Netanyahu all’Onu parla da ultimo leader occidentale

Non è isolato: è circondato da mediocrità. E il suo isolamento, invece di indebolirlo, lo qualifica. E mentre l'Europa premia Hamas, gli Emirati sanno che la pace passa dalla sua distruzione

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Benjamin Netanyahu si è presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite come un uomo in guerra, ma anche come un leader che ha scelto la lucidità morale contro la sonnolenza diplomatica.

Il primo ministro Israeliano ha parlato in un’aula mezza vuota; ma l’assenza delle delegazioni è stata eloquente: i diplomatici che hanno lasciato la sala hanno mostrato di confondere l’attivismo con la diplomazia: Il loro compito non è esprimere disprezzo, ma trattare con chi detestano. Questa sarebbe attività di governo, l’altra è militanza travestita.

Atto di accusa politico-morale

Netanyahu ha denunciato con chiarezza disarmante la complicità delle cancellerie occidentali nel legittimare il terrorismo palestinese.

Con parole che hanno fatto sobbalzare gli ambasciatori educati alla neolingua dei consessi multilaterali, ha accusato gli Stati che hanno riconosciuto unilateralmente la Palestina di “aver sputato in faccia alle vittime del 7 Ottobre”. Non si trattava di retorica iperbolica, ma di un atto d’accusa politico-morale: chi premia Hamas con un “riconoscimento” dopo un massacro, non sta lavorando per la pace. Sta soltanto cercando di scaricare la propria codardia.

Ultimo leader occidentale

Netanyahu ha parlato da leader israeliano, ma anche da ultimo leader occidentale. Ha fatto quello che da Londra a Bruxelles nessuno osa più fare: distinguere tra civiltà e barbarie. La sua difesa del diritto di Israele a smantellare Hamas non è stata solo un’esposizione strategica. È stata una dichiarazione di principio: non esiste convivenza possibile con chi decapita bambini, stupra donne e prende ostaggi per poi nascondersi dietro ai civili. E chi chiede a Israele “moderazione”, nel frattempo, applaude accordi con l’Autorità Palestinese che versa stipendi agli assassini.

Il punto morale più forte è arrivato quando ha rivolto un appello diretto agli ostaggi ancora in mano ai terroristi: “Non vi abbiamo dimenticati, nemmeno per un secondo”. In quell’istante, il suo discorso si è fatto corpo politico. Non è stato un intervento da funzionario Onu, ma da statista che si assume il compito di difendere i suoi cittadini, anche quando questo significa ignorare le caricature umanitarie di certi editoriali europei.

Il bilaterale con EAU

Eppure, non tutto il mondo ha scelto l’ambiguità. A margine dell’Assemblea generale, il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed, ha sollecitato un bilaterale con Israele. In quell’occasione, pur sollecitando la fine del conflitto, il capo della diplomazia emiratina ha riaffermato pubblicamente la necessità di sconfiggere Hamas come precondizione per qualsiasi stabilità regionale.

È stato un gesto non scontato: mentre le capitali europee preferivano la scorciatoia del riconoscimento simbolico ai palestinesi, un Paese arabo manteneva il punto sulle responsabilità di chi ha scatenato la guerra.

Questo incontro non ha avuto la teatralità delle “foto storiche,” ma il suo significato politico è chiaro: il fronte della razionalità geopolitica passa oggi per Tel Aviv, Abu Dhabi e poche altre capitali che hanno deciso di non appaltare la loro sicurezza al sentimentalismo Onu.

La narrativa stanca dell’“unità araba contro Israele” è stata superata dalla realtà: chi vuole sviluppo, commercio e modernità non ha interesse a proteggere Hamas.

Altro che isolato

Così, mentre Netanyahu parla a una sala mezza deserta, la sua posizione si rafforza. Perché quella solitudine fisica incarna una verità che i professionisti del dialogo ignorano: quando il mondo gira la faccia, chi resta in piedi a difendere i propri valori diventa, per forza, l’ultimo baluardo. Netanyahu non è isolato: è circondato da mediocrità. E il suo isolamento, invece di indebolirlo, lo qualifica.

Non ha offerto soluzioni facili. Non ha recitato il rosario Onu della “soluzione a due Stati”, trasformata ormai in un feticcio diplomatico privo di contenuto. Ha ricordato invece che la libertà si difende combattendo — e che la sopravvivenza di Israele non si negozia nei corridoi del Palazzo di Vetro, ma si conquista metro per metro.

Israele non vi permetterà di spingerci uno Stato terrorista in gola. Non compiremo un suicidio nazionale solo perché voi non avete abbastanza coraggio per affrontare le masse antisemite.

Il suo discorso non era rivolto agli ambasciatori distratti, né ai diplomatici con l’auricolare. Era rivolto a un altro tipo di pubblico: chi crede ancora che l’Occidente valga qualcosa. A chi ha capito che il jihad globale non è un effetto collaterale, ma una strategia esplicita. A chi sa che non si costruisce la pace lasciando vivi i macellai del 7 Ottobre.

Netanyahu oggi è l’unico a dirlo senza imbarazzo. E proprio per questo, è l’ultimo leader occidentale.

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