Referendum, dietro il “No” la visione fascista dello “Stato etico”

Lasciando la magistratura al suo autogoverno, i costituenti hanno consentito che l'idea di far prevalere "l'eticità" dell'azione giurisprudenziale, rispetto all'applicazione della legge, sopravvivesse nei decenni

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Ecco che si stanno consumando gli ultimi giorni di campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. I toni si stanno alzando sempre di più tra le opposte tifoserie. Sorprende e spaventa, però, i toni che ha preso una certa magistratura, che non si vergogna di fare parallelismi tra i sostenitori del “Sì” e possibili organizzazioni criminali.

Rischio resa dei conti

Si apre, così, la possibilità – come ha recentemente suggerito il procuratore di Napoli Nicola Gratteri – che, al di là dell’esito referendario, si scateni – per evidente ripicca – una campagna giudiziaria (si fa per dire) contro i “nemici”, appena saranno resi pubblici i risultati.

Il sistema già si sta preparando alle sue vendette a favore di telecamere. Come era meglio quando i magistrati erano figure, sì potentissime, ma nascoste, usi a polverosi uffici, piuttosto che agli strumenti della fama e della telecrazia.

In fondo non ci sentiremmo più tutelati da magistrati come quello incarnato da Peppino de Filippo (pretore Salomone lo Russo), in “Un giorno in pretura” (1954) che poneva i suoi dubbi etici, nell’applicazione spicciola della norma, ad un silenzioso busto di Marco Tullio Cicerone, piuttosto che da personaggi – ahimè reali – come Gratteri e Di Matteo che non si vergognano di affermare che a votare “No”, saranno solo le persone “per bene”, a differenza dei difensori del “Sì” che altro non sarebbero che “delinquenti che l’hanno fatta franca”, per usare l’antica espressione di Davigo, altra figura della peggior stagione della magistratura italiana?

Tortora e Mani Pulite

Quando iniziò una certa deriva? La memoria porta alle immagini dell’arresto di Enzo Tortora e della loro spettacolarizzazione: un evento che poteva essere gestito con sobrietà era stato prodotto con la mano registica di un film noir, senza dignità per l’imputato. Gli anni di “Mani Pulite”, diedero al potere giudiziario quello che la costituzione non concedeva: una assoluta visibilità.

La giustizia, la verità si vestirono dei panni di uomini che nella loro luminosa uniforme nera si atteggiavano a laica inquisizione, intoccabili e perfettissimi misero alla berlina un mondo politico, sostanzialmente distruggendolo.

Potere senza limiti

Si parlò del “cosciente” tentativo della magistratura di assurgere a potere politico, ma non credo sia stato così, così pianificato. Il punto è che il “potere” è un fluido, e su di esso di possono applicare le regole dei vasi comunicanti: se viene meno in un punto, esso viene compensato da differenti istanze. Il potere, qualunque potere, tende a travalicare sempre se stesso, cerca sempre di espandere la sua sfera d’azione.

Il concetto stesso non ammette limiti. Esso è! David Hume ci ricorda che:

L’ambizione degli uomini è tanto grande che non sono mai soddisfatti del potere che hanno e, se un gruppo di uomini di un determinato grado sociale, perseguendo il proprio particolare interesse, può usurpare il potere di ogni altro gruppo, certamente lo farà, rendendo così il proprio potere assoluto e senza controlli.

Ha un bel dire Giandomenico Caiazza – già presidente delle Camere Penali – commentando il tanto criticato sorteggio all’interno del Csm, bollato come un tentativo dell’Esecutivo di esautorare il libero agire dei “togati”, a dire che il Consiglio non è un organismo “rappresentativo”, ma di sola “amministrazione” (Cost. art. 105). A tutti gli effetti esso è diventato un vero potere politico, non democratico, ma politico.

Le origini: la riforma fascista

Per arrivare a questo il processo fu estremamente lungo e trovò le sue radici nella riforma della giustizia voluta dal Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12. Non che quest’ultima avesse creato una unitarietà dell’azione penale, precedentemente estranea al Paese. Non a caso la riforma Grandi riecheggiava gli articoli 6 e 129 del Regio decreto n. 2626 del 1865. In altre parole, non si tratta di una rottura, ma di una continuità con l’impianto precedente.

La novità apportata nel 1941 non è la semplice conferma di uno status quo precedente, dove i pm sono funzionari sottoposti al potere del ministro della giustizia, cosa per nulla incompatibile con un regime democratico, vista l’esperienza francese, ma, semmai, una visione unitaria e “politica” dell’azione penale, una interpretazione generale della funzione giudiziaria.

Spiegando il motivo per cui si è scelto di conservare l’unitarietà dell’ordine giudiziario, Grandi sottolineò infatti come una scelta diversa non sarebbe politicamente concepibile, alla luce del superamento “della distinzione, fondamentalmente erronea, tra i poteri dello Stato”. Per il ministro lo “Stato moderno”, cioè lo stato fascista, non era concepibile come un potere disorganico.

Erroneamente si sostiene che al centro dell’azione vi fosse il “governo”, quello che viene riconosciuto come “Esecutivo”. In questi giorni di dibattito sul referendum spesso si vuole ridurre il “fascismo” al trionfo degli strumenti del potere esecutivo, mortificanti gli altri poteri. Visto come, nella prassi, poco contassero i ministri e come lo stesso potere di Mussolini non risiedeva nella statutaria carica di presidente del Consiglio, ma di “Duce del Fascismo” è necessario avere un approccio più elastico. Nella sua organicità il regime metteva al centro dell’azione politica l’”idea”, la visione etica dello Stato. Illuminanti, per capire il momento storico, furono gli studi di Giovanni Gentile contro il liberalismo individualistico moderno che l’autore considera l’espressione politica del naturalismo meccanicistico. Contro questo liberalismo meccanicistico, Gentile afferma un “liberalismo” in cui lo Stato è realtà etica che si realizza nel momento stesso in cui si realizza l’individuo nella sua universalità.

Lo Stato etico – modellato sull’eredità del Risorgimento e di Giuseppe Mazzini – non assorbe dunque in sé l’individuo, annullandolo, ma, al contrario, lo invera nella sua moralità che si attua nel divenire storico. Per Gentile, Stato e individuo non vivono la polarità descritta dal liberalismo classico, perché a entrambi compete la stessa moralità: lo Stato infatti non è il limite della libertà dell’individuo, ma l’attualità concreta del suo volere, perché lo Stato non è sopra ed esterno agli uomini ma è “dentro” gli stessi uomini.

Ne consegue che all’interno della riforma del 1941 l’applicazione della norma, da parte della magistratura, non poteva non armonizzare i “fatti”, con i principi che innervavano l’eticità dello Stato.

Potere senza contrappesi

Ora, nonostante l’autogoverno della magistratura sia sancito, e il potere giurisdizionale ricada su ogni singolo magistrato “sottoposto solo alla legge” (art. 101 Cost) che amministra “in nome del Popolo” (cioè di nessuno) si può dire che la magistratura si è affrancata dalla visione “fascista” dello “Stato etico” al di là dei proclami di indipendenza? Ne siamo del tutto sicuri?

A tutti è nota (e per molti è elemento positivo) l’estrema politicizzazione che è insita nei sistema di reclutamento dei “togati” del Csm. Ha recentemente fatto sorridere la rivelazione che il “correntismo” fece pressioni anche sulla formulazione delle tracce concorsuali.

Il punto è che il potere, quando è auto referenziato – come è il potere giudiziario sancito dalla Costituzione – ha bisogno, per riconoscersi, di una “linea etica” che serva ad interpretare la norma e determini le regole – che altrove sono proprie di un regime autoritarie – di confronto con il potere politico ufficiale, a seconda se sia gradito dalla maggioranza che governa (anche se dovrebbe solo amministrare) il terzo potere dello Stato.

In fondo la magistratura italiana ha quel potere che era dei monarchi ai tempi dell’assolutismo. La sua capacità “interpretativa” lo rende horribile dictu fonte del diritto stesso. La Costituzione è stata fondamentale nel cambiare i rapporti tra i due “poteri politici” imponendo in grande misura limiti all’Esecutivo ed introducendo un sistema di check and balance tipico delle democrazie occidentali. Lasciando la magistratura al suo autogoverno, i costituenti hanno consentito che quell’idea di far prevalere l’eticità dell’azione giurisprudenziale, rispetto all’applicazione della legge, sopravvivesse nei decenni.

Ogni potere deve avere un controllo esterno da esso. Non credo sia necessario leggere i classici del potere “limitato”. Feroce la critica di Francesco di Donato (Università Federico II) per il quale “I giudici italiani utilizzano il diritto pro domo propria”.

Che triste fine vedere che dopo ottant’anni di democrazia, sia così difficile spurgare da antichi liquami, nel quale si è impastato, quel potere che dovrebbe essere un baluardo di garanzia per i cittadini, ma che si è trasformato in una forma di “comitato di salute pubblica”. Tutti sappiamo come andò a finire.

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