La Chiesa torni a fare la Chiesa invece di invocare l’intervento statale

Dopo un secolo di alleanze tra altari e potere, un liberale chiede a Leone XIV di sottrarre la Chiesa alla tentazione dirigista, di restituirle il primato della libertà, di parlare all'uomo libero, non al suddito

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C’è una domanda che chi crede nella libertà individuale e nella cooperazione sociale volontaria non può più eludere: cosa può chiedere alla Chiesa di oggi? E più precisamente: cosa dovrebbe chiedere al nuovo Papa Leone XIV, dopo oltre un secolo di pronunciamenti sociali, dottrine economiche travestite da esortazioni morali e continue invocazioni all’intervento statale? La risposta, nella sua essenzialità, è spiazzante per quanto radicale: che la Chiesa torni a fare la Chiesa. E smetta di invocare lo Stato.

La Chiesa del Novecento

Chi ha creduto in un Dio che si è fatto uomo per liberare l’uomo dalla paura non può rassegnarsi a una Chiesa che si è fatta potere per governarlo. Questo è, in fondo, ciò che ha segnato l’evoluzione del cattolicesimo novecentesco: dalla Dottrina sociale che guarda con sospetto al mercato, fino alla “Chiesa in uscita” che sconfina, di continuo, nel campo della pianificazione pubblica, del fisco redistributivo e della regolazione dell’economia.

Il Novecento è iniziato con Pio XI che, nel 1931, nella Quadragesimo anno ha teorizzato la “funzione sociale” della proprietà e chiesto limiti e interventi pubblici, contribuendo a delegittimare l’idea stessa di libertà economica. Un documento che ha, in parte, assecondato il clima autoritario dell’epoca, in cui lo Stato era visto come strumento organico di giustizia sociale. Il pensiero della responsabilità individuale veniva così confinato ai margini, trattato alla stregua di un’ideologia disumana.

Papa Wojtyla

Ben diverso, almeno nei toni, è stato Giovanni Paolo II, che nel 1991 ha pubblicato la Centesimus annus, aprendo con cautela al mercato e riconoscendo che “l’economia d’impresa” non è, in sé, da condannare. È stato un riconoscimento parziale del ruolo positivo che l’iniziativa privata può svolgere nel promuovere lo sviluppo umano.

Tuttavia, questa apertura è stata subito attenuata da continui richiami alla necessità di “correttivi pubblici” e da una visione della proprietà privata subordinata alla “destinazione universale dei beni”, principio ribadito con forza anche nella precedente enciclica Sollecitudo rei socialis del 1987. In entrambe le opere, pur riconoscendo alcune dinamiche virtuose dell’economia di mercato, il Pontefice ha insistito sul primato della solidarietà e dell’intervento statale, collocando così l’individuo in posizione subordinata rispetto a un ordine collettivo che resta indefinito, ma normativamente vincolante.

Papa Bergoglio

Con Papa Francesco si è arrivati a una visione decisamente interventista. Il suo linguaggio è stato spesso ostile al mercato e alla libera iniziativa. Nelle encicliche Evangelii gaudium e Laudato si’, il capitalismo è persino accusato di “esclusione” e la crescita economica viene rappresentata come un problema, non come una risorsa.

Il medesimo Pontefice ha invocato più tasse per i ricchi, più regolamentazione ambientale, più presenza pubblica nelle scelte economiche. È una pastorale che sovrappone al messaggio evangelico una proposta politica che un liberale non può che rifiutare.

Rivalutare le proprietà

Ed è da questo scenario che nasce l’appello al nuovo Papa Leone XIV. Un appello semplice e rivoluzionario: rinunciare alla tentazione costante di chiedere alle istituzioni politiche ciò che la comunità cristiana può fare da sé. Chi crede nella supremazia della persona sull’autorità non chiede alla Chiesa di tacere sulle ingiustizie, ma di non trasformare ogni ingiustizia percepita in un obbligo fiscale, ogni precetto morale in un vincolo legislativo, ogni preferenza etica in un dovere giuridico.

Chi difende la società aperta non contesta il valore della carità, ma la pretesa di farla esercitare con la minaccia della legge. Non rigetta il principio di solidarietà, ma lo difende dal suo snaturamento coercitivo. Chiede, insomma, alla Chiesa di tornare a essere madre, non matrigna: capace di indicare ideali, senza pretendere che diventino norme imposte con la forza dello Stato.

Non solo: si domanda che venga rivalutata la proprietà privata come fondamento della dignità umana, come spazio in cui si esercita la responsabilità, non come peccato da espiare. Che il profitto non venga demonizzato, ma capito nel suo valore creativo e cooperativo. Che il mercato non sia più il capro espiatorio delle disuguaglianze, ma venga riconosciuto come il più grande strumento pacifico di scambio tra liberi e uguali.

Un’occasione storica

In un’epoca in cui lo Stato è sempre più vorace e le libertà individuali sempre più assediate, la Chiesa ha un’occasione storica: sottrarsi alla tentazione dirigista che ha conquistato troppi pulpiti e riscoprire, finalmente, il suo compito più nobile. Quello di parlare all’uomo libero, non al suddito. Di convincere, non di costringere. Di ispirare, non di legiferare.

Perché la verità, quando ha bisogno di farsi legge, smette di essere persuasiva. E il Vangelo, quando si trasforma in codice, smette di essere buona novella e finisce per compromettere non solo la libertà, ma anche la morale.

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