
Certo non ha l’importanza dell’incontro Trump-Putin, sul suolo di quella terra che gli americani acquistarono nel 1867 proprio dalla Russia, ma in questo caldo Ferragosto si ricorda, anche, il 50esimo anniversario dell’uscita del film Amici miei, che – fino al 1985 – ebbe due sequel. Il film (o meglio i film, almeno i primi due) sono di quelli che chi ha un po’ di capelli bianchi ricorda battuta per battuta.
“Supercazzola” è diventato un modo di dire per significare discorsi, volutamente, inconcludenti. Agenzie e quotidiani, in questi giorni, ne hanno ricordato il significato per la cinematografia e la storia del costume italiano, come si ricorda un “caro estinto”.
Sottile nostalgia
Nonostante fosse uscita nel periodo meno adatto dell’anno, per una pellicola crepuscolare e decadente, ebbe un indiscusso successo, tanto da diventare il modello eponimo, non della commedia, ma della “tragedia comica”. Cosa è rimasto ai posteri? Solo il lontano ricordo, una sottile nostalgia; ma nostalgia di cosa?
Certo esiste a Firenze l’Associazione Conte Mascetti che ormai da dieci anni porta i fan in gita sui luoghi simbolo del film, tour guidati sulle tappe della pellicola, dalla tomba di Adelina “sposa e amante impareggiabile”, al Bar Necchi fino al binario 16, quello degli schiaffi alla stazione, fino al funerale del Perozzi in piazza Santo Spirito, ma cosa rappresenta tutto questo?
Solo reiterare il ricordo presso una umanità che quel ricordo l’ha indelebile, come si trattasse – mi si perdoni la blasfemia – di un tour ad un sacrario militare. Onanismi collettivi. Non viene permesso, però, che un nuovo pubblico possa conoscere, ridere e piangere delle vicende di quei cinque “vitelloni”, che erano le vicende di una Italia che non è più.
La fatwa
Su nessuna piattaforma, anche a pagamento, si riescono a trovare le tre pellicole. Nessuna rete ha pensato – proprio in un periodo dell’anno dove si vedono vecchi film – di dedicare una serata ad Amici miei (I, II, III). Come se una fatwa fosse caduta sul destino e la memoria di pellicole che hanno fatto ridere e pensare milioni di italiani.
Sì, di fatwa si tratta. Non si vuole far sapere che il mondo tratteggiato in Amici miei era una corale elegia di un sano individualismo. Non vi sono messaggi moraleggianti, ma una cinica descrizione del mondo e dei caratteri. Nel 2010, in una intervista a “Il fatto …” Moschin, ormai ultimo sopravvissuto, ammise la pellicola fu “molto più documentario che film”.
Oggi niente zingarate
Se fosse uscito oggi, un film come Amici miei sarebbe stato distrutto, fatto a pezzi sia dalla critica, che lo avrebbe accusato indignata di sessismo, di politicamente scorretto, di blasfemia, di istigazione all’odio e al bullismo, di gratuita irriverenza contro qualsiasi cosa, sia dal pubblico, la cui indignazione della domenica e la cui ipocrisia pseudodemocratica non avrebbe mai potuto accettare l’anarchica libertà di quei cinque caratteri tra loro contraddittori, cinque zingari irriverenti come il Melandri, il Sassaroli, il conte Mascetti, il Perozzi e il Necchi.
“Se confrontiamo l’Italia del 1975 con quella del 2017 in molti di noi – scrisse allora il giovane Andrea Coccia (1982) – saremmo portati a dire, in piena sincerità, che ci sentiamo più liberi dei nostri nonni, che la società in cui viviamo è migliorata e che il progresso ci ha innalzato a quote più alte di umanità. Eppure, pensando alle avventure degli zingari e alla realtà che abbiamo intorno forse non è esattamente così”.
Forse aveva ragione ancora una volta Moschin quando disse, in quella stessa intervista: “Oggi apriamo la finestra e l’Italia, il mondo, non ci permettono nessuna zingarata, nessuno sprazzo di allegria. Non è più possibile, come invece avveniva in quel film, abbandonare per una attimo la quotidianità”.
Senza meta e senza domani
La disperazione manifesta, così lontana dallo stereotipato ottimismo della contemporaneità, è che in questi personaggi – pur diversi tra loro – è forte la constatazione del loro “niente” (Amici miei II). Poco contano i traguardi professionali raggiunti (Sassaroli) o la nostalgia di un tempo che fu (Mascetti); il nulla e la disperata mancanza di un futuro, insieme ad un tragico sono la cifra di questi caratteri, in preda all’horror vacui dell’esistenza umana.
Questi sono i cinque zingari: “senza una meta, senza un domani” (Amici miei I), ma sempre pronti a declinare l’agire tramite burle e scherzi, privi di connotazione moraleggiante: che siano gli schiaffi in stazione piuttosto che, i Marsigliesi (Amici miei I) che sia la defecatio isterica o il coro, (Amici miei II) ciò che conta è lo scherzo, che loro si divertano, più che dare una lezione a qualcuno.
Il collante della loro relazione è senza dubbio il disprezzo per gli altri, ma non è un disprezzo mirato, se la prendono con donne, vecchi, ricchi e deboli, nobili e poveracci ed anche con loro stessi. L’usuraio è forse l’unico caso in cui lo scherzo diventa punizione del cattivo.
Misogino, non maschilista
Tanto (troppo) si è detto dell’aspetto patriarcale, maschilista (come fossero la stessa cosa) della pellicola. Balle! Raccontava un mondo patriarcale Divorzio all’italiana, non Amici miei. Sarebbe mai possibile in una società patriarcale che un uomo cedesse moglie e figlie (più cane e governante) – ovvero “tutto il blocco” – all’amante di lei, per soffrire “come un cane, per quasi ¾ d’ora” (Amici miei I)?
Non credo si possa parlare di film maschilista, visto che i pochi personaggi femminili finiscono per condizionare i protagonisti. Si prenda Mascetti, controllato dalla giovane amate Titti, che “umilia” (siamo nel 1975) la sua mascolinità con la manifesta bisessualità: “o bischero, non ti avevo detto che eri l’unico uomo della mia vita?” (Amici miei I) e subalterno, caratterialmente, alla muta (o quasi) figura della moglie Alice.
Semmai è un film misogino, dove le donne non ci sono. È la celebrazione dell’amicizia maschile, della φιλία (filia), superiore, proprio per il suo carattere disinteressato, all’amore (ἔρως). Amicizia che non deve essere dichiarata, essa è: “Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini: perché non siamo nati tutti finocchi?” (Amici miei II).
Che nostalgia per quel mondo, dove i bambini (come tutti i bambini) hanno la crudeltà del figlio del Perozzi, che non si vergogna di sbeffeggiare il Mascetti, sua moglie e la figlia “handicappata perché incapace di parlare e camminare alla sua età” (Amici mei II)! Neanche le sedie a rotelle sfuggono all’ironia, anzi, all’autoironia: Mascetti chiama se stesso: “paraplegico trombante” (Amici miei III); o le infedeltà scoperte della mogli del Necchi: “sii astuto come un cervo…” (Amici miei II). Quale stucchevole paragone con i caratteri cinematografici contemporanei, tutti bidimensionali, dove bene e male sono evidenti, come – quasi mai – nella vita.
La presenza della Morte
Come è fastidiosa la continua ricerca del “messaggio”, della “morale” dei “buoni sentimenti”; questi sì “armi di distrazione di massa”.
Ma, a pensarci bene, la principale causa della fatwa contemporanea di queste pellicole sta nella natura del protagonista assoluto di questi film. Presente in ogni fotogramma è il personaggio, intorno al quale tutti ruotano: la Morte. Essa è quel qualcosa che aleggia su tutti.
Gli “amici”, presenti all’agonia del Perozzi, scherzano al suo funerale e si raccontano storie o inscenano lo scherzo al vedovo, proprio sulla sua tomba, come fosse – e lo era – ancora presente. Nella nostra contemporaneità, malata di giovanilismo e di assoluto la morte è qualcosa di estraneo, non una presenza costante nelle nostre vite.
Jean Beaudrillard disse: “Al giorno d’oggi non è normale essere morti. Essere morti è un anomalia impensabile, rispetto alla quale tutte le altre sono inoffensive. La morte è una delinquenza, una devianza incurabile”. Come delinquenza e devianza è filosoficamente da rifiutare in quanto tale.
L’uomo d’oggi, in preda alla frenesia del lavoro e impegnato nella ricerca smodata del benessere materiale, non ha tempo per pensare alla morte. Si guarda bene cioè dal prestarle attenzione, dal venire ai conti con lei. Ma, oltre a tenerla lontano dalla sua mente, non vuole neanche sentirne parlare. Considera sconveniente infatti qualsiasi riferimento alla “grande nemica”, per cui giudica privo di buon gusto colui che osa pronunciarne il nome o introdurla nei suoi discorsi.
E, come tale, è da evitare, da sfuggire o, quanto meno, da invitare ad affidarsi alle cure di uno psicanalista, perché è sicuramente affetto da qualche nevrosi. Ovunque cacciata e censurata, la morte però risorge dappertutto e si manifesta sempre in tutta la sua drammatica inesorabilità.
Non potendola escludere definitivamente dalla sua vita quotidiana, l’uomo d’oggi cerca di esorcizzarla, chiamandola con altri nomi. Quando vi è costretto, perciò parla di essa come della “fine della vita”, della “conclusione del cammino terreno” oppure della “uscita dalla scena della storia”, di “decesso” e, relativamente al morto, parla di lui come di colui che “non è più”, di chi “si è spento”, di chi “è mancato” e perciò lo chiama “l’estinto”, “il defunto”, “il trapassato”.
Chi di noi non ha vissuto esperienze del genere? All’uomo del nostro tempo non è più consentito di avere esperienza della morte. In Amici Miei è sempre presente: “La morte è discreta, quasi gentile nelle case di riposo. Si affaccia una mattina ad una finestra, travestita da materasso sbattuto” (Amici miei III).
Certo, si potrebbe dire che la morte e la decadenza sono protagoniste di pellicole importanti. Ricordiamo La grande abbuffata di Ferreri, peraltro con due dei protagonisti di Amici miei: Tognazzi e Noiret. Ricordiamo Salò di Pasolini, al quale Amici miei venne paragonato per la sua terminalità. Verissimo, ma queste ultime due pellicole sono un prodotto per le élite intellettuali, non per il volgo tutto al quale si indirizza “Amici Miei”.
La colpa di Germi e di Monicelli fu quella di rivolgersi ad un vasto pubblico, che – nella contemporaneità – pare dover essere protetto ed educato sul piano valoriale, fosse affetto da una eterna minorità. Buon ricordo Amici miei! Potrai venire cancellato, ma resterai sempre con me. Anche io sono uno degli “amici”!
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).