Cina e Russia abbattono i falsi miti della globalizzazione, è ora di difendere le nostre economie

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Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo di Politico.com che riportava una notizia alquanto allarmante riguardo certe scelte di politica industriale di Downing Street. In particolare, lo scoop riguardava l’assenso preliminare dato dal governo di Boris Johnson all’operazione di vendita della Newport Water Fab, azienda gallese di semiconduttori – la più grande nel Paese – al colosso olandese Nexperia BV, a sua volta di proprietà della società cinese Wingtech Technology. La trattativa andava avanti da molto tempo e qualche segnale d’allarme era emerso già l’anno scorso.

Il caso, venuto a galla dopo l’analisi effettuata nell’arco degli ultimi sei mesi dal consigliere del governo Stephen Lovergrove, che non aveva rilevato la presenza di impedimenti in termini di rischio per la sicurezza nazionale tali da bloccare la vendita, ha scatenato una forte protesta all’interno del Partito Conservatore. Il deputato Tom Tugendhat (presidente della Commissione Affari esteri ai Comuni) e soprattutto il “falco” anti-Pechino Iain Duncan Smith (autorevole membro Ipac) hanno attaccato la decisione del governo, oggettivamente surreale se considerato il grado di delicatezza del settore in questione: è noto infatti come la Cina stia cercando di ritagliarsi un ruolo egemone nella produzione e vendita di microchip e di altri sofisticatissimi prodotti tecnologici.

Il primo ministro ha fatto sapere che nessuna decisione è stata tuttora presa, ma si immagina e si spera che le pressioni del Parlamento portino il Business Secretary Kwasi Kwarteng ad intervenire sulla base del National Security and Investment Act per impedire che un gioiello d’avanguardia britannico finisca nella bocca del Dragone.

Ho scelto di riportare questo caso molto recente perché con la crisi globale – prima pandemica, oggi bellica ed energetica – che sta caratterizzando gli anni Venti di questo secolo sin dal primo momento, è molto importante aprire gli occhi – come individui, come Stati e come realtà economiche – sulle avvisaglie di probabilissimi veri e propri stravolgimenti dell’ordine internazionale, politico ed economico, instauratosi negli anni Novanta del secolo scorso – vero e proprio banco di prova della tenuta dell’Occidente.

Se fino a questo momento potevamo dare per scontate quelle che apparivano come delle “certezze” del libero mercato e potevamo pensare di trattare con sufficienza ogni tipo di acquisizione di fette – anche consistenti – del nostro sistema produttivo da parte di soggetti stranieri, oggi non è più così: ogni valutazione deve imperniarsi necessariamente sul tema della sicurezza strategica nazionale. L’illusione della pace può dirsi finita, anche in campo economico. Forse soprattutto in campo economico.

Il noto aforisma attribuito a Frédéric Bastiat (1801-1850), considerato da alcuni un precursore della Scuola austriaca, “dove non passano le merci passeranno gli eserciti”, sembra oggi essersi rivelato fallimentare negli esiti, nel senso che intere nazioni sono di fatto “fallite” (o stanno per fallire) nel perseguimento della propria autonomia e di ciò che essa comporta, proprio per essersi rese dipendenti da un abbraccio commerciale mortale con potenti attori economici emergenti.

In realtà, è sempre successo nella storia, ma oggi riguarda direttamente nazioni che mai avrebbero pensato di affrontare uno scenario simile. L’Occidente, oggi, rischia di finire tra le spire di alcuni boa constrictor particolarmente tenaci e furbi, che approfittano della nostra distrazione per programmare i loro attacchi. Oggi stiamo lentamente comprendendo che la globalizzazione da sola non basta a garantire un ordine internazionale stabile, che senza un rapido “ritorno” ai valori, ai princìpi e al faro dell’interesse nazionale, non vi sarà alcuna possibilità di preservare quell’ordine liberale che negli ultimi decenni ha procurato all’umanità il più rapido sviluppo scientifico e tecnologico, spalancando a platee sempre più ampie di cittadini finestre di opportunità sempre maggiori, travalicando barriere e confini fisici e sociali.

La dimostrazione di questo sostanziale fallimento sta nel venir meno della fiducia occidentale in uno degli assunti alla base della globalizzazione, e cioè che l’apertura commerciale, l’evoluzione in senso capitalistico di alcuni grandi Paesi, storicamente distanti per cultura e ideologia, avrebbero favorito un’apertura anche dei loro regimi politici, mentre ciò a cui stiamo assistendo è una “involuzione” autoritaria. Basterebbe guardare alle enormi difficoltà dei governi europei ad abbandonare il gas russo, dopo sedici sciagurati anni di Ostpolitik merkeliana che ci hanno portati a legarci mani e piedi al Cremlino. È chiaro a tutti che la guerra economica che si accompagna alla guerra in Ucraina renderà questi anni molto pesanti, ma anche un’occasione per imparare qualche lezione.

Ma prima, la guerra va vinta. E per prima cosa, va sfatato senza indugi il mito per cui i “buoni” dovrebbero difendersi dai “cattivi” facendo uso di mezzi “pacifici”, “intonati allo stile di vita democratico”, ossia mezzi che riflettono in qualche modo un irrealistico senso di illusione profilattica rispetto alle minacce esterne: praticamente, dei non-mezzi. Vanno adottati invece strumenti di deterrenza economica ai quali negli ultimi anni abbiamo spesso volontariamente abdicato in nome di una più che deleteria visione “egualitaria”, che ci ha portati ad aprire i nostri mercati anche a chi pratica la concorrenza sleale, in termini di aiuti statali, proprietà intellettuale, diritti dei lavoratori, disciplina antitrust e molti altri parametri.

Negli ultimi tempi siamo dovuti correre ai ripari, ampliando il raggio d’azione del golden power, ossia quello strumento normativo preposto alla tutela degli asset strategici nazionali che permette al governo italiano di bloccare o apporre particolari condizioni a quelle operazioni finanziarie i cui effetti potrebbero rivelarsi dannosi per l’interesse nazionale. Negli ultimi anni, sotto sollecitazione del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), nuovi settori dell’economia nazionale sono stati sottoposti alla disciplina del golden power: da quello bancario-finanziario-assicurativo a quello alimentare fino a quello sanitario. Settori che si vanno ad aggiungere a quelli incorporati nel dispositivo normativo sin dall’emanazione del decreto legge n. 21 del 15 marzo 2012 (difesa, sistemi di sicurezza, trasporti, comunicazioni, energia).

Per citare un esempio recente di utilizzo del golden power, in qualche modo speculare rispetto alla vicenda della Newport britannica illustrata all’inizio dell’articolo, potremmo menzionare lo stop imposto l’anno scorso dal governo Draghi all’acquisizione del 70 per cento delle quote dell’azienda lombarda di semiconduttori Lpe S.p.A. da parte dell’azienda di proprietà dello Stato cinese Shenzhen Investment Holdings. Un esempio virtuoso di affermazione del principio della salvaguardia dell’interesse nazionale, perfettamente contrapponibile alla sciagurata cessione del 35 per cento del capitale sociale di CDP Reti S.p.A. (stiamo parlando quindi di un settore altamente strategico) a State Grid Corporation of China, operazione del 2014 “benedetta” dal governo Renzi.

Sarebbe fuorviante chiamare in causa, a difesa di tali operazioni, il fisiologico gioco del mercato e della concorrenza. Non si può certo parlare di “privatizzazioni” quando l’azienda acquirente è controllata dallo Stato cinese o russo – e dal momento che distinguere tra pubblico e privato in Cina o in Russia equivale più o meno a distinguere tra due maccheroni del medesimo sacchetto di pasta.

Presa coscienza della realtà, l’azione dei governi occidentali dovrebbe essere quella di decretare l’inizio di una nuova fase, non protezionista (sotto l’accezione del termine che abbiamo conosciuto in passato), ma sicuramente nemmeno ingenuamente “aperturista”. Una fase in cui le nostre economie devono ripulirsi, rigenerarsi e ripartire scevre di quelle scorie che stanno compromettendo la nostra sicurezza e il nostro tessuto produttivo. Certo, dobbiamo essere coscienti del fatto che ciò potrebbe comportare dei sacrifici (e una classe politica seria dovrebbe essere trasparente su di essi), ma l’alternativa sarebbe assistere al declino di tutte le colonne portanti della nostra civiltà.

Se vogliamo che le nostre economie, già più o meno disastrate, sopravvivano al ciclone del risveglio delle dittature, dobbiamo lavorare ad una strategia a doppio binario, che consta di una pars destruens – di cui si deve occupare lo Stato – e di una pars construens – alla quale si rende necessaria l’azione del privato.

La pars destruens riguarda una serie di politiche restrittive che il legislatore deve elaborare per ridurre al massimo le “infiltrazioni” nel nostro tessuto economico, e che l’esecutivo deve implementare prendendosi il rischio dell’impopolarità. Ciò significa che qualcuno dovrà rinunciare a qualche affare. La riforma del golden power su cui sta lavorando il governo, che prevede l’istituzione di una Direzione generale per la vigilanza delle imprese e degli asset strategici – da lungo tempo un disegno del ministro Giorgetti – potrebbe rappresentare un primo passo. Oltre a questo, bisognerebbe gradualmente potenziare il raggio dell’azione investigativa delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, allo scopo di chiudere ogni spiraglio a nuove penetrazioni e di porre fine a quelle in essere: una sorta di Patriot Act economico-finanziario. Nessuna caccia alle streghe, ma velocizzare un processo di decoupling che è auspicabile avvenga quanto prima per non correre rischi maggiori.

La pars costruens invece dovrebbe rilanciare lo spirito liberale dell’Occidente, rendendolo solo meno ingenuo. E qui l’appello non può che essere rivolto ai partiti di destra affinché non cadano nel tranello di chi invoca più Stato, più deficit, più Keynes e più tutele, ma recuperino le lezioni di Smith e Friedman, di Thatcher e Reagan, liberino gli animal spirits del capitalismo, facendosi fautori di un “liberismo nazionale” che punti alla crescita e alla competizione di sistema con la Cina. Il che significa meno tasse, meno burocrazia, meno spesa pubblica; ma, oggi, significa altre tre cose:

  1. porre un freno al debito pubblico, che è la migliore arma di ricatto in mano ai nostri rivali strategici;
  2. puntare sulla concorrenza interna per rendere più accessibili ai consumatori marchi di qualità, in modo così da sottrarre – secondo una logica di diffusione – fette di mercato ai competitor stranieri;
  3. investire con decisione sulla sovranità energetica, trivellando, tornando al nucleare, fregandosene di certe soprintendenze e superando i veti incrociati, lasciando al settore privato la libertà di sviluppare tecnologie e offrire servizi in competizione, senza dover mendicare l’aiuto della mano pubblica.

La strada è certamente lunga, ma la stella polare per il rilancio di un Occidente oggi in declino è quella di una coraggiosa e decisa controffensiva che riporti il capitalismo “a casa”, tra le democrazie.

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