiese della Comunione Anglicana, in percentuale più alta che mai, e quindi la decisione è stata più condivisa di quanto sembri — e poi la Gafcon aveva già rilasciato la stessa identica dichiarazione due anni fa, quando Welby aveva dato la sua approvazione alla benedizione di coppie omosessuali in Inghilterra.
Di fatto sono due anni che non si considerano più sotto alcuna autorità morale di Canterbury, eppure hanno continuato a prendere parte alle attività della Comunione: difficile dire se cercheranno adesso uno strappo ulteriore, dato che in realtà non è cambiato nulla su questo fronte.
Le benedizioni sono state approvate sotto Welby, e non risulta che Mullally voglia spingersi oltre, sempre all’insegna dell’inclusione di tutti, con elasticità in ciò che non è fondamentale, senza costringere nessuno ad accettare cose che ritiene contrarie al cuore del cristianesimo.
Ci riuscirà? Lei stessa ha ammesso che “non sempre farà tutto a modo”, perché i compiti che ha davanti a sé sono molti e difficili, ma potranno portare a qualcosa di buono se la comunità resterà unita. “Chi vuole andare spedito, vada da solo; chi vuole andare lontano, lo faccia insieme”: per Mullally, su ogni tema si può cercare di non permettere all’odio di separare e isolare, su ogni argomento si può scegliere di non cedere all’estremismo – questa la chiave del suo discorso.
La ricerca della pace
Si può unire la ricerca di una pace giusta alla difesa dei popoli che soffrono, in Medio Oriente come in Congo e in Ucraina, si può portare aiuto e speranza “ai nostri fratelli palestinesi” e ci si può schierare accanto “alla comunità ebraica contro ogni antisemitismo”; si può lavorare insieme ai gruppi di ogni fede e provenienza per sanare le crescenti tensioni nel Regno Unito; si può garantire a tutti i membri della Chiesa di esprimere la loro fede a prescindere dalle tradizioni cui si vogliono rifare.
In un mondo che affronta la paura e l’incertezza “votandosi spasmodicamente al tribalismo, l’anglicanesimo offre qualcosa di più tranquillo e al contempo più forte“: in fondo, mediazione e ricerca di punti di incontro che non siano compromessi al ribasso sono sempre stati l’essenza della Chiesa Anglicana, e forse Sarah Mullally è stata scelta proprio per questo suo modo quieto e concreto di metterli in pratica.
Nei decenni tra corsie e sale operatorie come adesso sullo scranno arcivescovile, ritiene di aver sempre “seguito la medesima vocazione”, e forse è proprio di questo che una Chiesa che si è scoperta debole e malata ha bisogno: qualcuno che sappia accudire le persone affidategli, garantirne la sicurezza e il benessere, ascoltarne i problemi e accompagnarli ognuno nel suo personale percorso, e che sappia farlo gestendo in modo concreto i sistemi più complessi che ci siano – quelli che si prendono cura delle persone, specie se in difficoltà. Insomma, qualcuno che sappia che “la possibilità di guarire passa anche attraverso atti di gentilezza e d’amore”.
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