
La riforma costituzionale sulla giustizia è stata approvata in seconda lettura e adesso è tempo di prepararsi alla campagna referendaria. Come ha intenzione di giocarsela il fronte del Sì? A giudicare dalle prime mosse, appare lecito temere che il piglio sarà quello di un seminario universitario, cioè un qualcosa che non scalderà minimamente i cuori di chi pur idealmente sarebbe d’accordo con la riforma ma lontano da questi temi. Affrontare il dibattito referendario in questo modo sarebbe un errore strategico che porterebbe dritti dritti alla vittoria scontata del No.
La strategia del “No”
Guardiamo alle prime mosse fatte fronte del No: l’Associazione nazionale magistrati, riporta Il Foglio, ha ingaggiato l’agenzia di comunicazione Proforma. Per chi non la conoscesse, è stata alla base della vittoria a sorpresa di Nichi Vendola nel 2005 in Puglia, del primo Matteo Renzi rampante 2012-2014, e più in generale cura la comunicazione e le campagne di candidati di centrosinistra.
L’Anm e il collegato Comitato del No – appare chiaro – hanno tutta l’intenzione di puntare a un target ben preciso: elettori di centrosinistra da motivare e mobilitare, e questo non lo farà di certo a colpi di tecnicismi.
È molto probabile che assisteremo a una campagna del no che sarà tutta basata sull’emozione: i buoni che si mobilitano per salvare una cosa a loro cara – in questo caso la Costituzione – contro i cattivoni che stanno attentando ad essa.
È un tipo di narrazione che ha funzionato anche in altre occasioni, come per il referendum 2011 sull’acqua o per un altro referendum costituzionale – quello del giugno 2006 – in cui assistemmo esattamente a questo schema: la sinistra che mobilitò i suoi al grido di “salviamo la costituzione” e il centrodestra non riportò alle urne una metà abbondante degli elettori che l’avevano votato alle politiche di tre mesi prima.
Anm e leader della sinistra sanno di non aver bisogno di entrare troppo nel merito della riforma per motivare i loro, e infatti non lo fanno: prima fra tutte, Elly Schlein si limita a dire che la riforma non tocca “i veri problemi” della giustizia (evviva il benaltrismo) e che è solo un modo per far sì che il governo sia al di sopra della legge. Cose più o meno dello stesso tenore ha detto Giuseppe Conte.
Non discutono il merito: evocano spettri, costruiscono un fortino morale, chiamano a difesa – per l’appunto – i buoni contro i cattivi.
Il Comitato del Sì
Osservando cosa invece accade sul fronte del sì, la sensazione che si ha è che non si sia colta l’importanza della mobilitazione. Il solo Comitato del Sì attualmente costituito è nato in seno alla Fondazione Luigi Einaudi, e da una prima lettura dei componenti non si ha l’impressione che ci sarà una campagna referendaria scintillante: si tratta di persone brillanti e rispettabili, come ad esempio Pierluigi Battista o Ernesto Galli della Loggia, ed è anche apprezzabile la composizione trasversale, con la presenza di personalità storicamente di sinistra come Claudio Velardi o Anna Paola Concia.
Però c’è un però: se dall’altra parte c’è chi sta dicendo che salverà la Costituzione, non si può pensare di conquistare di voti parlando del riequilibrio che porterà la creazione dell’Alta Corte o della scelta dei suoi membri per sorteggio. L’auspicio è che sul fronte del Sì nascano realtà che decidano di giocare la partita in maniera diversa da come appare profilarsi al momento.
Ecco su cosa puntare
Su cosa puntare allora? Il fronte del Sì dovrà da un lato trovare leader riconoscibili che si intestino la battaglia referendaria e dall’altro puntare su temi che mobilitino ad andare alle urne perché se non si mette mano alla magistratura, prima o poi anche il normale cittadino potrebbe pagarne lo scotto diretto o indiretto: d’altronde, perché il cittadino che non sente l’allarme democratico impellente dovrebbe mobilitarsi per una questione che non pensa lo riguardi?
Qui c’è qualche proposta di cavallo di battaglia su cui puntare per evitare di parlare soltanto a chi è già convinto del Sì e arrivare all’elettorato più “distratto”:
- negligenza nella valutazione dei rischi, cioè passare in rassegna tutti quei casi in cui un palese delinquente viene messo in libertà dopo essere stato trattenuto e nel giro di poco torna a delinquere, con nessuna conseguenza per il magistrato che ha preso la decisione;
- errori giudiziari che hanno stravolto la vita delle persone e sistema giudiziario che smentisce sé stesso senza colpo ferire, e qui la casistica varia – per citare i casi più noti – dal caso Garlasco alla vicenda di Beniamino Zuncheddu, al tortuoso percorso che ha portato all’assoluzione di Amanda e Raffaele ma la contemporanea condanna di Rudi Guede;
- “Palamara come il tonno”, per citare il presidente Cossiga, e cioè far diventare virali le ammissioni di Luca Palamara e ricordare che non c’è stata possibilità di intervenire a causa della struttura stessa della magistratura.
Terreno politico
Siamo appena agli inizi della lunga campagna referendaria che ci porterà al voto la prossima primavera, e il fronte del No pare già pimpante: se il fronte del Sì non vuole replicare l’esito del 2006, dovrà capire alla svelta che il terreno di gioco non è tecnico ma è politico.
Per la stessa ragione, il governo non può pensare di muoversi con prudenza, come lascerebbe intendere il sottosegretario Alfredo Mantovano in una intervista al Corriere della Sera, ma Giorgia Meloni dovrà metterci la faccia e rischiare qualcosa: siamo davanti a un’occasione di cambiamento che potrebbe non ripresentarsi per molti anni a venire.
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