Sauditi pronti a riconoscere Israele: interessi strategici più forti di Hamas

Le parole del ministro degli esteri saudita a Davos: riconoscimento di Israele ancora possibile come parte di una soluzione più ampia alla questione palestinese

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Nella seconda giornata di lavori del 54° World Economic Forum in corso a Davos, è emersa, in qualche modo a sorpresa, la chiara esistenza di un sufficiente spazio politico per una svolta nella crisi del Medio Oriente.

La posizione saudita

Il ministro degli affari esteri dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha approfittato del palcoscenico globale del WEF per annunciare la possibilità del riconoscimento di Israele da parte di Riyad. La presa di posizione saudita è la prima dichiarazione ufficiale di governo dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre contro Israele.

Secondo fonti di Riyad, l’Arabia Saudita ha letto l’azione di Hamas come un tentativo di boicottare i negoziati di adesione agli Accordi di Abramo e ha spinto la Corte reale a contrattaccare, esprimendo la sua disponibilità a stabilire relazioni diplomatiche con Israele come parte di una soluzione più ampia per la questione palestinese.

Bin Farhan ha enfatizzato il legame cruciale tra la stabilità regionale e la necessità di una pace sia israeliana che palestinese, legando quest’ultima all’istituzione di una qualche forma di stato palestinese.

Tale posizione si allinea con la complessa iniziativa diplomatica del segretario di Stato Usa, Antony J. Blinken, che ambisce ad ottenere l’approvazione israeliana per una soluzione a due stati in cambio di un riconoscimento più ampio da parte delle nazioni arabe moderate della legittimità e del diritto alla sicurezza militare di Israele nel Medio Oriente.

Ripresa dei negoziati

Questa ricalibrazione strategica segue la sospensione da parte dell’Arabia Saudita dei negoziati per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele, un obiettivo perseguito anche dagli Stati Uniti. La sospensione dei negoziati è stata causata dall’esplosione del conflitto Israele-Hamas, che non solo ha causato un significativo tributo di vite israeliane ma anche ha compromesso l’equilibrio delle relazioni regionali.

Una riapertura pubblica dei colloqui con l’Arabia Saudita rappresenterebbe un notevole successo per Israele, consolidando gli Accordi di Abramo già stipulati con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain, il Marocco e il Sudan.

Partnership economica

Nel contesto della realizzazione della Vision 2030 del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, l’instaurazione di legami con Israele si configura come un passo fondamentale per l’esecuzione dei programmi di diversificazione e modernizzazione economica, aiutando Riyad nella transizione dalla dipendenza dal petrolio verso energie rinnovabili, nello sviluppo del turismo non religioso e nell’acquisizione di tecnologia per l’innovazione.

Il know-how di Israele nell’industria dell’alta tecnologia rende lo Stato ebraico un partner prezioso in questo processo di trasformazione.

La normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita riveste una rilevanza strategica anche per Israele. Uno studio delle Forze di Difesa Israeliane citato dal Jewish Institute for National Security Affairs, evidenzia la posizione di influenza dell’Arabia Saudita in posizioni marittime chiave per sicurezza strategica e commercio internazionale, quali il Mar Rosso e lo Stretto di Bab al-Mandab.

Capitalizzare l’influenza saudita su queste rotte potrebbe contribuire a stabilizzare e rafforzare il confine geostrategico meridionale di Israele, migliorare la sua proiezione internazionale e avere un impatto positivo sull’economia.

Non un miraggio

In un’intervista a Davos, Blinken ha sottolineato l’impegno degli Usa a perseguire la politica dei due stati e, in una mossa significativa, ha invitato Israele a sostenere l’Autorità Palestinese come controparte negoziale esclusiva per una ripresa del processo di pace. Secondo il Times of Israel, un recente incontro tra Blinken e bin Salman nella città oasi saudita di Al Ula indica che il desiderio bilaterale di normalizzazione non è solo un miraggio, alimentando speranze di progresso diplomatico.

Analogamente, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jacob J. Sullivan, ha esposto gli sforzi di Washington per la de-escalation in Medio Oriente, sottolineando la necessità di integrazione tra gli attori regionali per una maggiore stabilità e una soluzione a due stati. Sullivan ha delineato quattro principi chiave per un accordo politico post-bellico, includendo la prevenzione di attacchi terroristici; la stipula di trattati di pace tra Israele e le residue nazioni arabe; l’istituzione di uno stato minimo palestinese; e la prestazione di garanzie di sicurezza per Israele.

Gli eventi in corso suggeriscono un potenziale ritorno dell’Autorità Palestinese al governo della Striscia di Gaza, segnando un significativo sviluppo nello scenario regionale.

Palestinesi ad un bivio

Nel backstage delle manovre diplomatiche, i colloqui tra l’Arabia Saudita e Israele hanno proceduto discretamente, al riparo da sguardi indiscreti. L’attacco terroristico di Hamas ha momentaneamente complicato gli sforzi. Tuttavia, la forza intrinseca degli interessi strategici a lungo termine prevale sulle difficoltà politiche di breve termine.

L’attacco terroristico di Hamas è risultato controproducente, mettendo i palestinesi di fronte a una scelta obbligata. Se la proposta saudita dovesse consolidarsi, le opzioni palestinesi sarebbero prendere o lasciare, e la corrotta leadership palestinese, che è stata costantemente l’ostacolo contro una soluzione a due stati, non ha più margine per nascondere i propri fallimenti di governance dietro un conflitto alimentato dall’influenza politica dei Fratelli Musulmani nei territori palestinesi, dalla rivalità strategica regionale tra Arabia Saudita e Iran, e dal perdurante deficit democratico interno.

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