
Nel “Leviatano” il filosofo Thomas Hobbes teorizzò la cessione al sovrano di libertà naturali fondamentali per sfuggire alla “guerra di tutti contro tutti”. La democrazia moderna eredita e si fonda su questo “contratto sociale”: i cittadini accettano infatti di cedere parte delle proprie libertà individuali in cambio della promessa di benefici collettivi garantiti dallo Stato quali sicurezza, servizi pubblici e protezione dei diritti in misura superiore a quanto l’individuo potrebbe ottenere autonomamente.
Tuttavia, come suggeriva Alexis de Tocqueville in “La democrazia in America”, tale contratto comporta un rischio elevato e spesso sottovalutato: la progressiva e sistematica compressione delle libertà individuali fondamentali dettata dalla “tirannia della maggioranza” sotto la giustificazione del bene comune.
Sicurezza e proprietà
Assumendo questo contratto come inevitabile, quali sono i benefici minimi che lo Stato deve garantire per mantenere la suddetta promessa? Il filosofo John Locke definiva, oltre alla libertà, due diritti inalienabili: il diritto alla vita e il diritto alla proprietà privata.
Il diritto alla vita non si limita alla mera sopravvivenza biologica e all’integrità fisica, ma include la sicurezza personale – come citato nell’Articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Il diritto alla proprietà privata – che si fonda sul lavoro secondo Locke – garantisce l’autonomia economica e la possibilità di costruire il proprio futuro attraverso l’accumulo di beni e risorse.
Entrambi questi diritti fondamentali sono costantemente minacciati dalla criminalità e, in particolare, dai reati contro la persona e contro il patrimonio che rappresentano la negazione più diretta dei principi su cui si fonda il contratto sociale democratico. Questa violazione assume una gravità particolare nel contesto democratico perché, come argomentato dal filosofo Robert Nozick in “Anarchia, Stato e Utopia”, il cittadino ha già rinunciato a parte delle proprie libertà – inclusa quella di difendersi autonomamente – in cambio della protezione dello Stato che ha il monopolio nell’uso della forza.
Collaborazione pubblico-privato
Questo monopolio sarebbe giustificato se lo Stato fornisse una protezione efficace ed immediata. Tuttavia, le forze dell’ordine non possono materialmente presidiare – capillarmente e costantemente – tutto il territorio sotto la loro giurisdizione, intervenendo quindi dopo che il crimine è stato commesso, limitandosi nella maggior parte dei casi a raccogliere prove e avviare lunghi procedimenti legali senza garantire né il risarcimento del danno né la prevenzione di futuri crimini.
Senza un sistema concorrenziale di agenzie private di sicurezza integrata (ad esempio, sistemi di sorveglianza privata o vigilanza condominiale), legali secondo il principio di sussidiarietà, lo Stato presenta limiti strutturali nella gestione della sicurezza. Mentre i criminali agiscono con tempestività e determinazione, lo Stato democratico promette sicurezza che non riesce a garantire e risponde con lentezza burocratica e cautela procedurale.
Senza arrivare a soluzioni estreme di privatizzazione completa dei servizi di protezione à la Rothbard, una soluzione pragmatica è quella di una collaborazione vera e realizzata tra agenzie di sicurezza pubbliche e private, dove i cittadini recupererebbero maggiori spazi di protezione dei propri diritti fondamentali.
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