Non è un’uscita di scena: e se un’altra vita politica aspettasse BoJo?

Johnson ha tenuto a chiarirlo agli elettori: lascia perché costretto dal partito, non perché consideri esaurita la sua visione

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Le frenetiche ultime ore di Boris Johnson, contraddistinte da un susseguirsi senza precedenti di dimissioni, porterebbero a considerare finita la sua carriera politica. A caldo potrebbe anche essere una conclusione sensata, ma analizzando con più attenzione la sua parabola da leader conservatore prima e da primo ministro poi, la faccenda è più complessa. Complessa tanto quanto la sua figura.

Le vittorie

Johnson ha guidato una campagna referendaria portandola ad un risultato per molti impensabile. Poi, da Downing Street, ha minacciato di concludere la saga Brexit senza un accordo con l’Unione europea, raggiungendo alla fine l’intesa con Bruxelles. 

Ha raccolto ciò che rimaneva del consenso ai Tories dopo il mandato di Theresa May e l’ha trasformato in una solida maggioranza, sfondando il muro rosso laburista nel nord del Paese.

Le contraddizioni

È fagocitante, si prende la scena, dettando tempi e modalità. È il suo punto di forza e al contempo la sua debolezza. Un mix di contraddizioni che diventano ingombranti.

Le prolungate chiusure pandemiche tra il 2020 e il 2021 e le feste a Downing Street; i richiami al mandato popolare e l’immobilismo davanti agli scandali montanti di collaboratori e deputati; le politiche economiche espansive senza mettere mano nelle tasche dei contribuenti, salvo poi ricredersi; le campagne per esportare il conservatorismo tra le classi operaie e le sconfitte alle suppletive nelle proprie roccaforti.

L’istinto del gregge

Che questa però non sia la sua uscita di scena, lo si deduce dal discorso con il quale ha presentato le dimissioni da leader del partito. C’era già che chi paventava il fantasma di Donald Trump, perché fino all’ultimo Johnson ha provato a resistere anche di fronte alle insistenze degli alleati più stretti.

“Negli ultimi giorni ho provato a persuadere i miei colleghi che sarebbe stato eccentrico cambiare governo (…) quando abbiamo un così ampio mandato (…) e lo scenario economico è così difficile sia all’interno che a livello internazionale (…). Ma, come abbiamo visto a Westminster, l’istinto del gregge è potente e quando il gregge si mette in marcia, non si ferma”.

Insomma, Johnson lascia perché obbligato, non perché considera esaurita la sua visione. E se “in politica nessuno è minimamente indispensabile”, sulla base proprio di quelle contraddizioni che lo rendono ciò che è, pare lecito attendersi un suo ritorno come ago della bilancia per il futuro politico del Paese.

Specialmente se a prendere il suo posto sarà un esponente Brexiteer e saldamente ancorato a quella tradizione atlantista che ha portato Johnson a spendersi per la causa ucraina. Ipotesi più che probabile.

Le molte vite da primo ministro di Johnson si sono esaurite, più velocemente di quanto fosse pronosticabile tre anni fa, nel mondo pre-Covid, con una notevole accelerazione dopo il licenziamento dell’eminenza grigia Dominic Cummings, richiesto dall’inner circle di Boris – troppi due galli in un solo pollaio.

Ma la teatralità con la quale è abituato a tenere banco davanti ai giornalisti, o mentre arringa i suoi ai Comuni, ci porta a non escludere a priori prossimi colpi di scena: ci sono tanti modi per dettare l’agenda oggi, non è per forza necessario risiedere a Downing Street.

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