Manovra, aperta la caccia ai sussidi. Ma la produttività non nasce a Palazzo

La redistribuzione centralizzata non crea nuova ricchezza: la sposta, spesso con enormi costi di intermediazione. E le imprese abituate agli incentivi dimenticano come soddisfare il mercato

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Giorgetti Orsini

La discussione sulla manovra di bilancio 2026 si sta orientando, ancora una volta, attorno ad un equivoco di fondo: credere che la crescita economica possa essere generata da un nuovo piano straordinario di finanziamenti pubblici. La proposta avanzata dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che chiede 8 miliardi all’anno per tre anni da destinare alle imprese, è emblematica di una mentalità che continua a guardare allo Stato come motore della produttività.

Ebbene, la realtà, se solo si vuole osservarla senza lenti ideologiche, è ben diversa. Infatti, non è negando l’importanza delle imprese che si può criticare questa impostazione. Anzi: esse rappresentano la colonna vertebrale della società e della prosperità. Proprio per questo, però, esse devono essere lasciate libere di competere, innovare, crescere senza vincoli eccessivi.

Caccia ai sussidi

Quando si parla di “piani straordinari”, inevitabilmente si intende un flusso di risorse sottratte altrove: dalla tassazione dei cittadini, dal debito pubblico, da altri settori che non godono di protezione politica. La redistribuzione centralizzata non crea nuova ricchezza: la sposta, spesso con enormi costi di intermediazione.

Orsini ha tuttavia ragione quando denuncia l’insufficienza di un semplice taglio dell’Irpef: le buste paga non aumentano con una misura una tantum. La risposta però non può essere quella di sostituire ad un intervento marginale un massiccio programma di incentivi. Se si vuole davvero liberare il potenziale delle imprese, la strada è un’altra: riduzione strutturale e permanente della pressione fiscale, semplificazione normativa radicale, certezza del diritto. In una parola, meno Stato e più mercato.

Il nodo non è rifinanziare Industria 4.0, 5.0 o addirittura inventarsi un piano “6.0”: il nodo è che queste misure hanno finito per alimentare dipendenze, orientando le scelte imprenditoriali verso i sussidi più convenienti invece che verso le strategie più redditizie. Chi produce deve rispondere ai consumatori, non agli uffici ministeriali. L’esperienza insegna che, quando le imprese si abituano agli incentivi, diventano più attente a come ottenere fondi pubblici anziché a come soddisfare la domanda di mercato.

Lezioni del passato

Non è inutile ricordare che, storicamente, ogni volta che il potere politico ha tentato di sostituirsi alla libera iniziativa con piani straordinari, i risultati sono stati fallimentari. Già nel XVII secolo Richard Cantillon aveva messo in guardia contro l’illusione che i sussidi potessero generare prosperità, mostrando come finissero per alimentare solo distorsioni e privilegi.

Un secolo dopo, Adam Smith ha ribadito che nessun governo possiede la conoscenza diffusa necessaria a guidare l’economia meglio della “mano invisibile” del mercato. Anche la letteratura ha spesso colto questo paradosso: nel Candido di Voltaire, la promessa di un mondo ordinato dall’alto si rivela un’illusione, e solo il “coltivare il proprio giardino” restituisce agli individui il senso della responsabilità e della libertà.

Queste lezioni del passato aiutano a comprendere anche i problemi attuali. Lo stesso discorso vale per la questione energetica: non servono decreti emergenziali che rincorrano le oscillazioni dei prezzi, occorre invece un assetto competitivo che liberi investimenti e innovazioni nel settore. Ogni volta che il governo “disaccoppia”, “compensa” o “sussidia”, si sostituisce al libero incontro tra domanda e offerta con meccanismi artificiosi, destinati a creare nuove distorsioni.

Anche sul fronte europeo, la richiesta di Eurobond rientra nella medesima logica: trasferire al livello comunitario ciò che gli Stati non riescono a gestire a livello nazionale. Invero, i debiti comuni non eliminano i problemi: li condividono, scaricandoli sui contribuenti futuri.

Dall’altra parte, il mondo politico non appare più lungimirante. La Lega rilancia la flat tax al 15 per cento, una misura che potrebbe avere un impatto positivo se fosse davvero universale e stabile, ma allo stesso tempo invoca una nuova “pace fiscale” e perfino un prelievo straordinario sui profitti delle banche. Qui emerge la contraddizione di una politica che, mentre proclama di voler ridurre le tasse, non rinuncia mai a esercitare il potere discrezionale sulla ricchezza prodotta da altri.

Lo stato come distributore

In definitiva, il problema è che si continua a immaginare lo Stato come un distributore automatico di risorse. Si parla di “investimenti” pubblici come se fossero denaro creato dal nulla, dimenticando che ogni euro elargito proviene dalle tasche dei cittadini o dall’indebitamento che ricadrà sulle generazioni future. La produttività non si stimola a colpi di finanziamenti, bensì rimuovendo gli ostacoli che oggi la soffocano: burocrazia, incertezza fiscale, giustizia lenta, dirigismo normativo.

Banco di prova

La vera scelta di politica economica non è pertanto tra taglio dell’Irpef e incentivi all’industria, è tra un sistema che affida al mercato il compito di decidere dove investire e uno che rimette al governo la regia dello sviluppo. Nel primo caso, gli imprenditori rischiano e innovano per soddisfare i bisogni reali degli individui; nel secondo, si affannano a intercettare fondi e protezioni, alimentando rendite e privilegi.

Solo il primo modello ha dimostrato, ovunque nel mondo e in ogni epoca, di poter garantire prosperità diffusa. È illusorio credere che piani calati dall’alto possano sostituirsi alla creatività e alla responsabilità personale. Il compito del potere politico e dello Stato non è pianificare la crescita, ma garantire un quadro stabile di regole generali, proteggere i diritti di proprietà, assicurare la certezza dei contratti. Tutto il resto spetta al libero gioco della società e dell’economia.

La manovra in discussione è dunque un banco di prova: potrà essere l’ennesimo compromesso dirigista, che alimenta aspettative e delusioni, oppure un’occasione per restituire ai cittadini e alle imprese la libertà di decidere il proprio futuro. La scelta non riguarda solo i numeri di bilancio, investe il modello di convivenza che vogliamo: una comunità di individui liberi o una società di beneficiari dipendenti dal potere politico.

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