
Nel XV canto del Paradiso, Dante fa parlare il suo antenato Cacciaguida per celebrare una Firenze “sobria e pudica”, dove la casa non era oggetto di speculazione politica, ma rifugio, ordine, continuità.
Fiorenza dentro da la cerchia antica
ond’ella toglie ancora e terza e nona
si stava in pace, sobria e pudica
Dice, sottolineando come l’equilibrio sociale fosse frutto di comportamenti liberi e responsabili, non di imposizioni dall’alto. La misura, nel senso classico e giuridico del termine, regnava sovrana: le relazioni erano ordinate, i rapporti di proprietà rispettati, la casa era centro della vita familiare e civile, non bersaglio di legislazioni mutevoli e sospette.
Un altro tipo di ordine
A secoli di distanza, la città di Firenze è divenuta il simbolo di un altro tipo di ordine: quello amministrativo e dirigista, che moltiplica vincoli e divieti a danno di chi semplicemente intende affittare o utilizzare liberamente la propria abitazione.
Il recente regolamento comunale sugli affitti brevi, approvato il 5 maggio 2025 ed entrato in vigore il 31 maggio, introduce infatti divieti estesi, sanzioni pesanti, obblighi documentali sproporzionati. In nome di un malinteso “bene comune”, si colpisce la proprietà privata, si criminalizzano le scelte individuali, si impone un modello unico di convivenza urbana.
Un inferno dantesco
È lo stesso meccanismo di cui il poeta fiorentino denuncia i germi nel VI canto dell’Inferno, dove incontra Ciacco e descrive la città divisa, travolta dalla cupidigia e dall’invidia, preda di “superbia, invidia e avarizia”, i “tre favilli” che accendono i cuori. Firenze – e con essa molte amministrazioni regionali – sembra oggi consumata da una variante di questa trinità: arroganza normativa, invidia sociale e desiderio di controllo.
Nel XVI canto dell’Inferno, è ancora più esplicito il richiamo alla degenerazione del diritto: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”, dice il Vate, notando come il diritto scritto venga eluso o piegato. È il rischio odierno di un’amministrazione che produce norme per governare ogni aspetto del vivere urbano, senza curarsi degli effetti perversi: desertificazione immobiliare, contenziosi infiniti, emigrazione degli investitori, sfiducia generalizzata. Si crea un ambiente ostile, non “giusto”.
Nel canto VI del Purgatorio, invece, l’Alighieri condanna l’Italia come “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, perché abbandonata alla confusione delle norme, all’invasività dei poteri locali, alla frantumazione delle competenze. Lì, la denuncia è tanto più attuale se si pensa alla Babele normativa che affligge oggi il settore immobiliare: leggi comunali, regionali, statali, tutte sovrapposte, incoerenti, contraddittorie.
È il trionfo del capriccio amministrativo sul diritto stabile, della discrezionalità sull’affidamento. In questa confusione, nessuno costruisce, nessuno investe, nessuno osa.
L’autore della Commedia, come può facilmente arguirsi, non fu certo un teorico della proprietà nel senso moderno. Nonostante ciò, comprese la necessità di un ordine che non fosse calato dall’alto, bensì radicato nella consuetudine, nel rispetto delle relazioni libere.
Nel XVI canto del Paradiso, afferma che “la gente nuova e i sùbiti guadagni hanno generato orgoglio e dismisura”. È esattamente ciò che accade quando si creano interventi normativi per colpire chi ha investito legittimamente nella casa, in nome di una presunta equità che cela solo invidia o malcelata ostilità verso l’iniziativa individuale.
L’ingerenza del potere
Non è un caso che i divieti del capoluogo toscano sugli affitti brevi arrivino insieme ad altre proposte: nuove tasse, obblighi per chi affitta, vincoli sui subentri, liste pubbliche di locatori, quote “etiche” di alloggi. Si tenta di pianificare la città come se fosse una caserma. Ma la città è un organismo vivo, come la città del Giglio che il profeta morale del Medioevo amava: fatta di case, di individui, di scelte autonome. Ogni tentativo di ridurla a modello prestabilito è fallimentare.
Le ultime notizie confermano questa deriva. Il suo sindaco ha dichiarato di voler estendere i divieti anche oltre il centro, mentre la Regione Toscana prevede incentivi solo per chi aderisce ai “canoni etici”, ovvero imposti dall’alto. Nessuno parla più di costruire di più, di semplificare, di restituire fiducia a chi investe. Nessuno ricorda che un alloggio in più riduce i costi per tutti. Si preferisce redistribuire ciò che già esiste, ignorando il rischio di sottrarlo al mercato del tutto.
Dante, nel suo capolavoro, non elogia mai l’ingerenza del potere nel privato. Al contrario, ogni volta che il potere supera i suoi limiti, genera caos. Non è con le ordinanze che si ristabilisce la pace sociale, ma con il rispetto delle libertà fondamentali. Anche – e soprattutto – quella di abitare come si vuole, nella propria casa.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.
(Paradiso, XVII, 58-60)
Chi espropria le libertà, anche con norme “democratiche”, condanna i cittadini all’altrui scala. E al pane degli altri. Ma la libertà non ha scale né padroni. Ha solo case, e porte aperte. E quando si pretende di governare la vita economica delle persone come se si potesse separarla dal resto della loro esistenza, si finisce per controllare i mezzi con cui ognuno realizza i propri fini.
Perché, come ha scritto Friedrich A. von Hayek, “il controllo economico non è solo il controllo di un settore della vita umana che può essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per conseguire tutti i nostri fini“.