
Nel 1954, Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, si rivolge a Luigi Sturzo con tono accorato. Lo invita a provare a “fare il sindaco” per toccare con mano la sofferenza degli operai licenziati. Difende così la statalizzazione della Nuova Pignone, ottenuta grazie all’intervento dell’Eni, come atto di giustizia evangelica. In una delle sue lettere scrive:
Che deve fare il sindaco, cioè il capo ed in certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista?
Sturzo risponde prontamente e con fermezza. Il 13 maggio 1954, in un articolo sul Giornale d’Italia dal titolo provocatorio “Statalista, La Pira?”, scrive:
La sicura affermazione di La Pira – che il mondo civile vada verso la soppressione di ogni libertà economica, per affidare tutto allo Stato – deriva da una non esatta valutazione delle fasi monetarie, finanziarie ed economiche del Dopoguerra sia in America che in Europa.
E aggiunge:
Mi pare di sentire l’eco del motto mussoliniano: “Tutto per lo Stato, nello Stato, nulla fuori e contro lo Stato”. Questo io lo chiamo statalismo, e contro questo dogma voglio levare la mia voce senza stancarmi finché il Signore mi darà fiato.
Per il sacerdote siciliano, l’errore sta nel fare dello Stato un idolo, un Leviatano mascherato da buon samaritano.
La proposta della commissaria Ribera
Una logica simile riaffiora nel progetto europeo di sostegno all’industria green. In una recente intervista al Financial Times, la commissaria Teresa Ribera propone di sostituire i sussidi diretti con la partecipazione pubblica nelle imprese strategiche.
Il meccanismo consisterebbe nell’iniettare capitale pubblico nelle aziende del settore tecnologico ed energetico, con l’idea che i profitti, se realizzati, rientrino “a beneficio collettivo”. Non si tratta di piccoli interventi, ma di una cornice normativa nuova per l’intera politica industriale europea.
Allo stesso tempo, la medesima Ribera respinge le proposte più apertamente protezionistiche, come le clausole “Buy European”, dichiarandole illegali ma spingendo per aggirarle con nuove regole di appalto.
Un cambio di paradigma
Siamo davanti a un cambio di paradigma, che sostituisce l’idea di un mercato concorrenziale con quella di un’economia “governata”. La Commissione propone di agire non come arbitro imparziale, ma come azionista attivo.
L’Unione si accredita così come soggetto che coordina gli investimenti secondo finalità dichiarate superiori – la decarbonizzazione, la sovranità tecnologica – ma in realtà si muove verso una forma opaca e centralizzata di direzione economica. È un salto di qualità nel controllo politico dell’economia. E come ogni intervento orientato dal centro, produce conseguenze gravi e durature.
L’illusione della pianificazione
Ma l’idea che il potere pubblico debba intervenire direttamente nel capitale delle imprese si fonda su un errore teorico e pratico: quello di credere che sia possibile concentrare in una cabina di regia una conoscenza frammentata, contestuale, mutevole.
Ogni governo che pretende di individuare dall’alto i settori “giusti” finisce inevitabilmente per favorire le imprese più vicine al potere, non quelle più capaci. I capitali non vengono diretti verso le soluzioni più produttive, ma verso quelle politicamente più convenienti.
Si ripropone così l’antica illusione della pianificazione onnisciente: l’idea che esista qualcuno in grado di sapere meglio dei singoli attori dove investire, cosa produrre, come innovare. Ma il sistema dei prezzi, quando è libero, trasmette segnali che nessun decisore politico può replicare. Intervenire nel processo significa manomettere l’unico meccanismo in grado di coordinare conoscenze disperse e incentivi divergenti.
Lo stesso Sturzo contesta con decisione la concezione di Stato sostenuta da La Pira, quella per cui “l’economia moderna è essenzialmente di intervento statale”. Secondo lui, se questa definizione viene presa alla lettera, essa “toglie allo Stato moderno la caratteristica di Stato di diritto e lo definisce Stato totalitario“.
Effetto spiazzamento
Il risultato è una distorsione strutturale del mercato: le scelte economiche non nascono più da valutazioni competitive, ma da criteri amministrativi. Le imprese non rispondono più ai consumatori, ma ai funzionari. L’errore di allocazione si propaga, crea illusioni occupazionali, mantiene in vita attività che, in un contesto aperto, sarebbero naturalmente sostituite da soluzioni migliori. E lo fa drenando risorse da chi, invece, dovrebbe innovare e rischiare.
Lo diceva con lucidità Angelo Costa, presidente della Confindustria all’epoca della Nuova Pignone, in una lettera a La Pira: “Se anche allevia qualche miseria, altre e più gravi ne provoca. E delle miserie, anche quando non cadono direttamente sotto i nostri sensi, si ha il dovere di preoccuparsi”.
Secondo i citato leader degli industriali, l’amministrazione pubblica, nel voler fare del bene immediato, finisce per danneggiare gli equilibri più profondi che sostengono lo sviluppo. E concludeva: “Con la carità si può, si deve fare molto, ma in nome della carità non si può presumere di superare le leggi dell’economia”.
Chi imposta l’economia su partecipazioni pubbliche incoraggia l’effetto di spiazzamento: i capitali privati si ritirano, scoraggiati dalla concorrenza sleale dell’intervento statale. Le decisioni di investimento vengono congelate o deviate. Invece di stimolare la crescita, la mano pubblica finisce per soffocarla.
L’apparente stabilità che promette è in realtà un freno all’adattamento e un incentivo alla rendita politica. La concorrenza viene sterilizzata, l’efficienza diventa marginale, e la responsabilità si dissolve.
Il caso della Nuova Pignone lo dimostra. Un intervento motivato da slancio etico che però ha legittimato una stagione di espansione pubblica inefficiente, burocratica, opaca. Un precedente che ha dato voce a un’idea pericolosa: che lo Stato, se mosso da intenzioni buone, possa sostituirsi al mercato senza conseguenze. Ma un’economia sana non si misura dalle intenzioni: si misura dalla capacità di produrre ricchezza diffusa, innovazione, soluzioni spontanee.
Tecnologie per decreto
In nome della transizione ecologica si replica oggi lo stesso schema. Si invoca l’intervento con finalità strategiche, ma si aggirano i principi generali con deroghe, preferenze e regole su misura. Le imprese vengono selezionate politicamente, le tecnologie favorite per decreto. E intanto la concorrenza si comprime, l’efficienza si aggira, la responsabilità si annulla.
Un assetto che voglia favorire la prosperità diffusa deve riconoscere i limiti della pianificazione. Nessun ufficio può sostituirsi ai segnali del mercato. Nessun comitato, per quanto competente, può anticipare l’esito delle scelte individuali. Le decisioni migliori emergono non dall’uniformità imposta, ma dalla pluralità sperimentata. E questo richiede un quadro di regole certe, non partecipazioni pubbliche in società selezionate per obiettivi politici.
Non si tratta di negare obiettivi collettivi, ma di pretendere che vengano perseguiti senza annientare il pluralismo dei metodi. Chi vuole davvero promuovere una crescita autentica non deve guidare i capitali, ma liberarli. Perché la libertà economica – quella reale – non si garantisce con quote pubbliche in azienda, ma lasciando che le imprese possano rischiare, sbagliare, apprendere e migliorare. Senza la tutela del potere.
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