
Ecco che il 29 luglio alle ore 14,30 il ministro della cultura, Alessandro Giuli, riferì nell’aula del Senato un’informativa sulla situazione del cinema italiano: ambito della cultura “istituzionalizzata” travolto dalle polemiche già nel 2024 alla luce dei tentativi di riforma, da parte dell’Esecutivo, al fine di mettere ordine in quella che fu una mangiatoia di oltre 700 milioni annui distribuiti con una leggiadria senza pari.
Le parole del ministro segnano la conferma – nonostante le inevitabili e pretestuose prese di posizione dell’opposizione – delle riforme volute dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano. La riforma sul tax credit e sui contributi selettivi al cinema scatenò un conflitto senza esclusione di colpi che fu foriero delle dimissioni del ministro napoletano. Nella sua lettera di dimissioni si legge: “Sono consapevole, inoltre, di aver toccato un nervo sensibile e di essermi attirato inimicizie, avendo scelto di rivedere il sistema dei contributi al cinema”.
La deroga per lo spettacolo
Vi è una motivazione per la quale si è creata una mangiatoia nell’ambito “spettacolo”. Da decenni il settore ha beneficiato di una deroga da quanto stabilito dal DPR n. 602 del 1973 che prevede che le pubbliche amministrazioni, prima di provvedere ad un pagamento, superiore ai 5.000 euro verifichino – tramite l’Agenzia delle Entrate – la correttezza tributaria del beneficiario.
Se l’”eccezione alla regola” potrebbe avere una giustificazione, come nel luglio 2008 evidenziava il Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio, per il quale, a fronte del rilevante interesse pubblico, ovvero del preminente interesse dello Stato e della collettività, i pagamenti afferenti attività del settore dello spettacolo (e quindi della cultura) non dovessero essere sottoposti a questa verifica, gli abusi sono stati notevolissimi, sino a diventare la regola, per lo meno dei principali beneficiari.
Il caso Kaufmann
Nella mia Genova si dice: L’è o mainà che o ruinn-a o pôrto (è il marinaio che manda in rovina il porto). Le “anime belle” si sollevarono invocando la resistenza al vendicativo risentimento del governo Meloni. Dimessosi Sangiuliano ed entrando a Collegio Romano il neo ministro Giuli le critiche non si sono abbassate (anzi), ma il dibattito è diventato più “carsico”, fino a che non è deflagrato il caso di Francis Kaufmann: il presunto killer di compagna e figlia a Villa Pamphili che, nel 2020, ottenne un tax credit di 863.595,90 euro per la produzione cinematografica di un film, “Stelle della notte”, mai realizzato.
Il caso fu così eclatante che anche i più strenui difensori dell’Ancien Régime franceschiniano misero la sordina alle loro critiche, pur senza silenziarle. Questo crimine efferato non può, ovviamente, far risalire a nessuna responsabilità diretta del Ministero, ma il fatto resta: la leggerezza regnò sovrana. L’incidentalità del fatto di cronaca, con il voluto Laissez-faire, laissez-passer istruttorio, è finito per costare il posto al, pur astuto, Nicola Borrelli, ininterrottamente direttore generale per il cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura dal 2009, capace di sopravvivere ai marosi della politica con indiscussa abilità, che è stato costretto alle dimissioni.
È certo che vi sono richieste che si accendano i riflettori dalla Procura della Corte dei Conti su di lui e sul collega allo spettacolo dal vivo Antonio Parente nella speranza che possano essere accusati di “danno erariale”, per mancato controllo nel corso dei decenni. A conforto dei due vi è, però, la citata interpretazione della Ragioneria dello Stato, che, con note e circolari, ha confermato che esiste “una precisa deroga”: una vera e propria “eccezione culturale” alla regola generale. Insomma, l’hanno scampata!
Lo spettacolo dal vivo
Il conflitto tra la governance della cultura a trazione FdI ed il richiamato Ancien Régime, non si è limitato alla sola gestione del “cinema”, ma si è esteso anche all’ambito dello spettacolo dal vivo. L’elemento esplosivo sono state le dimissioni di tre membri della Commissione Teatro del MIC: Alberto Cassani, Carmelo Grassi e Angelo Pastore, il 19 giugno.
I tre dimissionari, in una laconica letterina di poche righe indirizzata al ministro, hanno sottolineato “l’impossibilità di costruire, all’interno della Commissione, un percorso condiviso ed equilibrato nella valutazione dei vari organismi teatrali richiedenti”. In particolare, Cassani, Grassi e Pastore si sono opposti alla decisione della maggioranza di declassare la Fondazione Teatro Nazionale della Toscana, “sulla base di motivazioni pretestuose”.
Si inizi – per il poco che vale – che il Teatro della Toscana non avrebbe mai dovuto essere declassato, perché non avrebbe mai dovuto essere un “Teatro Nazionale”. Il Teatro della Pergola entrò nell’élite quando il dicastero era retto da Franceschini ed il presidente del Consiglio era Renzi. Che vi siano state pressioni? Giammai, si dica. Qui si tratta di “uomini d’onore” (per dirla alla Shakespeare). Questo teatro non decollò mai: un numero impressionante di consulenze, il problema della scuola di teatro (elemento imprescindibile per l’ammissione in questa categoria).
Poi la scelta di un “direttore artistico” (non previsto in pianta organica, quindi consulente) come Stefano Massini, scrittore, drammaturgo e personaggio televisivo illustre, ma senza alcuna esperienza come direttore e il “dimissionamento” del direttore generale, sostituito da una figura ad interim – uso a prendersi responsabilità senza potere – hanno abbassato le possibilità della prosa fiorentina di giocare il Serie A.
Il caso di Massini è l’ultimo, ed il più eclatante, esempio del recente malcostume italico di scegliere come direttori artistici del “nomi di richiamo”, ma senza esperienza. Come se quello del direttore artistico non fosse un mestiere proprio, come dimostra la carriera del dimissionario Angelo Pastore, di gran lunga il migliore direttore del Teatro di Genova degli ultimi 25 anni. Nessuno sceglierebbe un illustre clinico, un premio Nobel della medicina, per dirigere un nosocomio.
L’Aventino paga
Ma la cultura è diventata un gigantesco parco giochi. Necessarie queste dimissioni? Quando mai! I tre commissari non erano d’accordo? Bastava votare contro o astenersi dall’espressione del voto, lasciando ad altro la responsabilità politica. Conseguenza: sono a venute a mancare voci autorevoli e competenti in altre commissioni, dove la componente “attività teatrali” è stata fortemente penalizzata, come – sempre meno carsicamente – accusano gli operatori. Come insegna la storia e come Gramsci aveva capito, l’Aventino non paga.
Chi lascia il tavolo ha perso ed è colpevole. Non è infondato il sospetto che queste dimissioni siano state volute proprio per scatenare bagarre politica. Subito si è detto che i dimissionari rappresentavano una “opposizione” al governo, rappresentato da quattro commissari. A Firenze si sono organizzate “pilotate” manifestazioni antigovernative, a tutto danno delle revisioni delle istanze.
Ha fatto gioco a molti vedere uno scontro tra destra e sinistra, e due dei tre dimissionari si sono candidati per la sinistra in primarie e tornate elettorali. A conferma di ciò, quando, nel 2015, il Teatro di Genova venne declassato nessuna manifestazione nazionale ebbe luogo. Quale differenza? Il governo era di centrosinistra.
La sintesi DC-PCI
Il discorso è più sottile e risale ad una visione globale del rapporto Stato-cultura. Dario Franceschini, ultimo cascame di una DC ormai bolsa, nei suoi anni a Collegio Romano impose uno statalismo che ben rappresentava una scellerata sintesi tra le istanze democristiane e quelle del vecchio PCI. La diffidenza per la grande proprietà privata del secondo andava a braccetto con il desiderio di controllo della DC, di per sé non ostile all’attività privata.
Il sistema dello spettacolo accentrandosi su grandi soggetti pubblici soddisfaceva le due istanze: l’idea che la cultura (quella vera) dovesse essere di promozione pubblica e che la regia delle politiche culturali consentisse non poche rendite di posizione politiche. Non è fuorviante il paragone tra lo spettacolo dal vivo e la gestione della nascita della televisione privata.
Il problema della DC fu (e venne portato anche nell’ambito dello spettacolo dal vivo, dove tutt’ora persiste) la volontà che non si costituissero grossi agglomerati che togliessero allo Stato la sua centralità. È da notare che ci vollero i socialisti ed i repubblicani, per aprire alla grande televisione privata. Lo stesso per lo spettacolo dal vivo. Quanto disavanza delle vetuste istanze di potere catto-comuniste giace nell’ontologico bisogno di controllare i cittadini, nell’irrefrenabile necessità di educarli, fossero affetti da una eterna minorità.
Dietro le dimissioni dei tre commissari non vi è, tanto, una affiliazione politica, ma una costante della loro vita professionale. Essi hanno vissuto all’ombra delle imprese a capitale pubblico. In più contesti si è affermato e si continua, testardamente, ad affermare che questi soggetti giuridici sono l’architrave del sistema e sono da preservare ad ogni costo. Sono veramente i più bravi? Dato ininfluente. È la loro natura giuridica a determinare il peso. I soggetti a capitale pubblico sono il vero “Marchese de Grillo” del sistema.
Ma quale “politica culturale”?
Non vi è dubbio che alcune scelte dei commissari “ministeriali” e del Ministero stesso possano essere errate nella forma e nella sostanza, ma la verità è che il mainstream vorrebbe che nulla cambiasse; tanto c’è l’esenzione dal controllo obbligatorio dell’Agenzia delle Entrate. Poi è da evidenziare che il 70 per cento dei contributi erogati va nelle mani del 20 per cento delle istanze. In totale oltre il 50 per cento delle risorse vengono destinate a soggetti di promozione pubblica, che sono il 10 per cento dei beneficiari, ovviamente escludendo le fondazioni lirico sinfoniche.
La stessa SIAE (Società Italiana Autori Editori), presentando il 16 luglio 2025 il suo rapporto annuale, e limitandosi a misurare lo “stato di salute” del settore dello spettacolo in modo superficiale, soltanto contando i biglietti venduti – come ha sottolineato Il Fatto Quotidiano il 26 luglio – nulla ha approfondito sulle caratteristiche del pubblico, effettivo e potenziale.
Il Ministero della Cultura non dispone di strumentazione per misurare l’efficienza del sistema e del proprio operato, e quindi anche la validità dell’allocazione delle risorse pubbliche, che pure non sono poche, circa 700 milioni di euro l’anno per il cinema e l’audiovisivo e circa 400 milioni per lo spettacolo dal vivo.
E già questi due dati sono sintomatici: perché al cinema 700 e allo spettacolo dal vivo 400?! Con quale logica strategica… con quale “idea” di politica culturale?! Fu Franceschini a volere che lo Stato iniettasse risorse alla grande nel cinema e tv. Qualcuno si è preso la briga, nel corso dell’ultimo decennio, di misurare l’efficacia di questa scelta di Franceschini, di valutarne gli impatti, in termini di rafforzamento dell’assetto strutturale (imprese e occupazione) dei due settori, e di complessiva estensione dell’offerta culturale? No. Una scelta dettata invece da logiche nasometriche e da intuizioni approssimative, se non addirittura da stimoli elettoralistici. “Politica culturale” erratica. In assenza di dati ed analisi. E la nave va!
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