
Il 28 febbraio 2026, alle 9:40 ora di Teheran, gli F-35 israeliani hanno aperto i portelloni. L’Operazione Epic Fury era iniziata. In poche ore, Ali Khamenei era morto. Il programma nucleare iraniano almeno nella sua forma attuale era in macerie. L’Europa ha guardato. Poi ha convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questa è, in sintesi, la distanza tra i due mondi.
Il non detto che nessuno vuole pronunciare
C’è una domanda che circola sottovoce nelle cancellerie europee. Ma chi glielo ha fatto fare? L’Iran era un interlocutore. Difficile, certo. Ma con cui si poteva trattare di petrolio, di affari, di accordi sottobanco. Un regime che opprime le donne, che impicca i dissidenti, che arma i proxy di mezzo Medio Oriente. Ma con cui si ragionava.
Questa è la vera ipocrisia europea. Non la difesa del diritto internazionale. Quella è la foglia di fico. Il vero calcolo è più semplice e più brutale: in Europa vivono quasi 50 milioni di musulmani. Le elezioni si avvicinano in Germania, in Francia, in Austria. Nessun leader vuole aprire un fronte interno per difendere una scelta americana che non ha condiviso.
La Spagna ha ritirato i KC-135 dalle basi di Rota e Morón. La Francia ha convocato il Consiglio di Sicurezza. La Germania ha detto che “non partecipa” aggiungendo, con involontaria onestà, che “non avrebbe nemmeno i mezzi”. L’Italia, pur rimanendo vicina a Washington, ha preso le distanze dall’operazione in sede parlamentare.
Il copione è lo stesso ovunque: condanna delle ritorsioni iraniane, imbarazzo sull’attacco iniziale, silenzio sui motivi strategici profondi.
Trump, l’amplificatore
La narrazione dominante dipinge Trump come un presidente instabile, impaurito, circondato da un establishment contrario. La realtà è più complessa. Trump non opera da solo. Non è nemmeno il decisore finale, in senso stretto. È l’amplificatore mediatico e politico di una dottrina che è stata messa nero su bianco prima ancora che lui tornasse alla Casa Bianca: ogni minaccia anche solo potenziale che destabilizzi gli interessi americani non viene più tollerata.
È una dottrina di deterrenza preventiva. Non è improvvisazione. È strategia. L’operazione Epic Fury non nasce il 28 febbraio. Nasce dopo la Guerra dei 12 Giorni del giugno 2025, quando gli Usa avevano già colpito i siti nucleari iraniani con i B-2. Nasce dopo che l’Iran aveva ricominciato a ricostruire le sue infrastrutture atomiche. Nasce dopo mesi di intelligence CIA-Mossad che aveva ricostruito i movimenti di Khamenei con precisione millimetrica. Questa non è follia. È pianificazione.
Il disegno strategico che l’Europa finge di non vedere
C’è un filo che collega Caracas a Teheran a Pechino. L’Iran forniva petrolio alla Cina a prezzi di favore, aggirando le sanzioni. Il Venezuela di Maduro faceva lo stesso. Entrambi i regimi operavano da agenti di destabilizzazione nelle aree di interesse americano. Entrambi alimentavano l’asse antioccidentale. L’operazione anti-Maduro è venuta prima. Epic Fury è venuta dopo. Non è una coincidenza. È una sequenza.
Washington sta sistematicamente eliminando quei regimi che fornivano idrocarburi scontati a Pechino e che, al tempo stesso, agivano da moltiplicatori di instabilità nel Golfo, in America Latina, in Africa. Il Golfo Persico è il cuore pulsante dell’economia mondiale. Chi controlla la sicurezza del Golfo controlla la leva energetica globale. L’Europa lo sa. Preferisce non dirlo.
Il cortocircuito europeo
Qualcuno dovrebbe ricordare che fino a pochi mesi fa l’Europa era ipermilitarista. Boots on the ground in Ucraina lo ha detto Macron ad alta voce. Miliardi di euro in armamenti. Nessun limite alla risposta contro Mosca.
Poi è arrivata Epic Fury. E improvvisamente è scattato il peace and love. La differenza è semplice. La Russia non ha 50 milioni di co-religionari in Europa. L’Iran sì, attraverso le sue comunità, i suoi proxy ideologici, le sue reti di influenza nelle banlieue francesi, nelle periferie tedesche, nelle città spagnole.
La paura non è della guerra in Medio Oriente. La paura è della guerra in casa. Questa è la vera debolezza europea. Non militare. Demografica e politica.
Chi saranno i veri alleati
Nel medio termine, il gioco si chiarirà da solo. Da un lato, il complesso industriale-militare americano che ha mostrato al mondo tecnologie che fino a ieri erano fantascienza. Palantir ha reso visibili, in tempo reale, operazioni di intelligence che un tempo richiedevano anni. Le immagini satellitari analizzate in tempo reale. I movimenti della guardia del corpo di Khamenei tracciati attraverso le telecamere stradali di Teheran. Quello che è stato mostrato è solo la superficie. Ciò che esiste sotto classificazione è, con ogni probabilità, ancora più potente.
Dall’altro lato, le monarchie del Golfo. Che hanno subito gli attacchi iraniani sui loro territori: Qatar, Bahrain, Emirati, Kuwait. Che hanno capito chi li difende davvero. Che stanno scegliendo, in silenzio, da che parte stare. Per Trump, per Israele, per Washington è già chiaro chi sono i veri alleati. Non Madrid. Non Parigi. Non Bruxelles.
Gli altarini che potrebbero cadere
C’è un’ultima questione, la più scomoda. Le tecnologie di sorveglianza e intelligence che hanno reso possibile Epic Fury non si limitano al Medio Oriente. Quei sistemi vedono tutto. Raccolgono tutto. Archiviano tutto.
Se Washington ha tracciato i movimenti di Khamenei attraverso le telecamere di Teheran, cosa sa delle capitali europee? Delle conversazioni private dei leader che hanno resistito o nicchiato? Degli accordi commerciali con Teheran stipulati negli anni in cui si diceva di rispettare le sanzioni? Molti altarini in Europa potrebbero cominciare a cadere. Non è una minaccia. È una conseguenza logica di vivere nell’era di Palantir.
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