Il primo anno di Trump, il mondo verso un nuovo tipo di anarchia

La visione del mondo di Trump è più vicina alla comprensione dell'anarchia di Hobbes, ma il rischio è di smantellare le fondamenta del potere americano

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Donald Trump

È passato solo un anno dal 21 gennaio 2025, giorno nel quale il presidente Donald Trump giurò per la seconda volta come presidente degli Stati Uniti sotto lo sguardo distratto ed irrituale della moglie Melania, eppure a consultare tutti i facts book, relativi l’anno appena concluso, sembra che molta più acqua del solito – e mai tranquilla e paciosa – sia scorsa lungo le nebbiose rive del Potomac.

L’ordine post-1945

Eppure, per la maggior parte degli americani e degli europei viventi oggi, un mondo di anarchia probabilmente non è mai sembrato del tutto reale. Dal 1945, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato e mantenuto un ordine che, pur non essendo né pienamente liberale, né pienamente internazionale, ha stabilito regole che hanno mantenuto la pace tra le grandi potenze, promosso un mondo di scambi commerciali relativamente aperti e facilitato la cooperazione internazionale. Nei decenni successivi, il mondo è diventato più stabile e prospero, anche se non privo di fratture in continuo movimento.

Prima di quella lunga pace tra grandi potenze, tuttavia, l’anarchia era tutt’altro che un’astrazione nel mondo sviluppato. Solo la prima metà del XX secolo è stata caratterizzata da due guerre mondiali, una depressione globale e una pandemia mortale. Con regole globali deboli e meccanismi di applicazione ancora più deboli, la maggior parte degli stati non ha avuto altra scelta che badare a se stessa, ricorrendo spesso alla forza militare.

Ma esistevano ancora dei limiti a ciò che gli stati sovrani potevano fare in caso di conflitto. I Paesi stavano appena iniziando a proiettare la potenza militare oltre i propri confini e informazioni, merci e persone viaggiavano meno rapidamente. Anche durante periodi di disordini internazionali, gli stati potevano farsi reciprocamente solo una parte di sé senza rischiare la propria rovina.

Verso un mondo di anarchia

Oggi, il Paese più potente sta conducendo il mondo verso un diverso tipo di anarchia. Sebbene il presidente Trump non abbia causato da solo il declino dell’ordine post-1945, nel suo primo anno dal ritorno in carica ne ha accelerato e persino abbracciato la fine.

La brama di espansione territoriale di Trump sviscera la norma più potente del post-1945: che i confini non possono essere ridisegnati con la forza delle armi. E il suo disprezzo per le istituzioni nazionali gli ha permesso di calpestare qualsiasi tentativo interno di frenare quei sogni espansionistici stranieri.

Tutto ciò non rappresenta una assoluta novità. Nel 1977 quando Hadley Bull diede alle stampe The Anarchical society […], pur vivendo in piena Guerra Fredda prospettava un futuro caratterizzato da elementi neo-medievali dove “l’ordine politico universale della cristianità occidentale rappresenta un’alternativa al sistema di stati che non incarna ancora un governo universale”.

Se possibile l’anarchia – elemento sempre presente nelle relazioni internazionali – che sta emergendo sotto Trump, in altre parole, è ancora più caotica. È più vicina all’anarchia più primitiva del filosofo politico Thomas Hobbes: al bellum omnium contra omnes in cui il potere sovrano non può essere messo in discussione né a livello nazionale né internazionale. L’ordine alla fine emergerà da questa anarchia, ma non è, purtroppo, garantito che sia guidato dagli Stati Uniti o che essi ne traggano reale beneficio.

Anarchia non significa caos

Cominciamo con cos’è l’anarchia e cosa non è. I realisti definiscono l’anarchia semplicemente come l’assenza di autorità nel sistema internazionale. Senza un’autorità che imponga le regole globali del gioco, i Paesi possono contare solo sul proprio potere e sulla propria strategia per sopravvivere. Come ha affermato il politologo Kenneth Waltz, il sistema internazionale è un sistema di auto-aiuto. In un mondo di anarchia, la guerra è una parte normale delle relazioni internazionali.

Ma anarchia non significa “caos”. I realisti sostengono che l’assenza di un’autorità centrale non comporti necessariamente continue interruzioni del sistema internazionale. L’anarchia funge anche da potente vincolo, costringendo gli stati ad agire con prudenza e a risparmiare le proprie risorse.

Il politologo realista – della corrente difensivistaCharles Glaser ha sostenuto che una tale visione del mondo non è necessariamente pessimista e che i Paesi potrebbero impegnarsi nell’auto-aiuto attraverso la cooperazione. I realisti, quanto meno quelli con un approccio strutturalista – il cui mentore riconosciuto è Kenneth Walz – credono quindi che ordine e stabilità siano possibili in un mondo anarchico.

Una delle teorie più importanti sul modo in cui l’ordine emerge dall’anarchia è la “teoria della stabilità egemonica”, ovvero l’idea che il sistema internazionale sia più stabile quando un Paese domina. Ad esempio, il politologo Robert Gilpin sosteneva che lo stato egemonico fornisce beni pubblici internazionali. Tali ordini egemonici, sosteneva Gilpin, emergono da guerre globali ed erano destinati a cadere con l’eccessiva espansione del vecchio egemone e l’ascesa di nuove potenze che si contendevano il dominio globale.

Da potenza egemone a revisionista

A prima vista, questa storia sembra descrivere abbastanza bene il momento attuale. Si potrebbe sostenere che gli Stati Uniti abbiano raggiunto il punto di quello che lo storico Paul Kennedy definì notoriamente “eccessivo allungamento imperiale” molto prima di Trump. In quest’ottica, la scommessa migliore per Washington è quella di conservare le proprie risorse, mantenere la propria rete di alleati e partner e prepararsi al potenziale scontro con il suo sfidante emergente, la Cina.

In effetti, molti osservatori pensavano che l’amministrazione Trump si sarebbe concentrata nuovamente sulla Cina, anche ritirando risorse dall’Europa e dal Medio Oriente. Sebbene Trump non abbia ereditato un ambiente internazionale pacifico, ha avuto comunque tempo per agire.

Nonostante le guerre in Ucraina, Gaza e Sudan infuriassero, non era scoppiata alcuna guerra globale e Washington aveva partner in Europa per aiutare a impedire alla Russia, la cosa più vicina a una grande potenza revisionista, di conquistare l’Ucraina dopo la sua invasione su vasta scala nel 2022. Gli Stati Uniti disponevano ancora di una potente rete di alleati, di un apparato diplomatico competente ed esteso e della più solida base di ricerca scientifica al mondo.

In un anno, tuttavia, Trump ha vanificato la maggior parte di questi vantaggi, svuotandoli o rinunciando a essi nonostante il loro valore per gli Stati Uniti nella loro competizione per il predominio tra le grandi potenze.

Al loro posto, ha preso ampio spunto dal portato politico che veniva messo a disposizione dalla storia diplomatica statunitense, ma che è sempre rimasto un interstiziale fil rouge della weltanshauung americana, lungo la sua più che bicentenaria storia, abbracciando l’estrazione, la corruzione e accordi transazionali che il presidente può modificare a suo piacimento.

Nell’ultimo anno, Trump ha bloccato gli sforzi per preservare ciò che resta dell’ordine guidato dagli Stati Uniti, ha intrapreso battaglie sempre più pericolose con alleati cruciali e ha minato le fondamenta stesse del potere statunitense o per lo meno quelle che il mondo “esterno” ritiene tali.

La guerra della Russia in Ucraina, su cui Trump sembra avere scarso interesse, e la competizione con la Cina, su cui l’ultima National Security Strategy dell’amministrazione Trump tace ampiamente, rappresentano le minacce più gravi all’ordine “liberale” fino ad adesso guidato dagli Stati Uniti.

Ciò che sembra apparire è quello del tramonto di una potenza egemone in declino che non cerca di mantenere la propria posizione, ma che si sta trasformando in una potenza revisionista. Gli Stati Uniti stanno iniettando aggressività nel sistema, apparentemente per il proprio tornaconto, riducendo al contempo le capacità che hanno contribuito a creare e mantenere l’ordine da cui hanno tratto beneficio.

Un nuovo livello di caos

Come hanno sostenuto Oona Hathaway e Scott Shapiro su Foreign Affairs, Trump sta creando un mondo in cui “non solo le regole sarebbero imprevedibili, ma dipenderebbero interamente dagli impulsi di chiunque si trovi a detenere il potere più coercitivo in un dato momento”.

Il mondo che Trump sta creando non è l’anarchia di cui scrivono i realisti contemporanei, in cui gli Stati devono fare scelte prudenti su quando e dove agire, con chi e contro chi allearsi, e come e quanto imporre la propria volontà agli altri. In quel mondo, l’ordine rimane possibile. Assumendo gli strumenti dell’egemonia, Trump sta agendo aggressivamente in più regioni contemporaneamente, a una velocità che nessuna grande potenza del passato avrebbe potuto contemplare.

Nessun altra potenza egemone nella storia ha avuto le capacità di proiezione di potenza che gli Stati Uniti possiedono ancora, né la velocità e la portata comunicative rese possibili dall’era digitale. Nel prossimo mese, è altrettanto possibile che Trump decida di bombardare di nuovo l’Iran, o di stringere un accordo con i religiosi iraniani per ottenere concessioni petrolifere, chi può saperlo. Gli impulsi mutevoli di Trump, sui quali può agire più rapidamente e facilmente di qualsiasi altro leader nella storia, rappresentano un nuovo livello di caos.

Potere all’interno

In questo modo, la visione del mondo di Trump è più vicina alla comprensione dell’anarchia di Hobbes che a quella dei realisti. Sebbene la maggior parte dei realisti consideri Hobbes parte della propria tradizione intellettuale, la visione hobbesiana dell’ordine si estendeva più profondamente nella sfera interna di quanto la maggior parte dei realisti voglia andare.

Ha notoriamente descritto l’anarchia come una guerra di “tutti contro tutti”, in cui la vita dell’uomo resta “solitary, poor, nasty, brutish, and short” (Leviathan, 78). Meno nota è la sua convinzione che, affinché un Commonwealth sopravviva in un mondo così brutale, un sovrano debba essere in grado di esercitare un potere pressoché illimitato in patria.

Trump ha anche adottato misure per eliminare i vincoli interni al suo potere. Nel suo secondo mandato il presidente ha ignorato, aggirato o schiacciato qualsiasi vincolo legale o istituzionale. Con scarsa opposizione da parte del Congresso o della Corte Suprema, ha dichiarato dieci diversi stati di emergenza durante il suo primo anno di mandato su questioni diverse come l’energia, l’immigrazione e la Corte penale internazionale, azioni che rafforzano il potere dell’esecutivo.

Il politologo Alexander Wendt una volta sostenne che “l’anarchia è ciò che gli stati ne fanno”. L’amministrazione Trump si è appropriata dei vasti poteri concessi al presidente degli Stati Uniti, ancora dominanti, per creare una versione di anarchia che è hobbesiana fino in fondo. Ha definito la sua strategia “pace attraverso la forza” e ha dichiarato una politica estera di “realismo flessibile”, che i suoi autori intendono come “realistico su ciò che è possibile e auspicabile ricercare nei rapporti con le altre nazioni”.

Potere Usa a rischio

Le fondamenta del potere americano sono radicate nello stato di diritto in patria e in un impegno politico-diplomatico e militare credibile all’estero, proprio gli stessi elementi che Trump ha tentato di smantellare. L’eliminazione da parte di Trump degli aiuti esteri e dell’infrastruttura del dominio scientifico e tecnologico statunitense, il suo pericoloso confronto con i fedeli alleati europei e, cosa più dannosa di tutte, il suo utilizzo dell’esercito e delle forze di sicurezza federali per consolidare la sua autorità interna, a lungo termine mineranno il potere americano.

Le ambizioni di egemonia e di attrattività di Pechino sono ancora lontani dal minare seriamente l’egemonia statunitense, ma è sempre più chiaro che il futuro americano si allontana ogni ora in più dal reaganiano ottimismo sulle magnifiche sorti e progressive della “City upon a hill”.

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