
In Iran c’è una guerra in corso, due per la verità. Una si combatte con i missili, i droni e le centrali nucleari prese di mira, l’altra – più antica, più bastarda – si consuma da decenni contro le donne. E in Iran, questa di guerra non si è mai fermata.
Non si tratta soltanto dell’hijab, ché sarebbe già troppo per noi occidentali abituate alla minigonna e a poter sciogliere i capelli al vento. Si tratta di essere nate nel posto sbagliato, nel corpo sbagliato, sotto il regime teocratico sbagliato. In Iran una donna può morire per una ciocca di capelli fuori posto, può finire in carcere perché cammina da sola, può essere bastonata se ride in pubblico. E questo non da ieri: da sempre, o almeno da che io ricordi.
Negli anni Ottanta, nei corridoi delle prigioni, si vociferava che ci fosse un rituale agghiacciante: le vergini condannate a morte venivano sposate a forza con i secondini o i boia, violentate e poi impiccate. Un modo per eludere l’ingresso in paradiso, perché una donna “pura” non poteva morire. Così, la rendevano impura, prima di ucciderla. Una liturgia della barbarie, mascherata da dovere religioso. E credo nessuno sano di mente possa pensare diversamente.
Oggi però, la sabbia che ha inghiottito tante vite si smuove, l’aria cambia, il fondamentalismo arcaico scricchiola. I bombardamenti israeliani, la tensione regionale, l’isolamento economico e la rivolta strisciante della società civile potrebbero – il condizionale è d’obbligo – accelerare un collasso del potere teocratico, lì per davvero patriarcale.
La speranza di una vita normale
E se quel regime dovesse cadere, se gli ayatollah dovessero perdere la presa, allora si aprirebbe un varco, le donne iraniane, milioni, potrebbero intravedere ciò che non osano più nominare: una vita normale.
Una vita come quella che si viveva prima, sotto lo scià di Persia, quando si andava all’università senza chiedere il permesso a un fratello, si poteva ascoltare musica, ballare, leggere romanzi, una vita non perfetta, certo, ma perlomeno libere e si aveva il diritto di provarci a scegliere il proprio destino.
Oggi, segregate in case chiuse a chiave, davanti a un internet filtrato quando non proprio chiuso come durante i bombardamenti e alle telecamere di sorveglianza, milioni di donne iraniane potrebbero sperare. Sperare che la guerra non sia soltanto distruzione ma che dalla distruzione possa nascere qualcosa. Non un nuovo padrone, non un altro despota ma una Repubblica diversa, vera, in cui non si debba più combattere per uscire senza velo, per camminare in shorts in una piazza, per dire “io sono”.
Donne afghane abbandonate
Ma la speranza è una bestia feroce e talvolta, una bugiarda. Lo sanno bene le donne afghane, anche loro avevano sperato. Avevano assaporato, per vent’anni, un simulacro di libertà, lavoravano, studiavano, guidavano, si illudevano che l’Occidente non le avrebbe mai lasciate sole.
Poi, un giorno, gli Stati Uniti hanno fatto le valigie, hanno stretto la mano ai Talebani e se ne sono andati. Così, da un momento all’altro, le donne di Kabul si sono ritrovate invisibili, richiuse in casa, cancellate dai registri scolastici, espulse dagli ospedali, vietate nei parchi. E nessuno oggi ne parla più, tutti si sono rassegnati.
Non voltarsi dall’altra parte
Ecco il punto: se la rivoluzione iraniana dovesse compiersi, se gli ayatollah dovessero cadere, se il regime dovesse sbriciolarsi sotto le bombe dell’acerrimo nemico e la rabbia del popolo, allora bisognerebbe restare, guardare, vigilare non fare come in Afghanistan, non voltarsi e mollare.
Perché le donne iraniane non chiederebbero molto: chiederebbero di vivere. Di respirare senza paura, di scegliere, di non essere più considerate un corpo da nascondere, punire, controllare. Chiederebbero – con voce ferma, con occhi aperti, con mani nude – di non essere più il terreno su cui gli uomini combattono guerre ideologiche, religiose, politiche.
E se l’Occidente ha ancora un’anima, un minimo di coerenza, allora dovrebbe ascoltarle. Non oggi, che fa comodo, che è un gol a porta vuota, come queste mie considerazioni, ma domani, quando gli incendi dei bombardamenti si saranno spenti e l’attenzione si sarà spostata altrove. E noi con loro, non capendo, o facendo finta di non capire, che quello “stile di vita” lì, veramente a farlo diventare anche il nostro se abbassiamo la guardia è un attimo.