
Credo che la separazione dei poteri in Italia sia un concetto non più praticabile e ciò per ragioni storiche e culturali. La magistratura ancora oggi continua a spingere, ad esempio, per la reintroduzione del reato di abuso d’ufficio. Lasciate stare questa cosa dell’Europa che richiederebbe di reintrodurre il reato, questione che, probabilmente, è mal rappresentata.
Le domande sono, invece, queste:
1) È normale che i magistrati facciano campagna politica pro o contro questo o quel reato, pro o contro questa o quella riforma della tal o della talaltra materia?
2) Perché la politica non riesce a rappresentarsi agli occhi del corpo elettorale come più credibile della magistratura?
Magistrati legislatori
La prima questione credo possa essere così affrontata: i magistrati (non tutti naturalmente) si ritengono portatori di una specifica e ben determinata visione del mondo, si ritengono portatori di quello che possiamo definire un preciso indirizzo politico.
Nelle vesti di magistrati non pensano di doversi limitare ad applicare la legge quale che essa sia e di rivolgersi alla Corte costituzionale o alle corti europee per il caso in cui ravvisino un contrasto. Questo ampio settore della magistratura vuole fare il legislatore, vuole essere lui a stabilire le regole del gioco, non limitandosi a giudicare sulla base delle regole stabilite dal Parlamento.
Il caso dell’abuso d’ufficio è eloquente: qual è la ragione per la quale molti magistrati che si stanno esponendo, con critiche anche dure, sono per la reintroduzione di questa fattispecie? La valutazione in ordine al bene giuridico da tutelare, al rilievo della condotta (se merita o non merita di essere prevista come reato) non è la funzione propria del Parlamento? E quella della magistratura non è semplicemente di applicare la legge ai casi concreti?
Ma in Italia dall’inizio degli anni ’90 la magistratura (ampi settori) non vuole applicare la legge, vuole farla, non vuole concedere al Parlamento di indicare la direzione verso la quale l’ordinamento sociale deve andare, vuole stabilirla lei quella direzione. Vale per l’abuso d’ufficio, vale per le modalità con le quali lottare contro la mafia e la corruzione, vale per le politiche migratorie, vale per il diritto di famiglia e vale un po’ per tutto.
Come se non bastasse, adesso l’Anm, per bocca del suo presidente dimissionario che ha parlato di “delega forte”, sembra sentirsi investita dal corpo elettorale, che a maggioranza si è espresso per il no al referendum costituzionale, della fiducia e del mandato per gestire il dossier giustizia. Per essere chiari: l’Anm ritiene di avere ricevuto un mandato dagli elettori. Tra parentesi, chissà cosa ne pensano al Quirinale…
I magistrati che lottano giornalmente per uno specifico indirizzo politico non vogliono applicare le leggi, vogliono farle e infatti la maggior parte di questi appartenenti all’ordine giudiziario finisce poi in politica (potemmo fare decine di nomi).
E perché finiscono in politica? Perché il loro tic culturale è sempre stato quello di volere “ordinare” la società, ma l’ordinamento lo costruisce il Parlamento (entro determinati limiti) non certo la magistratura.
Se volessimo ridurre all’osso la questione sarebbe tutta qui: questi magistrati (oramai troppi) vivono per applicare la legge o per fare giustizia nel mondo? È chiaro che vivono per fare giustizia nel mondo, con le leggi che più gli aggradano e quando queste leggi sono differenti dalle loro preferenze pretendono di farsi legislatori.
La storia italiana degli ultimi trent’anni è tutta qui. Il principio di separazione dei poteri è stato fatto a pezzi a livello culturale e di costituzione materiale. La Repubblica è giudiziaria perché la magistratura pretende di farsi legislatore.
Magistrati più credibili dei politici
E veniamo alla seconda questione: perché in questa battaglia politica-magistratura, la prima soccombe e la seconda vince? Perché la magistratura ha oramai il favore della maggioranza dell’opinione pubblica?
Anche qui le ragioni risiedono nella storia recente. Dal 1992 in poi i magistrati sono diventati miti da venerare perché: 1) sono state le vittime principali della lotta alla mafia, 2) sono stati tra i protagonisti (non esclusivi) della lotta alla mafia, 3) sono stati tra i protagonisti della lotta alla corruzione, 4) hanno inondato le scuole, la stampa e il dibattito pubblico con la loro presenza e i loro simboli (la scorta soprattutto) rappresentandosi come i salvatori della patria, i giustizieri del mondo.
Di contro la classe politica ha perso credibilità, è stata scoperta a colludere con mafia e corrotti e la parte sana dei politici non è riuscita ad acquistare credibilità, anche a causa di un’opinione pubblica radicalmente ignorante e populista.
A tutto questo si aggiunga che metà del ceto politico, con una condotta che meriterebbe di essere definita squallida, parteggia per la magistratura per fare fuori l’altra metà e conquistare un successo effimero.
Si è così consolidata una lotta fra il bene e il male: il bene sono i magistrati, novelli eroi della Marvel con scudi e scorta al seguito, il male è la politica, di centrodestra soprattutto. E al cinema, come nell’arena, si tifa sempre per i buoni.
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