Il dilemma di Putin: Kiev vale la rottura dell’equilibrio interno?

In Ucraina non sta vincendo e la guerra sta deteriorando lo status della Russia. Il presidente russo potrebbe essere tentato di rompere l'equilibrio interno assiduamente coltivato

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Con la fine dell’Unione Sovietica, la popolazione russa fu attraversata da una profonda crisi provocata dalle mancate promesse di benessere economico del passato regime ed una nichilistica sfiducia verso tutte le istituzioni, ad eccezione della Chiesa ortodossa. Questo era il panorama che si prospettava allo sguardo di Vladimir Putin nel momento in cui assunse la presidenza nel 2000.

Un’ideologia dominante

Egli con metodi, non poche volte, inconcepibili nelle democrazie mature ha legato allo Stato gli oligarchi, ai tempi di Eltsin fin troppo riottosi come gli antichi boiari, placando al contempo la crescente classe media con l’innalzamento del tenore di vita e maggiori comfort materiali. Gradualmente – partendo da elementi “intangibili” che appartengono all’homo russicus, quindi alla sua cultura ed alla sua storia – ha, abilmente, costruito un’ideologia dominante; un’ideologia sufficientemente nazionalista da ispirare orgoglio, ma non così nazionalista da essere divisiva.

L’apparente stabilità

Putin ha fatto ai russi il dono che più desideravano: l’apparente stabilità. Il Paese non sta subendo sconvolgimenti visibili o tumulti politici. In effetti, la Russia non ha praticamente alcuna politica: manca di veri partiti politici e non organizza elezioni significative. Lo Stato, che si riserva il diritto di reprimere, reprime principalmente coloro che osano manifestare la propria disapprovazione, una minoranza esigua di russi. La società, al momento, appare come narcotizzata apatica, aggrappata alle sue piccole certezze.

La missione storica

Esistono, però, fattori oggettivi che offuscano questo equilibrio. Putin ha da tempo promesso ai russi un Paese ricco di ambizione, potere e gloria. Ha sottolineato la “fede nella grandezza della Russia”, già nel suo “Manifesto del millennio” del 1999, un articolo pubblicato su un quotidiano russo poco prima di assumere la presidenza. In quel saggio, Putin insinuava che Mikhail Gorbachev, l’ultimo leader dell’Unione Sovietica, e Boris Eltsin, il primo presidente della Russia post-sovietica, avessero messo in ginocchio la Russia, consentendo che gli stati post-sovietici e gli ex paesi del Patto di Varsavia uscissero dalla sua orbita.

Il compito storico di Putin, a suo avviso, era quello di riportare la Russia al ruolo di attore principale sulla scena internazionale. Nel 2007 Putin inviò decine di migliaia di soldati russi in Georgia, conquistando un quinto del territorio di quel Paese. Nel 2014, la Russia invase il Donbass, nell’Ucraina orientale, e annesse la Crimea. Nel 2022, Putin lanciò una guerra su vasta scala contro l’Ucraina, con l’intento di ridisegnare la mappa dell’Europa e affermare il peso globale della Russia.

Verso il fallimento

Eppure, allo stato attuale, l’eccesso di potere all’estero ha messo Putin di fronte a un dilemma. La politica estera russa è sempre più segnata dal fallimento. La guerra in Ucraina è in una fase di stallo. Contrariamente alle speranze di Putin, l’elezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2024 non ha costretto l’Occidente ad abbandonare Kiev.

In Medio Oriente, Israele ha attaccato i clientes della Russia. Potrebbe essere allettante considerare questi sviluppi come presagi di un eventuale ritiro della Russia dall’Ucraina, ma non lo sono. Putin può permettersi di perdere influenza in Medio Oriente, che rappresenta per lui un teatro non esistenziale, ma non invertirà la rotta in Ucraina, dove non ha alcuna alternativa.

Se messo alle strette, sacrificherebbe probabilmente l’equilibrio, faticosamente creato, per ricorrere ad una mobilitazione di massa e a misure duramente coercitive. In Ucraina, Putin rischia e rischierà tutto. Per lui, l’equilibrio – la compiacenza che ha inculcato nella popolazione russa – rischia di diventare un lusso sbiadito. La triste necessità è la guerra.

Equilibrio fragile

Secondo uno studio di Michael Kimmage e Maria Lipman (Foreign Affairs, 18 luglio 2025), l’attuale placidità della Russia deriva in gran parte dai cambiamenti dell’ultimo decennio. La popolarità di Putin sempre elevata, è aumentata dopo l’annessione della Crimea nel 2014. I russi hanno accolto una politica estera più energica con un orgoglio difficile da individuare negli ultimi decenni sovietici e nella prima Russia post-sovietica.

Questo patriottismo non ha richiesto sacrifici da parte dei russi. Putin aveva iniziato questo gioco di equilibri – politica estera volitiva e politica interna “liberale”, per come può esserlo in Russia – vent’anni fa. Nel 2022 il meccanismo appariva perfetto.

Inizialmente, l’opinione pubblica faticava a comprendere la guerra su vasta scala contro l’Ucraina, ma Putin ha sfruttato il conflitto per suscitare sentimenti patriottici e consolidare la devozione allo Stato, aiutato dall’esodo di molti russi contrari alla guerra e di centinaia di giornalisti e personaggi dei media critici nei confronti del governo. Putin non aveva mai accolto con favore le critiche. Dopo il 2022, ha potuto stigmatizzare qualsiasi tentativo di opposizione politica come un affronto allo sforzo bellico.

Per molti dei russi rimasti, la guerra ha dato opportunità di crescita. L’attività economica nei settori manifatturieri legati alla difesa è decollata e il tasso di disoccupazione crollato. Attualmente si attesta al minimo storico del 2,2 per cento. Il Cremlino ha convinto centinaia di migliaia di giovani ad arruolarsi, allettandoli con sostanziosi bonus di iscrizione, mentre molti russi hanno potuto ignorare completamente la guerra.

Nella Russia di Putin ci si può arrangiare e fare carriera senza essere ardentemente patriottici, a patto di evitare di essere palesemente antipatriottici. L’equilibrio che Putin ha promosso, tuttavia, è più fragile di quanto sembri. Una guerra breve e vittoriosa in Ucraina avrebbe salvaguardato lo status quo in patria. Alla vigilia dell’invasione, Putin potrebbe aver avuto in mente questo risultato: un consolidamento della nazionalità russa così profondo da consentirgli di dare vento in poppa sia allo Stato, sia alla Nazione.

Tutt’altro che un trionfo

Sfortunatamente per il Cremlino, la guerra in Ucraina è stata tutt’altro che un trionfo. Se la Seconda Guerra Mondiale ha lanciato l’Unione Sovietica allo status di superpotenza, l’attuale guerra con l’Ucraina sta deteriorando la posizione della Russia in Europa e nel mondo.

Investendo ingenti risorse nella guerra, Mosca ha limitato le sue posizioni militari altrove (Armenia, Siria, Iran). La Russia dipende sempre più dalla Cina per l’accesso ai mercati esteri e per i beni a duplice uso che alimentano lo sforzo bellico, ma gli investimenti diretti e i trasferimenti di tecnologia cinesi sono stati limitati.

Tutto sommato, la Russia ha bruciato enormi risorse in una guerra che non sta vincendo. Certamente l’Ucraina non ha possibilità di vittoria sul campo, ma le città più grandi del Paese e gran parte del suo territorio sono al di fuori della portata del Cremlino. Dieci giorni fa, Donald Trump ha cambiato rotta sull’Ucraina. Si è impegnato a fornire al Paese armi avanzate, tramite la Nato, e ha criticato Putin per aver prolungato inutilmente la guerra.

Economia in crisi

Di fronte a queste crescenti pressioni, Putin non si arrende. Determinato a vincere a qualunque costo, ha scelto di subordinare l’economia russa alla guerra, dedicando sempre più risorse alla produzione di materiali. A causa delle sanzioni, della perdita del mercato europeo e delle inefficienze delle spese belliche, l’economia russa è stagnante, con inflazione elevata e tassi di crescita sempre più bassi. Il Cremlino ha recentemente riconosciuto l’imminente recessione. E crisi esterne alla Russia potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione.

Il dilemma

Questi sviluppi potrebbero turbare quell’equilibrio che Putin ha così assiduamente coltivato. Al momento, i russi sono ben lungi dal ribellarsi al regime, ma potrebbero iniziare a rivoltarsi contro la guerra, rifiutandosi di arruolarsi e mettendo pubblicamente in discussione i meriti di questo conflitto apparentemente senza fine.

Per sopprimere potenziali minacce politiche, Putin potrebbe raddoppiare gli sforzi bellici. Per il momento, la guerra condotta da Putin per fermare la svolta verso ovest dell’Ucraina non ha fatto altro che spingere l’Ucraina verso ovest. Questo rimane un risultato che Putin non accetterà mai.

In Russia, Putin ha, però, molte frecce al suo arco. Controlla l’infrastruttura per la mobilitazione di massa, inclusi i servizi segreti e i media controllati dallo Stato. Potrebbe attuare una spietata campagna di coscrizione ideologica con dure punizioni per coloro che non sono disposti ad arruolarsi.

Se Putin si è finora astenuto dal percorrere questa strada, non è perché non sia disposto a impiegare un potere coercitivo in Russia, ma perché esita a distruggere quel “torpore” che ha così faticosamente costruito. Se abbandonasse questo equilibrio, Putin finirebbe per condurre una guerra “totale” in Ucraina. Potrebbe trasformarsi sia in un generale sul campo, sia un tiranno in Patria, come fu Stalin. In quanto tale, potrebbe trasformare una dittatura tacita in una dittatura a tutti gli effetti, con le cupe prerogative politiche di una dittatura ed i suoi appetiti geopolitici.

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