
Pare che il nuovo rito di passaggio all’italianità non sia più il servizio militare, il saio bianco con le manine giunte davanti al prete per fare la comunione o la prima volta allo stadio con papà, ma un foglio firmato dal preside. Hai fatto un ciclo scolastico in Italia? Prego, cittadinanza. Il tricolore è servito. È il patriottismo all’ora di religione, versione 2.0.
Ora, a scanso di equivoci: ho studiato a Durban, Sudafrica, eppure non ho mai sentito il bisogno di un assegno di identità Zulu. Né a Tokyo mi è venuta voglia di mettermi in fila per un passaporto giapponese. E sì che facevo pure gli ideogrammi meglio di molti nativi. Ma lì nessuno ti proponeva di diventare cittadino solo perché avevi imparato a dire “sumimasen” senza sembrare ubriaco.
Ma in Italia no. In Italia si è scoperto che studiare = essere. Hai frequentato le medie a Bergamo? Sei più italiano di Dante. Questo è lo spirito dello “ius scholae”: la cittadinanza come pagella.
Sinistra a caccia di voti
Si dirà: ma sono residenti legali, pagano le tasse, vivono qui. Vero. Ma la residenza dà già accesso alla scuola, alla sanità, perfino alla burocrazia dell’Inps (che è un bel test di italianità, tra l’altro). Cosa manca? Il diritto di voto. Bene: è esattamente quello che la sinistra globale, in piena crisi d’identità e abbandonata dagli operai ormai leghisti o melonizzati, vuole offrire.
In cambio di cosa? Di un voto fedele. È la nuova strategia: se il proletariato non ti ama più, importane uno nuovo. Ché Marx non lo aveva previsto, ma Gramsci sì: il blocco storico, oggi, si fabbrica con il permesso di soggiorno.
Nel frattempo, gli altri — i veri altri — osservano. I cinesi rimangono cinesi. I giapponesi rimangono giapponesi. Gli arabi rimangono arabi. È solo in Europa che si pensa che due impiegati area II del Viminale e un timbro su un modulo bastino a trasformare un’identità. Un po’ come pensare che basti guardare tre volte Il Gattopardo per diventare siciliano (ma bello come Kim Rossi Stuart sicuramente no).
Questa faccenda dello ius scholae non ha nulla a che vedere con l’integrazione. È una scorciatoia ideologica, un placebo politico. La cittadinanza come zuccherino per compensare il fallimento delle politiche sociali. Una soluzione da talk show per un problema che è tutto culturale, linguistico, sociale. Davvero si pensa che dare la cittadinanza a chi ha fatto le scuole in Italia porti magicamente coesione, appartenenza, senso civico? Allora diamo anche il Nobel a chi ha fatto il liceo scientifico. E magari la patente solo per chi ha letto Manzoni.
A chi giova
Il punto è che dietro lo ius scholae non c’è la compassione, ma la strategia. Serve al Pd, o, meglio, a quel che ne resta: la sinistra degli appelli, dei calendari di Renzie e di Callende, che sogna un nuovo centro con il baricentro a sinistra — un’idea così innovativa che neanche Amintore Fanfani, sotto acido, avrebbe osato. E siccome elettori non ne hanno più, cercano di costruirli con la legge. Letteralmente.
Ma se proprio vogliamo parlare d’integrazione vera, diciamolo chiaro: non si ottiene con lo ius scholae, né con il passaporto, né con l’inno imparato a memoria. Si ottiene solo con il komunismo. Ma quello serio, con la k. Quello in cui non hai bisogno della cittadinanza, perché lo Stato possiede tutto, anche la tua identità.
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