Israele primo a riconoscere il Somaliland: perché è una mossa da maestro

Un potenziale hub logistico e di sicurezza per contrastare l'influenza cinese e iraniana: Washington osserva. L'autodeterminazione non interessa se non serve come leva retorica contro l'Occidente

4.6k 2
trump-netanyahu_ytube

Le proteste rituali sono spesso il segnale più affidabile che una mossa ha sparigliato il quadro. Quando Israele ha annunciato il riconoscimento del Somaliland come Stato sovrano, le reazioni indignate della Lega Araba, dell’Unione Africana e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica non hanno fatto che confermare la portata strategica della decisione.

Nessun gesto simbolico, nessuna provocazione gratuita: piuttosto, un’operazione di realpolitik calibrata, che intreccia storia, diritto internazionale e sicurezza regionale, con Washington sullo sfondo come convitato tutt’altro che inconsapevole.

Il Somaliland

Il Somaliland non è una creazione artificiale né una secessione improvvisata. È un’entità statale con una genealogia chiara. Ex protettorato britannico, ottenne l’indipendenza il 26 giugno 1960, venne riconosciuta da 35 Paesi – Israele incluso – e solo successivamente decise di unirsi volontariamente al Somaliland italiano per formare la Somalia.

Quell’unione si rivelò un errore fatale. Il regime di Siad Barre trasformò il nord del Paese in un bersaglio sistematico di repressioni brutali, fino a episodi che molti storici qualificano come massacri su base etnica. Quando la Somalia collassò nel caos nel 1991, la Somaliland fece ciò che le nazioni fanno quando lo Stato centrale muore: si riprese la propria sovranità.

Da allora, mentre Mogadiscio oscillava tra anarchia, jihadismo, carestie e missioni internazionali senza esito, Hargeisa ha costruito istituzioni. Elezioni competitive, alternanza di potere, moneta propria, un parlamento funzionante, una guardia costiera capace di reprimere la pirateria. Non uno Stato ideale, ma uno Stato reale. Il paradosso africano è che questo successo è stato punito.

L’ossessione dell’Unione Africana per l’intangibilità dei confini post-coloniali ha congelato il Somaliland in un limbo diplomatico, premiando il disordine della Somalia “ufficiale” e penalizzando chi ha dimostrato capacità di autogoverno.

La scelta di Israele

Israele ha deciso di rompere questo schema. Non per sentimentalismo, ma per lucidità strategica. La geografia spiega più delle dichiarazioni. La costa del Somaliland si estende lungo il Golfo di Aden, a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei colli di bottiglia più sensibili del commercio globale. Da qui passa una quota rilevante delle rotte marittime mondiali, oggi minacciate dagli attacchi degli Houthi yemeniti, proxy iraniani che hanno trasformato il Mar Rosso in un fronte di pressione permanente.

È qui che la mossa israeliana giova agli Stati Uniti. Washington considera Bab el-Mandeb una linea vitale per la sicurezza energetica e commerciale globale, nonché un nodo essenziale della competizione con Iran e Cina.

Negli ultimi anni il Pentagono ha rafforzato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre il Dipartimento di Stato ha iniziato a guardare al Somaliland con crescente interesse, sebbene senza compiere il passo formale del riconoscimento. Il porto di Berbera, già modernizzato grazie agli investimenti emiratini, è da tempo osservato come potenziale hub logistico e di sicurezza, alternativo e complementare alle infrastrutture di Gibuti, dove Pechino ha installato una base militare permanente.

Il riconoscimento israeliano anticipa e, in un certo senso, prepara il terreno. Per Washington, lasciare che Israele apra la strada consente di testare reazioni regionali, consolidare assetti sul campo e mantenere una flessibilità diplomatica che la burocrazia americana raramente concede a se stessa. Non è un caso che questa mossa si inserisca idealmente nel perimetro degli Accordi di Abramo: la normalizzazione come architettura di sicurezza condivisa, non come concessione ideologica.

Doppio standard

Le accuse di “violazione del diritto internazionale” rivolte a Gerusalemme risultano fragili, quando non apertamente ipocrite. Il Somaliland soddisfa pienamente i criteri classici della statualità: territorio definito, popolazione stabile, governo effettivo, capacità di intrattenere relazioni internazionali. Li soddisfa da oltre trent’anni. Eppure, resta invisibile, mentre entità politiche molto meno stabili vengono promosse a Stati in fieri per ragioni narrative.

Qui emerge il doppio standard. Gli stessi attori che invocano l’autodeterminazione come dogma quando si parla di Palestina la negano a un Paese musulmano, pacifico e democratico, che non rientra nei copioni utili. La differenza non è giuridica, ma politica. Il Somaliland non serve come leva retorica contro l’Occidente, dunque viene ignorata.

Israele apripista

Il riconoscimento israeliano rompe questo silenzio e lancia un segnale che a Washington è stato recepito. Stabilità, responsabilità e controllo territoriale tornano a contare più delle finzioni diplomatiche.

È anche un aggiornamento della vecchia dottrina perimetrale israeliana elaborata da David Ben-Gurion: costruire alleanze pragmatiche ai margini di un sistema regionale ostile. Negli anni ’50 c’erano l’Iran e l’Etiopia. Oggi, ci sono il Mar Rosso e il Corno d’Africa.

Non è plausibile che gli Stati Uniti seguano subito con un riconoscimento formale. Ma il precedente è stato creato. E qualcuno dovrà spiegare perché uno Stato che funziona debba restare invisibile per non disturbare chi non funziona affatto. Israele ha guardato la realtà e ha agito. Washington, come spesso accade, osserva. Ma difficilmente resterà ferma a lungo.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version