Gli Stati Uniti e un nuovo approccio alla minaccia nucleare

La rapida espansione dell'arsenale nucleare cinese, le minacce russe, le preoccupazioni di partner e alleati, i vecchi strumenti di dissuasione logorati: serve un nuovo patto di deterrenza

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Quando, nel 1981, in solida epopea reaganiana, lo studioso Kenneth Waltz, eminente del realismo strutturale, nel suo articolo “More may be better […]” sostenne che la proliferazione nucleare, contrariamente alle preoccupazioni comuni, potesse contribuire alla stabilità internazionale, non venne preso molto sul serio: affascinante la teoria “controcorrente”, ma buona solo per i simposi accademici.

Washington, così impegnata nel suo equilibrio con Mosca, non aveva alcun bisogno di confrontarsi con questa teoria che andava nettamente in rotta di collisione con la storica politica americana in materia nucleare. Giusto nel 1964, dopo il primo test nucleare cinese, il presidente Johnson convocò un comitato di esperti guidato dall’ex vicesegretario alla Difesa statunitense Roswell Gilpatric.

La conclusione di questo gruppo di lavoro fu unanime: impedire la diffusione di armi nucleari a qualsiasi stato, amico o nemico, dovrebbe essere una priorità assoluta per la sicurezza nazionale. Ecco che l’America iniziò a negoziare trattati e accordi multilaterali di non proliferazione, inclusi, in modo controverso, accordi con l’Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti svilupparono anche misure per convincere e costringere altri Paesi a rimanere “non nucleari”, tra cui l’estensione di garanzie di sicurezza ed il sostegno alle attività scientifiche civili. Grazie a tali iniziative, gli sforzi statunitensi per combattere la proliferazione negli ultimi 60 anni hanno avuto più successo che fallimento.

La nuova proliferazione

Ma il panorama nucleare sta cambiando in modi che stanno riportando la proliferazione in primo piano. Una Cina sempre più potente sta aumentando il suo arsenale nucleare. La Russia ha sostenuto la sua guerra in Ucraina con minacce di uso nucleare. Il programma nucleare iraniano è stato ostacolato dai recenti attacchi statunitensi e israeliani, ma non è stato distrutto. Anche gli alleati degli Stati Uniti, preoccupati per la propria sicurezza e incerti sull’impegno di Washington nella loro difesa, stanno valutando l’ipotesi di ricorrere al nucleare.

In questo contesto, i vecchi strumenti di “suasione” nucleare si stano erodendo. I trattati e i regimi internazionali che regolano le questioni nucleari, in particolare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), sono gravemente logorati. La cooperazione tra grandi potenze sui pericoli nucleari è in stallo.

Nel 2024 il governo americano ha istituito una task force bipartisan di esperti e alti funzionari della sicurezza nazionale per valutare l’evoluzione della proliferazione nucleare. Il gruppo ha concordato su un punto: la proliferazione nucleare da parte di qualsiasi altro Paese ridurrebbe il potere degli Stati Uniti, complicherebbe la pianificazione strategica e aumenterebbe la probabilità di uso, incidenti e disastri nucleari.

Un nuovo approccio

Ma prevenire la proliferazione richiede un nuovo approccio. È probabile che Washington si debba concentrare sulla riconfigurazione delle alleanze di sicurezza e sull’adozione di nuove misure di riduzione del rischio. Il governo degli Stati Uniti dovrà rassicurare i propri alleati che interverrà in loro difesa e sfrutterà nuove tecnologie che possono rafforzare le capacità di monitoraggio internazionale e rendere più difficile l’occultamento di attività illecite. Nessuno di questi passaggi sarà facile, date le numerose divisioni del mondo. Ma sono essenziali per prevenire l’emergere di nuovi stati nucleari, e quindi di nuovi enormi rischi.

La sfida russa

Di recente, sia Mosca, sia Pechino, si sono mossi in modo vigoroso per creare un nuovo asset di alleanze che consenta di perseguire obiettivi strategici tanto di ampio spettro, quanto destabilizzanti il consolidato ordine internazionale.

Per portare avanti la sua guerra contro l’Ucraina, la Russia ha abbracciato la cooperazione militare tanto con l’Iran quanto con la Corea del Nord. In cambio del loro sostegno, ha ignorato i progressi nucleari di Teheran e Pyongyang, barattando armi nordcoreane in violazione dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite alla Corea del Nord.

Ancora più preoccupante, il rumore di sciabole nucleari russe ha riacceso i timori in Europa e altrove che le potenze revisioniste possano usare la coercizione nucleare per perseguire guerre di aggressione.

Nel 2023, il Putin ha annunciato la sospensione della partecipazione di Mosca al nuovo trattato START, negoziato con gli Stati Uniti nel 2010, e ultimo accordo bilaterale rimasto che regola gli arsenali nucleari strategici. Per ora, la Russia continua ad aderire ai limiti centrali del trattato, e Putin si è recentemente offerto di estenderli per un altro anno.

Tuttavia, i dettagli di ciò che la Russia ha proposto, per non parlare di ciò che farà, rimangono poco chiari, e le prospettive di un trattato successore che sostituisca il New START alla sua scadenza all’inizio del 2026 appaiono scarse. È ormai comune sentire a Kiev e in altre capitali europee affermare che solo la bomba atomica può garantire la sopravvivenza di uno Stato.

La sfida cinese

L’arsenale nucleare in rapida espansione della Cina e la sua postura militare regionale più aggressiva aggiungono un ulteriore livello a questa sfida. Quello che storicamente è stato un ordine nucleare bipolare si sta trasformando in uno tripolare.

Pechino e Washington condividono interessi comuni nell’impedire ad altri Stati di sviluppare armi nucleari, ma hanno molta meno esperienza di cooperazione su questioni nucleari rispetto a Mosca e Washington. Inoltre, Pechino probabilmente ritiene più importante consolidare un contrappeso geopolitico agli Stati Uniti e ai suoi alleati che impedire la proliferazione iraniana o frenare l’espansione nucleare della Corea del Nord.

Le preoccupazioni degli alleati

Come i suoi avversari, molti alleati e stretti partner degli Stati Uniti hanno accarezzato l’idea di acquisire armi nucleari, prendendo atto che l’ombrello americano potrebbe cessare di essere tale, vista l’ondivaga politica di Trump. Gli alleati europei – lo zoccolo duro della Nato – sono turbati dalle periodiche aperture di Washington verso avversari di lunga data, in particolare la Russia. Di conseguenza, negli ultimi anni, leader attuali ed ex leader e importanti analisti della sicurezza di diversi Paesi partner degli Stati Uniti, tra cui Germania, Giappone, Polonia, Arabia Saudita e Corea del Sud, hanno discusso apertamente della necessità di arsenali nucleari indipendenti o di accordi di sicurezza alternativi che ne ridurrebbero la dipendenza dagli Stati Uniti.

Alcuni analisti e funzionari americani hanno sostenuto che la prospettiva dell’acquisizione di armi nucleari da parte di alleati selezionati potrebbe non essere poi così negativa e che ciò contribuirebbe a ridurre l’onere della difesa degli Stati Uniti e la vulnerabilità a un attacco nucleare. Ma in realtà, la proliferazione nucleare da parte degli alleati degli Stati Uniti potrebbe innescare reazioni destabilizzanti da parte degli avversari, aumentando la probabilità di un’escalation dei conflitti regionali.

Invece di incoraggiare gli alleati a sviluppare armi nucleari proprie, potrebbe essere più opportuno per Washington collaborare con loro per elaborare un nuovo patto di deterrenza esteso, aggiornando gli accordi di sicurezza di base e la divisione dei compiti che prevedono la difesa reciproca. Tale accordo dovrebbe mantenere l’ombrello nucleare statunitense per la deterrenza strategica, rafforzando al contempo le difese convenzionali degli alleati, in modo che siano meglio attrezzati per gestire le minacce militari provenienti da Cina, Corea del Nord e Russia.

Molti alleati stanno già aumentando la spesa per la difesa e potenziando le proprie capacità militari, ma questo è solo un inizio. In termini di hardware, gli alleati devono acquisire sistemi militari aggiuntivi, tra cui capacità di attacco convenzionali e difese missilistiche integrate e stratificate, che integrino le capacità statunitensi, soprattutto nel nuovo fronte del warfare: quello costituito dall’uso bellico massiccio di droni. Altrettanto fondamentale, gli Stati Uniti e i loro alleati devono migliorare il coordinamento militare e politico.

Un ordine tripolare

Nel rafforzare le proprie alleanze, gli Stati Uniti dovrebbero anche perseguire un impegno pragmatico con Cina e Russia per mitigare la proliferazione. Il modo più diretto per farlo sarebbe che i tre Paesi si impegnassero in sforzi per il controllo degli armamenti e la riduzione del rischio. Ma realisticamente, le prospettive di progressi significativi oggi sono scarse. I tentativi di coinvolgere Cina e Russia negli ultimi anni hanno dato scarsi frutti.

Interagire con la Russia sarà, probabilmente, particolarmente difficile finché la guerra in Ucraina continuerà. E anche se gli Stati Uniti trovassero improvvisamente partner ricettivi in ​​Pechino e Mosca, l’emergere di un ordine nucleare tripolare richiede un approccio fondamentalmente diverso al controllo degli armamenti.

In attesa di che si creino le condizioni per un New START Cina, Russia, Stati Uniti e le altre potenze nucleari riconosciute al mondo potrebbero impegnarsi congiuntamente a non usare, o minacciare di usare, armi nucleari contro Paesi che non ne possiedono. Ciò dimostrerebbe la moderazione nucleare e forse ridurrebbe gli incentivi per i Paesi a ricercare armi nucleari. Sia la Cina che la Russia possono dare un contributo unico alla prevenzione della diffusione di armi nucleari, da parte dei loro clientes, magari forzandoli a ristabilire una collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Al momento attuale, ma non si sa ancora per quanto, la stragrande maggioranza degli stati non vuole armi nucleari, in gran parte grazie ai successi della strategia statunitense. Ma se anche solo una manciata di governi perseguisse la bomba, il mondo sarebbe più instabile e pericoloso. Evitare la proliferazione in questo momento geopolitico può sembrare difficile, ma il consenso è a portata di mano quando si tratta di fermare la diffusione delle armi nucleari, se non altro perché l’alternativa sarebbe molto più costosa per gli Stati Uniti e per il mondo.

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