Caso Khashoggi: gli interrogativi aperti dopo l’uccisione di un giornalista scomodo. Cui prodest?

4.4k 0
generica_porro_1-1200

Nello scorso ottobre si è verificato un evento che seppur possa superficialmente sembrare un omicidio come un altro, nei fatti si sta rivelando uno spartiacque capace di sovvertire significativamente lo scacchiere mediorientale. Jamal Khashoggi era un giornalista saudita che negli anni si è sempre opposto al regime di re Salman e al ministro della difesa del Paese arabo, nonché erede al trono designato, Mohammad bin Salman. Blogger e repoter, editorialista del Washington Post, si era autoesiliato negli Stati Uniti nel 2017 dopo aver subito serie intimidazioni e minacce da esponenti del regime saudita per aver condannato fermamente gli attacchi allo Yemen. Lo scorso due ottobre si era recato al consolato saudita di Istanbul con la compagna turca Hatice Cengiz per ottenere la documentazione attestante il divorzio con la ex moglie e poter sposare la nuova partner. Hatice lo ha visto entrare alle ore 13 non vedendolo più uscire, sebbene lo avesse atteso 11 ore.

Nei giorni successivi si è appreso esser morto, o meglio ucciso, e sono in corso indagini per accertare la paternità dell’atto. Ovviamente la prima indiziata è l’Arabia Saudita che, con grande imbarazzo, ha dichiarato da prima che fosse morto in seguito ad una colluttazione all’interno del consolato, poi ha cambiato versione affermando che il giornalista fosse stato ucciso da qualcuno che ha agito di sua iniziativa senza consenso delle autorità saudite. Tralasciando le questioni puramente investigative, si pongono degli interrogativi, vediamoli di seguito.

E’ possibile che il principe o il re saudita si siano esposti in maniera così importante, mettendo a repentaglio rapporti internazionali imprescindibili per uccidere un giornalista che certamente era scomodo, ma che non avrebbe mai potuto arrecare danni particolarmente significativi al regime? Un giornalista che si fidava talmente poco del proprio governo da autoesiliarsi, è plausibile che entri nel proprio consolato conoscendo bene la questione dell’extra territorialità e che sarebbe potuto accadergli qualsiasi cosa?

Strategicamente un’azione come questa sarebbe stata un rischio troppo grande da poter essere commessa con tale facilità, oltretutto in Turchia, Paese con il quale l’Arabia Saudita ha rapporti tesi. Non più tardi del marzo scorso Mohammad bin Salman, in occasione di una visita in Egitto, aveva definito la Turchia di Erdogan come “appartenente al triangolo del male” (completato da Iran e Qatar). Sul terreno queste contrapposizioni si concretizzano con la guerra in Yemen, dove i Saud sono i capofila della coalizione arabo sunnita organizzata da Washington per contenere l’avanzata dei ribelli Huthi appoggiati dall’Iran, con la lotta per imporsi come guida sunnita in area mediorientale che vede contrapposta la Turchia all’Arabia Saudita, nonché con gli appoggi ai partiti in lotta per il controllo della Somalia. Insomma, l’erede al trono wahabita non aveva che da perdere forzando la mano sull’uccisione del giornalista. Non sono da sottovalutare inoltre le conseguenze sul rapporto Washington e Riad.

L’uccisione di Khashoggi mette il presidente Trump è in chiaro imbarazzo e ancor di più il genero Jared Kushner, regista di tutte le mosse strategiche degli Usa in Medio Oriente: l’avvicinamento sotto traccia tra Israele e la monarchia saudita, lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, lo stralcio dall’accordo con l’Iran sul nucleare. E’ chiaro che la comunità internazionale, alla luce dell’ampia esposizione Usa con l’Arabia Saudita, spinga per ottenere una chiara presa di posizione degli Stati Uniti e questo non può che minare i rapporti tra i due stati. Viene da chiedersi se il principe saudita fosse così sprovveduto da non prevedere che orchestrando l’uccisione del suo detrattore avrebbe inficiato i rapporti con il più importante e potente alleato al suo fianco. Il segretario di stato alla difesa americano Mattis, intervenendo ad una Conferenza internazionale sul medio oriente in Bahrain, ha affermato che l’omicidio del giornalista saudita “mina la stabilità regionale”, il che suggerisce come la postura Usa nei confronti di Riad possa modificarsi e variare strategie in Yemen e negli altri conflitti dell’area.

Avendo quindi chiarito che l’uccisione di Jamal Khashoggi non è un’azione il cui rapporto costi-benefici possa pendere dalla parte dei sauditi, vien da chiedersi cui prodest.

Certamente la situazione favorisce l’Iran che vede andare in difficoltà il Paese leader del blocco a sé contrapposto con possibilità di allargare la propria influenza in Yemen, in Siria, in Libano ed in Iraq. Si avvantaggia la Turchia che, come detto in precedenza, ha l’obiettivo di sostituire l’Arabia Saudita nel ruolo di Paese leader del blocco sunnita. A riprova di ciò è intervenuto il presidente turco in persona sui fatti del 2 ottobre, condannando reiteratamente Riad (viene da chiedersi cosa ne pensino i giornalisti turchi imprigionati per essersi opposti al regime di Erdogan). Se fosse stato iraniano il giornalista ucciso, Erdogan si sarebbe indignato così tanto? Non è da sottovalutare che nello scenario in divenire vi possa essere un riavvicinamento tra Turchia e Usa, e viene da chiedersi se sia un caso che dopo la scomparsa di Khashoggi sia stato scarcerato dalle autorità turche il pastore americano Andrew Brunson, detenuto dal 2016, che reiterate volte Erdogan si era rifiutato di restituire agli americani.

In conclusione, di certo il principe ereditario saudita non è un santo e le negazioni dei diritti nel suo Paese sono deprecabili, ma di certo non si parla di uno sprovveduto che per eliminare un elemento di solo fastidio possa rischiare di mettere a repentaglio il proprio ruolo e le proprie alleanze storiche. Di contro, è lampante che vi sia un vantaggio per il blocco contrapposto all’Arabia Saudita e ai suoi alleati.

Il tempo è galantuomo e – forse – ci darà la risposta, ma resta il dubbio che dietro tutto vi possa essere una trappola per Mohammad bin Salman ed indirettamente per gli Usa ed Israele.

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version