
C’è un momento in cui le emergenze passano e resta solo l’arroganza del potere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga sequenza di eccezioni, deroghe, decreti. L’emergenza pandemica ha fornito la giustificazione perfetta per sospendere diritti, alterare rapporti, forzare contratti.
Ma ora arriva uno stop importante: la Cassazione, con la sentenza n. 16113 del 16 giugno 2025, ha detto chiaramente che il Covid non è un pretesto per riscrivere i contratti a colpi di interventi dei Tribunali.
Diritto e libertà
Il caso riguardava una locazione commerciale di un immobile: la parte conduttrice, lamentando la drastica riduzione delle entrate durante il lockdown, aveva chiesto ai giudici una riduzione giudiziale del canone. In sede di merito era stata accolta tale impostazione. Ma la Suprema Corte ha posto un argine netto: il giudice non può modificare l’accordo pattuito, anche di fronte a una crisi sanitaria globale. Il che ha comportato e comporta che né l’emergenza e neppure l’intervento normativo possono giustificare un obbligo di rinegoziare i patti.
Il principio, però, è ben più ampio: nessun magistrato può imporre la riduzione di un canone solo perché c’è stata una crisi sanitaria e lo Stato ha bloccato tutto. Il diritto non si piega all’emozione, e un contratto non diventa un optional solo perché cambia il vento politico. È una pronuncia che riconsegna ai cittadini un pezzetto della loro libertà: quella di stipulare accordi, di onorarli, di sapere che valgono. Perché dove il contratto non è più vincolo ma concessione, la libertà è solo una parola vuota.
La pandemia come grimaldello
Negli ultimi tempi, invece, si era fatto largo un pensiero velenoso: siccome c’è stato il lockdown, allora tutto è rimesso in discussione. Canoni da tagliare, affitti da sospendere, obblighi da disattendere, rilasci di immobili da impedire. Sempre, ovviamente, a senso unico: chi chiede lo sconto lo fa per legge, chi lo subisce lo fa per forza.
Eppure, nessun evento emergenziale può giustificare la cancellazione del principio di responsabilità. Se ogni volta che succede qualcosa i decisori politici possono riscrivere le regole, allora nessuno potrà più programmare, investire, decidere. Il contratto è infatti l’ultima difesa contro l’arbitrio.
E la Suprema Corte, in questa decisione, ha avuto il coraggio di dirlo. Ha riconosciuto che le restrizioni anti-Covid possono incidere sulla responsabilità per inadempimento – e ci mancherebbe – ma non possono creare dal nulla un diritto alla riduzione unilaterale delle obbligazioni. Non è il giudice a decidere cosa è giusto pagare. Non è l’emergenza a fare le regole.
Chi non riesce più a sostenere un contratto ha già un rimedio: la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta. Non può però pretendere che sia il tribunale a riscrivergli il prezzo. Né può usare la pandemia come grimaldello per ottenere vantaggi che altrimenti non avrebbe avuto.
Nel frattempo, lo Stato – che durante la pandemia ha costretto a chiudere negozi, attività, uffici – si è ben guardato dal tagliare le tasse, dall’azzerare i contributi, dall’alleggerire la pressione. Ha trasformato la crisi in una leva per espandere il proprio potere. E molti hanno pensato che lo stesso principio potesse valere anche tra privati. Ma la libertà non è un affare a somma zero: o vale per tutti, o non vale per nessuno.
Pilastro della convivenza civile
La sentenza rimette al centro l’autonomia, la volontà, la certezza. Afferma che il contratto è un pilastro della convivenza civile, e non un foglio da stracciare quando le cose si complicano. Sostiene che il potere pubblico può sospendere le libertà, ma non i doveri altrui. E soprattutto, dice che la giustizia non è redistribuzione, ma garanzia. Per chi difende il mercato, la proprietà, il diritto di scelta, è un segnale positivo. Non tutto è perduto. C’è ancora una parte dell’ordinamento che rammenta cos’è la libertà: la possibilità di accordarsi senza che qualcuno, domani, venga a cambiare le carte in tavola.
Nel tempo della pretesa “flessibilità” contrattuale, il diritto ci ricorda — talvolta con voce flebile, talvolta con il tono solenne della citata magistratura di ultima istanza — che la parola data ha un valore. Non è solo una questione tecnica. È in gioco la tenuta dell’intero edificio democratico e liberale, che si regge sul fondamento volontaristico dell’azione umana. Senza il rispetto dei patti, non c’è fiducia. Senza fiducia, non c’è cooperazione. E senza cooperazione volontaria, ogni relazione sociale si deteriora in arbitrio e costrizione.
Questa idea — che il contratto sia impegno vincolante e non concessione revocabile — non nasce per caso. È il risultato di una lunga evoluzione giuridica e morale che ha consacrato, nei secoli, il principio pacta sunt servanda come fondamento della convivenza civile.
Dal diritto romano a Hume
Eppure, nel diritto romano classico, esso non esisteva come regola generale: si distingueva tra pactum nudum e contractus, riconoscendo valore giuridico solo ad alcune figure tipizzate. A rivoluzionare la prospettiva furono i canonisti medievali, da Huguccio ad Antonius de Butrio, che affermarono con forza che ogni promessa liberamente assunta obbliga in coscienza e in diritto, anche in assenza di formalismi.
Su quel terreno è poi fiorita la riflessione della filosofia giusnaturalistica: Grozio e Pufendorf hanno innalzato il richiamato pacta sunt servanda a norma universale, valida anche nei rapporti tra sovrani, perché la parola data — libera, consapevole, responsabile — è la più compiuta espressione della libertà.
In quella visione, il contratto non è solo uno strumento tecnico, ma un atto di autodeterminazione che lo Stato deve garantire, non sovvertire. Il diritto internazionale moderno ne è l’erede diretto, e ogni società libera dovrebbe riconoscervi uno dei propri pilastri fondamentali.
Non è un caso se, in un simile contesto, David Hume abbia osservato che “le promesse sono invenzioni umane, fondate sulle necessità e sugli interessi della società”. Nessun obbligo discende meccanicamente dalla natura, ma nasce da una convenzione libera e razionale: un accordo per regolare la cooperazione tra individui. La promessa, dunque, non è una finzione, ma la più civile delle istituzioni: un meccanismo volontario che sostituisce la violenza con la fiducia.
Un atto politico
Rebus sic santibus, difendere pacta sunt servanda oggi non è formalismo: è un atto politico. Significa opporsi all’idea che l’amministrazione statale, o il giudice, possano piegare gli impegni privati in nome di un astratto interesse collettivo. Significa credere che la libertà sia incompatibile con l’insicurezza giuridica, e che nessuna emergenza può legittimare la riscrittura retroattiva degli accordi.
In un mondo che relativizza tutto, tenere fede a un patto è forse la più grande forma di resistenza civile. Del resto, l’idea che la giustizia consista nel rispetto degli impegni era già scolpita nel pensiero romano, riassunta da Ulpiano in tre principi essenziali: “honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere”. (“Vivere onestamente, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo”).