Partiti senza leader e leader che non fanno un partito

Un leader non dovrebbe sopravvivere, politicamente parlando, al progetto che lo ha portato in vetta e un partito dovrebbe sopravvivere al suo leader

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L’implosione pentastellata suscita speranze e timori, gioie e dolori. Si tratta di una buona o di una cattiva notizia? Domanda riduttiva. Il fenomeno grillino andrebbe invece compreso nella sua complessità.

Cosa hanno in comune 5 Stelle e Pd

Il Movimento 5 Stelle possiede una caratteristica in comune con il Pd, il fatto di non essere un partito di tipo personale o a guida carismatica. Esistono, certo, tra le sue fila figure più note, ma manca un federatore, un leader, un trascinatore delle masse, nonché un decisionista.

Lo stesso Beppe Grillo non possiede tutte insieme tali caratteristiche. Appare, semmai, come una voce esterna critica e pungolante, ma poco più.

Lo stesso vale per il Pd che, nel corso degli anni, ha cambiato spesso il suo segretario, ricorrendo a figure sbiadite e non sempre all’altezza di quelle passate.

Entrambi, sia il Movimento che il Pd, hanno subito uno strappo, una mutilazione, durante la legislatura in corso: Luigi Di Maio ha infatti seguito le orme di Mattero Renzi. La nascita di Insieme per il futuro non è così dissimile da quella di Italia Viva.

La resilienza del Pd

Il Pd, tuttavia, mostra di avere sviluppato una resilienza incredibile, sopravvivendo pressoché incolume a fazioni, correnti, scissioni, e addirittura restando ben saldo in sella a differenti governi e nelle coalizioni più inverosimili, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani.

I 5 Stelle avranno la stessa tempra, o si sfalderanno nelle urne? Il momento della verità arriverà nel 2023, ma ad oggi non sembrano mostrare la stessa solidità.

Un leader aiuta ma non basta

Funzionano meglio i partiti senza guide carismatiche? La nostra intenzione è quella di fotografare una situazione, non di esprimere giudizi di valore. La risposta è: dipende dalle situazioni.

Un partito guidato da un leader capace e carismatico è certamente preferibile ad uno senza figure di spicco in grado di emergere, dettare una linea, delineare una visione. Ma, al contrario, anche un movimento privo di leader, se adeguatamente funzionante, appare preferibile ad uno guidato da un segretario incapace o in affanno.

Insomma, forse il segreto sta nell’equilibrio. I partiti sbagliano probabilmente a cercare, a tutti i costi, il consenso, o la simpatia immediata dell’elettorato, vivendo in una condizione di campagna elettorale perenne.

Sacrificare il futuro, e spesso anche il passato, per barcamenarsi, in un eterno presente senza prospettiva, alla lunga non paga e riserva spiacevoli sorprese. Verona docet.

I partiti, soprattutto quelli personali, non dovrebbero limitarsi a cercare di sedurre l’elettorato. L’obiettivo non dovrebbe essere promettere ai cittadini il mondo, ma riconsegnarglielo tra le loro mani. Lasciarli liberi di autodeterminarsi nel mondo del lavoro, del sociale, nelle scelte individuali.

Una classe politica è necessaria non solo per sfornare leader futuri, ma anche per sopravvivere ad essi, per mettere uomini e donne competenti nei posti a loro più congeniali.

Un programma concreto e convinzioni profonde dovrebbero mettere al riparo da trasformismi, da inversioni a “U” del leader del momento. Ogni leader dovrebbe essere funzionale al partito, alle sue battaglie e idee.

Non dovrebbe sopravvivere, politicamente parlando, al progetto che lo ha portato in vetta. Il rischio, altrimenti, è quello di vedere partiti estinguersi con il declino dei loro leader, condannando la politica di ogni tempo all’eterna fatica di Sisifo.

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