Con o senza strepiti, sul “decoupling” con la Cina ha ragione Trump e ci stanno arrivando (forse) anche gli europei

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Com’è noto Donald Trump sta mantenendo la promessa, formulata durante la campagna elettorale che l’aveva condotto alla vittoria, di realizzare il cosiddetto decoupling. Si tratta del “disaccoppiamento” tra le economie del suo Paese e quella della Repubblica Popolare Cinese, che sono assai più interconnesse di quanto gli stessi americani di solito ammettono.

Molte aziende Usa, soprattutto nel settore hi-tech, hanno negli ultimi decenni delocalizzato parti importanti delle loro attività in Cina per sfruttare i costi del lavoro molto più bassi. Valga per tutti l’esempio della Apple. La conseguenza è stata una crescente dipendenza dai componenti fabbricati in Cina su licenza Usa (ad esempio per quanto riguarda personal computer e smartphone).

A ciò va aggiunta un’ulteriore dipendenza americana nel settore delle cosiddette “terre rare”, cioè i minerali indispensabili nello stesso settore hi-tech, per la produzione degli smartphone e degli armamenti sofisticati. La Repubblica Popolare è il maggiore esportatore mondiale di terre rare, e Pechino ha più volte adombrato il blocco dell’esportazione verso gli Usa.

Inoltre, la politica dei dazi ha sì danneggiato la Repubblica Popolare, ma al contempo pure gli Usa, causando ricadute economiche pesanti in entrambi i Paesi. Più volte si è tentato di siglare un accordo per impostare i rapporti commerciali tra le due nazioni su basi più giuste, ma senza successo.

Tuttavia, Trump deve anche tener conto del cambiamento di scenario apportato dal virus proveniente da Wuhan, ed è un problema grave e di non facile soluzione. La pandemia ha infatti fatto crescere negli Stati Uniti le tendenze anti-cinesi. Del resto in crescita, sempre a causa del virus, anche nei Paesi europei (ad eccezione dell’Italia, dove il nostro ministro degli esteri continua a spingere per rafforzare i rapporti con Pechino).

Lo scenario è inoltre complicato dal fatto che la pandemia sta causando guai economici a non finire tanto negli Stati Uniti quanto nella Repubblica Popolare. Di quanto accade negli Usa a questo riguardo sappiamo praticamente tutto. Disoccupazione record, anche se già in calo, con una possibile crisi sociale.

Come sempre, molto meno sappiamo di quanto sta accadendo in Cina, anche se i segnali d’allarme sono numerosi. Il rallentamento dell’economia del Dragone c’è, e pure forte. La domanda interna è in calo, e il rallentamento del commercio globale peserà soprattutto sulla Repubblica Popolare, maggior Paese esportatore del mondo.

Quando la Cina, nel 2001, fu ammessa nel WTO sotto gli auspici del presidente democratico Bill Clinton, la speranza era che il gigante asiatico inaugurasse un processo di transizione verso la democrazia liberale. Ovviamente ciò non è avvenuto e la Repubblica Popolare è rimasta una nazione comunista a tutti gli effetti, giacché le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping non hanno affatto allentato il controllo pervasivo che il Partito comunista esercita sull’economia e sull’intera società.

Ora pare che, finalmente, anche l’Unione europea si sia accorta che il problema del decoupling esiste e va in qualche modo risolto. I rapporti della Ue con la Cina si sono deteriorati in modo rapido negli ultimi tempi. Angela Merkel e Ursula Von der Leyen stanno tentando di impostare le relazioni economiche tra Ue e Cina in termini più equi, anche se è lecito dubitare che vi riusciranno.

Ai cinesi si chiede di consentire alle aziende europee un accesso migliore e più garantito al loro mercato, analogo a quello di cui godono le imprese cinesi in ambito Ue. Ma Xi Jinping e il suo gruppo dirigente non sembrano per nulla disposti a fare concessioni. Di trasparenza degli aiuti di Stato, e di regole sul trasferimento di tecnologia, Pechino non vuole parlare. E non a caso, visto che la incredibile disparità dei rapporti è proprio l’elemento che ha consentito alla Repubblica Popolare di conseguire successi di grande portata.

Gli europei usano un linguaggio molto meno aspro di quello trumpiano, eppure smuovere Pechino dalle sue posizioni di privilegio appare un’impresa proibitiva. Di qui l’adozione da parte Ue di norme difensive quali i dazi anti dumping, la maggiore attenzione agli investimenti stranieri in settori strategici e – non ultima – l’adozione di misure di sicurezza per quanto riguarda le reti 5G. Le pressioni americane hanno ovviamente influito su questa notevole sterzata, ma è pure lecito pensare che gli europei abbiano infine compreso che, se si continua così, il pericolo cinese è destinato a crescere.

Mette pure conto notare che, per la prima volta in modo netto, anche la Ue ha posto con forza sul tavolo la questione di Hong Kong, dove la nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino sta conducendo alla repressione di ogni pur minimo segnale di dissenso. Non si tratta affatto di una “questione interna” della Repubblica Popolare, come ha detto il nostro ministro degli esteri Di Maio, bensì di un problema che riguarda l’intera comunità internazionale. E anche il grande progetto della “Nuova Via della Seta”, firmato frettolosamente dal governo italiano, appare sempre più per ciò che è realmente: un disegno egemonico volto a conquistare l’Occidente. A conti fatti, aveva dunque ragione Donald Trump a segnalare il pericolo cinese e a mettere in atto delle strategie per prevenirlo. Va quindi dato atto all’attuale presidente Usa di avere una visione della politica estera migliore rispetto a quella dei suoi predecessori, e mi riferisco in particolare al tanto lodato – dagli europei – Barack Obama.

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