
Quando la realtà imita la finzione, solitamente non è un bel segnale. Il risultato delle primarie del Partito Democratico in vista dell’elezione di novembre del sindaco di New York ha gettato ulteriormente nel caos un establishment ormai palesemente incapace di resistere all’assalto delle frange più estremiste.
La sconfitta dell’ex governatore Andrew Cuomo da parte di un 33enne di origini indiane nato in Uganda e cittadino americano da solo 7 anni è l’ennesimo segnale di un partito senza né capo né coda, ormai preda del takeover ostile portato avanti da anni dai Democratic Socialists.
Per la prima volta un candidato con un programma al limite del comunismo, dichiaratamente antisemita, che inneggia all’intifada globale, rappresenterà il partito di Jefferson per eleggere il sindaco di quella che, fino a non molti anni fa, era considerata la città più potente al mondo. Le conseguenze di questa scelta non tarderanno a venire: se le prime indicazioni dal mercato immobiliare saranno confermate, questa estate assisteremo ad un nuovo, massiccio esodo dalla Grande Mela. La crisi, insomma, sarebbe solo all’inizio.
Un terremoto prevedibile? Forse
Il sito The Hill, solitamente molto ben informato sulle dinamiche interne al partito dell’asinello, è stato tra i primi a provare un’analisi sulle conseguenze di questo voto epocale nella guerra civile che sta scuotendo i Dems dopo la disfatta elettorale dello scorso novembre. La vittoria, non del tutto inaspettata visto un campo di candidati molto debole, conferma la strategia dell’estrema sinistra: concentrare le proprie (considerevoli) risorse finanziarie sulle gare più promettenti per mettere a segno colpi ad effetto.
A gongolare, ovviamente, sono gli sponsor di Mamdani: Bernie Sanders ed Alexandria Ocasio-Cortez, che avevano contribuito tramite organizzazioni come il Working Families Party ed i Democratic Socialists of America. La vittoria nelle primarie serviva come il pane, visto il mezzo flop del tour nazionale dei due politici e le sconfitte brucianti di ex stelle dell’ultrasinistra come Cori Bush e Jamaal Bowman.
Le urla di giubilo che arrivano dagli ambienti più estremi della gauche caviar confermano che, da qui alle mid-terms, questa vittoria sarà usata ad nauseam per spingere candidati sempre più estremi anche in distretti che si sono dimostrati allergici a questa retorica. A gongolare sono anche i giovani del partito, che festeggiano la prima vittoria di un candidato millennial in un’elezione importante ma non è tutto oro quel che luccica.
La campagna di Mamdani ha puntato forte sui social media, da TikTok a Instagram, dove è stato aiutato da personaggi famosi come la modella Emily Ratajkowski ma gli elettori giovani si sono spostati nettamente a destra nelle ultime elezioni. Se nella bolla radical-chic di Manhattan il messaggio estremo di Mamdani può funzionare, tutt’altra cosa quando si tratterà di cercare voti nei battleground states. Il segnale più importante è però un altro: l’establishment democratico non sa più che pesci prendere.
Panchina centrista vuota
La lista di personaggi famosi che si erano schierati dietro ad Andrew Cuomo, fino a non molti anni fa, avrebbe garantito una vittoria facile all’ex governatore: oltre a Bill Clinton si era mosso anche l’ex sindaco Bloomberg, più una serie di deputati molto conosciuti come Jim Clyburn. Chuck Schumer ed Hakeem Jeffries, invece, avevano preferito rimanere fuori dalle primarie, dimostrando di non aver perso del tutto il contatto con la “pancia” del partito.
Doversi affidare ad un ex governatore uscito con le ossa rotte da una serie di scandali dimostra come la “panchina” dei centristi sia praticamente vuota. Riciclare personaggi già del tutto bruciati è il segno più evidente della grande confusione all’interno del partito. Aver passato anni a fare terra bruciata, distruggendo sistematicamente chi si mettesse contro alla gerontocrazia dominante ha portato a questi risultati: gli unici politici decenti rimasti sono pericolosi estremisti del tutto indigesti all’elettore medio.
La vendetta di Cuomo? Correre da indipendente
All’interno della redazione della Gray Lady il nervosismo era piuttosto evidente: dopo essersi rifiutati di fare un endorsement, l’editorial board del New York Times aveva lanciato un avvertimento agli elettori, definendo Mamdani un candidato unfit a guidare la metropoli. “Non crediamo che il Signor Mamdani meriti un posto sulle schede elettorali dei newyorkesi. Ha troppo poca esperienza ed il suo programma sembra la versione ancora più estrema di quanto visto durante il disastroso mandato di Bill de Blasio”.
Il NYT, però, non se l’era sentita di schierarsi a favore di Cuomo, nonostante l’avessero sostenuto a spada tratta nei momenti più critici del suo mandato da governatore. La batosta subita dall’erede della dinastia italo-americana è di quelle pesanti da digerire: nonostante il cognome importante e ben 25 milioni di dollari arrivati da Mike Bloomberg, essere sconfitto in questa maniera da un signor nessuno è davvero umiliante.
La sua vendetta potrebbe arrivare a novembre, quando Cuomo non ha escluso di presentarsi come candidato indipendente. Per il momento non si è voluto sbilanciare, dicendo che starebbe “tastando il terreno” ma questa è un’opzione che aveva sicuramente considerato, dato che ha già raccolto abbastanza firme per presentarsi alle elezioni di novembre. Lo scorso maggio, Cuomo aveva fondato un suo partito, chiamato Fight and Deliver Party, così da lasciarsi una porta aperta e, nell’intervista rilasciata a Cbs News, ha fatto capire che non si tratta di una possibilità remota.
Il fatto che solo il 30 per cento degli aventi diritto ha partecipato alle primarie potrebbe aprire le porte a risultati interessanti e spingere Cuomo a giocarsi il tutto per tutto.
Ho preparato una linea indipendente e sto tastando il terreno, analizzando i dati, parlando con le persone e gli stakeholders che mi hanno appoggiato di come potrebbe essere l’elezione a novembre. Ti posso dire che molti di loro sono preoccupati per cosa potrebbe succedere. Si tratta di capire qual è il modo migliore per aiutare la città di New York.
Considerato che, oltre al candidato repubblicano Curtis Sliwa, due altri candidati indipendenti, tra i quali il sindaco uscente Eric Adams, saranno presenti sulla scheda elettorale, la presenza di Cuomo potrebbe aprire le porte a scenari impensabili fino a pochi giorni fa.
I Repubblicani sognano il colpaccio
Paradossalmente, tra i più felici per la vittoria dell’islamocomunista Mamdani c’erano sicuramente i membri del Partito Repubblicano. Stephen Miller, deputy chief of staff della Casa Bianca, è stato prontissimo a definire Mamdani un “anarco-socialista” mentre i Repubblicani alla Camera lo hanno descritto come “la nuova faccia del Partito Democratico”. Mike Marinella, portavoce del Gop alla Camera, è tranchant nel suo ritratto di Mamdani: “se provassi a creare il Partito Democratico moderno in laboratorio ti verrebbe sicuramente fuori Zohran Mamdani: antisemita, anti-polizia ed anti-americano. Ogni deputato democratico in un collegio a rischio ne sarà danneggiato ed ogni candidato in una primaria democratica vedrà con terrore ogni sua dichiarazione”.
La deputata di New York Elise Stefanik, che secondo molti analisti potrebbe essere la candidata repubblicana a governatore dello stato, sta raccogliendo fondi prospettando le conseguenze della vittoria di un candidato così radicale. Mike Lawler, altro deputato interessato alla carica di governatore di New York, punta al bersaglio grosso da subito: “chiedo al governatore Kathy Hochul e a tutti i Democratici eletti nello stato di New York di dichiarare immediatamente se appoggiano Zohran Mamdani come sindaco di New York e che posizione hanno rispetto alle politiche radicali di stampo socialista che ha presentato nella sua campagna elettorale”.
Da qui a dire che il Grand Ole Party possa davvero puntare a scippare ai Democratici sia la città che lo stato di New York ce ne corre ma uno dei dati più interessanti delle presidenziali di novembre è stato proprio il netto spostamento a destra dell’Empire State. Al momento la prospettiva sembra davvero remota ma, se Mamdani dovesse davvero applicare il suo programma ultra-radicale, il rischio di consegnare uno stato considerato da decenni deep blue al Gop potrebbe tornare d’attualità.
Un programma che fa paura a molti
Basta dare un’occhiata all’agenda della nuova faccia dell’estrema sinistra per capire perché molti campanelli di allarme, non solo a New York, stiano suonando. La sezione del suo sito dedicata al programma è un distillato del peggio del peggio delle politiche che si sono già dimostrate fallimentari ogni volta che sono state provate a giro per il mondo.
Come da classica tradizione del populismo di sinistra, si promette tutto a tutti senza alcun riguardo su chi pagherà per queste elargizioni o quali saranno gli effetti sull’economia della città. Come risolvere il problema dei problemi a New York, gli affitti assurdi che rendono impossibile anche a chi abbia un lavoro ben pagato di vivere a Manhattan? Bloccare gli affitti degli appartamenti, rendere universale il rent control e costruire 200.000 unità abitative “affordable and union-built” in dieci anni, non si sa bene su quali dei costosissimi terreni disponibili nei sette boroughs della metropoli.
Mamdani promette, poi, di rendere sempre più frequenti le visite degli ispettori che dovranno assicurarsi che gli edifici rispettino le mille normative cittadine. Oltre a negare ai proprietari di poter aumentare gli affitti per coprire i costi assurdi della manutenzione, sempre più multe salate. Fin troppo evidente prevedere come molti proprietari decideranno semplicemente di togliere i propri edifici dal mercato, rendendo ancora più grave la crisi abitativa.
Cosa fare per risolvere il problema dei trasporti pubblici, sempre più fatiscenti e indegni di una metropoli così importante? Bus gratuiti per tutti e corsie riservate più ampie. Zero attenzione alla pestilenziale metropolitana, preda di ogni genere di pazzo e criminale, come si legge in fin troppi articoli di cronaca. Mamdani, però, promette di aumentare dell’800 per cento la spesa per programmi di “prevenzione degli hate crimes” nonché l’investimento in programmi per la salute mentale dei cittadini.
Visto che mandare un bambino all’asilo a New York costa quasi come un mutuo, childcare gratuita per tutti da 6 settimane a cinque anni d’età, cestini ai neo-genitori con pannolini, salviettine, libri e chi più ne ha più ne metta. Non è dato sapere da dove arriveranno i miliardi di dollari necessari. Può forse mancare un aumento scriteriato del salario minimo, che ha già fatto danni enormi sia a Seattle che a Los Angeles? Certo che no, ma, siccome siamo a New York, dove tutto è più grande, esageriamo: 30 dollari all’ora entro il 2030.
La fuga da New York è solo all’inizio
La trovata più esilarante è quella che si propone di creare negozi di proprietà del comune che non pagheranno né affitto né tasse sulla proprietà, vendendo generi alimentari a prezzi d’ingrosso, senza ricercare il profitto. La cosa ha gettato nel panico i proprietari delle migliaia di bodegas, piccoli alimentari che sono l’anima della Grande Mela: loro, che affitto e tasse li pagano eccome, sarebbero costretti a portare i libri in tribunale.
Se questi piccoli proprietari soffrono in silenzio, altri hanno il coraggio di farsi avanti: John Catsimatidis, il presidente dei supermercati Gristedes, ha fatto capire che non aspetterà di finire sul lastrico, scappando a gambe levate quanto prima. In un’intervista a Fox Business, il magnate ha dichiarato che “se la città di New York vuole diventare socialista, sicuramente chiuderò, venderò o trasferirò i negozi Gristedes, spostando la sede della società nel New Jersey”.
Considerato che Mamdani ha promesso di alzare le imposte cittadine sulle società ad un pazzesco 11,5 per cento, oltre a “combattere lo sfruttamento” dei lavoratori con una serie di regolamenti punitivi, facile immaginare che saranno molti a seguire il suo esempio.
Le reazioni raccolte da Cnbc sembrano far capire che l’esodo sia solo all’inizio. Philippe Laffont, fondatore dell’hedge fund Coatue Management, si dice certo che, proprio come durante la pandemia, quando molte ditte si sono trasferite in Florida o in Texas, l’elezione di Mamdani sarebbe disastrosa.
L’ex ministro del tesoro Lawrence Summers ci va giù duro su X: “sono profondamente preoccupato per il futuro del Partito Democratico e del Paese. Come si fa a nominare un candidato che si propone di globalizzare l’intifada e propone politiche economiche trotzkiste?”.
Se alcuni parlano di “scelta suicida”, il mercato ha punito pesantemente alcune banche regionali e società che gestiscono ampi patrimoni immobiliari, con cali talvolta del 7 per cento in un solo giorno. Il clima che si respira nel settore, almeno secondo il pezzo del New York Post, è davvero mefitico: agenti immobiliari come Ryan Serhant subito dopo la vittoria di Mamdani sono stati inondati da chiamate di clienti ansiosi di cancellare le offerte fatte per proprietà a New York.
L’agente è sconsolato: “il mio lavoro tornerà ad essere aiutare la gente a trasferirsi in Florida. Per ora nessuno sembra disposto ad investire un centesimo nella città di New York: sicuramente non prima delle elezioni di novembre”. Chi se lo può permettere sta già valutando di trasferirsi altrove, qualcuno persino a Milano, ma molti preferiranno la Florida, in un numero che un broker ha definito “scioccante”.
Non tutti, però, si sono rassegnati all’inevitabile: Serhant si dice sicuro che il settore immobiliare si schiererà a favore del sindaco uscente Eric Adams, che sta ricevendo donazioni molto cospicue. Pur di evitare che politiche dissennate distruggano quel che è rimasto della Grande Mela, molti sarebbero pronti a mollare il Partito Democratico. Quella di Mamdani potrebbe, insomma, rivelarsi una vittoria di Pirro.