La svolta Usa su Taiwan: pronti a difenderla con le armi

Verso la fine dell'”ambiguità strategica”? Una legge per inserire Taiwan tra i principali alleati Usa: sarebbe impossibile per Pechino attaccarla evitando lo scontro

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Parecchi segnali indicano che gli Stati Uniti intendono porre fine alla loro politica di “ambiguità strategica” nei confronti di Taiwan.

“Una sola Cina”

Com’è noto, con tale politica Washington s’impegna a riconoscere l’esistenza di “una sola Cina”, aderendo quindi ai desiderata di Pechino. Al contempo, però, intende mantenere lo status quo, chiedendo alla Repubblica Popolare di non compiere atti di forza contro l’isola.

L’ambiguità strategica pone agli americani problemi di grande portata. Dopo aver spostato la loro ambasciata a Pechino a seguito della visita di Nixon e Kissinger a Mao Zedong nel 1972, i rapporti diplomatici ufficiali con Taiwan furono interrotti, lasciando a Taipei un semplice ufficio di rappresentanza.

La mossa si rivelò molto utile per staccare la Cina comunista dall’Unione Sovietica, che a quel tempo era la principale rivale degli Usa. Ben presto, tuttavia, gli americani compresero che la Repubblica Popolare era ben decisa a prendere il controllo dell’isola, considerata quale parte integrante del proprio territorio.

Le relazioni con Taiwan

Riconoscendo il principio “una sola Cina”, gli Stati Uniti d’altra parte ammettevano implicitamente che Taiwan non è uno Stato indipendente.

Di qui le enormi difficoltà nel gestire una situazione così complicata. Il viaggio a Taipei di Nancy Pelosi, per quanto non ufficialmente approvato dall’amministrazione Biden, è stato comunque un punto di svolta, giacché parecchie delegazioni occidentali hanno poi seguito l’esempio della Speaker della Camera Usa. Così dimostrando che non è affatto necessario chiedere il permesso di Pechino per recarsi a Taipei.

Finora i rapporti tra Usa e Taiwan sono stati regolati dal “Taiwan Relations Act” che, pur riconoscendo l’importanza dei rapporti non ufficiali con l’isola, non impegnava gli Stati Uniti a difenderla in caso di invasione cinese.

La svolta di Biden

Il presidente Joe Biden sta modificando la situazione e ha affermato più volte che gli Usa difenderebbero militarmente la ex Formosa qualora venisse attaccata. Recentemente la nuova posizione viene ancor più chiarita con l’adozione del “Taiwan Policy Act”, sostenuto da un’ampia maggioranza al Congresso americano, che dovrà ricevere semaforo verde dallo stesso Biden.

Il documento prevede, tra le altre cose, l’inserimento di Taiwan tra i principali alleati Usa al pari dei Paesi della Nato, dell’Australia, di Israele, del Giappone e della Corea del Sud. Diventerebbe quindi impossibile per i cinesi attaccarla senza andare allo scontro diretto con gli americani.

Si rammenti, tra l’altro, che sulla reale efficienza delle forze armate della Repubblica Popolare gli esperti manifestano parecchi dubbi.

Basti dire che al loro interno è ancora presente la figura del “commissario politico” destinato ad affiancare i militari. Figura che i sovietici dismisero molti anni fa constatando che la sua presenza causava più guai che vantaggi. E, dopo tutto, la VII Flotta Usa è tuttora dominante nel Pacifico grazie alla sua superiorità tecnologica.

Azzardo strategico

Si apre quindi una fase in cui l’ambiguità strategica viene sostituita dall’azzardo strategico, poiché Washington appare disposta a correre i rischi dello scontro aperto pur di garantire l’integrità di un alleato che considera prezioso.

E vi sono pure altri segnali del mutamento di rotta. Negli incontri tra delegazioni di Washington e di Taipei, sarà autorizzata l’esposizione della bandiera di Taiwan (che si autodefinisce “Repubblica di Cina”), la stessa bandiera della Cina nazionalista di Chiang Kai-shek.

Ovviamente tutti si chiedono come reagirà a tali mutamenti Xi Jinping, che il mese prossimo otterrà il terzo mandato dal XX congresso del Partito comunista. Reagirà in modo violento facendo appello al nazionalismo, oppure sarà prudente, sapendo che in uno scontro diretto con gli Usa la Repubblica Popolare pagherebbe un prezzo altissimo?

In ogni caso è importante notare che, per la prima volta, viene menzionata l’esistenza di Taiwan come Stato sovrano che, volendo, potrebbe anche proclamare ufficialmente la sua indipendenza.

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