L’ultimo e ancor più grottesco caso di censura: chi non supporta l’agenda progressista messo all’indice

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Ho idea, ed è una idea che non mi piace per niente, che andando di questo passo potrà essere aperta una autentica e autonoma rubrica del tipo ‘la vittima di censura del giorno’.

Una sorta di Bestiario della negazione della libertà di espressione che pure accidenti sarebbe, condizionale d’obbligo a questo punto, garantita dall’art. 10 par. 2 CEDU, dal Regolamento Ue 11 marzo 2014, 235, par. 11, dall’art. 19 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dall’art. 21 della Costituzione.

In un mondo che ha fatto feticismo per ogni forma di diritto, spesso inventato di sana pianta, impossibile da implementare, surreale, ecco che invece la autentica pietra angolare del dibattito pubblico, la libertà di espressione, recede, si fa ancillare, evanescente, e ne rimane solo un esangue corpicino: non si può più dire o scrivere niente, perché la suscettibilità altrui si fa subito rossiccia, avvizzita nel volto folle di una massa digitale la quale lungi dal controbattere con argomentazioni preferisce inabissarsi nella faida, nel linciaggio mediatico, nel dossieraggio spinto e nella richiesta, vero apice del parossismo, di interventi normativi o legali, di procedimenti disciplinari o sanzioni di varia natura.

Ultimo in ordine di tempo, ma temo non ultimo in senso assoluto, il professor Francesco Venier, dell’Università di Trieste, ‘reo’, a dire di una indegna gazzarra sollevata da gente che avrebbe sollevato una canea pure se avesse letto le previsioni del tempo, di aver vergato digitalmente un post in cui chiedeva che cosa se ne sarebbero fatti dei 10 mila euro paventati da Enrico Letta i ragazzi di Scampia.

Non sia mai, peste gliene colga. Un moto di indignazione digitale si è sollevato come lo tsunami delle interpretazioni distorte: nessuno, chiaramente, dei linciatori entustiasti si è posto il problema sollevato dalla domanda di Venier, che polemica o sarcastica che fosse comunque un tema, e non banale, lo sollevava. E che alla fine della battaglia online è rimasta del tutto inevasa.

Formulazione infelice della domanda? Anti-meridionalismo? Tentativo di mascherare dietro una domanda latamente politica una forma di discriminazione contro i ragazzini di Scampia? Siamo nel pieno della sagra infelice del retro-pensiero, del processo alle intenzioni, del voler vedere e leggere qualcosa anche se quel qualcosa non c’è: perché Venier ha scritto una cosa chiara, lineare e limpida, una polemica nei confronti della proposta di Letta, sulla quale ci auguriamo tutti si possa continuare a polemizzare e ad essere critici senza dover incorrere nella lesa maestà, e non certo una stucchevole tirata anti-meridionalistica.

Eppure le orde digitali, spesso account fittizi e senza follower, troll, e gente dalla identità incerta, sono letteralmente salite sulle barricate per aver letto ‘Scampia’.

Non per la proposta di ennesimo assistenzialismo statalista, autentica rovina del Meridione d’Italia, da sempre sussidiato senza interventi radicali di razionalizzazione del proprio tessuto economico, spesso a causa di classi dirigenti e politiche locali inadeguate, ma per quel luogo, ‘Scampia’.

Come se vi fosse un individuatore automatico di parole proibite, di dogmi di fede, impronunciabili, non contestabili, non utilizzabili. Eppure Scampia non è un mero quartiere malfamato, piaccia o non piaccia, tra Gomorra, serie tv, documentari, film, ricostruzioni saggistiche, è divenuto uno di quei feroci paradigmi de-territorializzati di pura anomia sociale: Scampia cessa di essere Napoli e Campania, nella stessa misura in cui Tor Bella Monaca cessa di essere Roma e Lazio o lo Zen quartiere di Palermo e della Sicilia, e potrei dire lo stesso della Barriera a Torino o della Barona nel milanese.

Sono intersezioni di una geografia del disagio sociale, in cui mancanza di istituzioni, di servizi pubblici, presenza asfissiante di micro e macro delinquenza finiscono tra loro cospiranti per produrre un assetto ulteriore rispetto alla appartenenza geografica: il cittadino di Scampia è più simile a quello dello Zen o di San Basilio piuttosto che all’abitante del Vomero.

Ma la domanda di Venier non era nemmeno contro Scampia, intesa come ambito territoriale o contro i suoi abitanti: perché, che cosa te ne fai di 10 mila euro se vivi in un tessuto sociale in cui le scuole si devono barricare come nemmeno in “Distretto 13 – le brigate della morte”, oppure i palazzoni anodini e grigi si popolano di una smunta umanità in cui camorra e gang si ergono a unico Stato legittimo?

La questione sollevata da quella domanda, che non era nemmeno feroce come avrebbe potuto esserlo un paradosso alla Jonathan Swift, il quale oggi marcirebbe in galera, verteva assai semplicemente sul sempiterno canone assistenzialistico e sussidiario da cui lo Stato italiano non riesce a riprendersi. Invece di potenziare il tessuto sociale di una data area, ci si lava la coscienza con una regalia dal sapore medievale.

C’è qualcuno che ha svolto anche solo una parte di queste considerazioni? Chiaramente no, meglio linciare Venier, dipingerlo come un razzista, un anti-meridionalista, come un discriminatore, e tutto per una mera domanda. Il copione purtroppo tende ad essere sempre lo stesso, e sta diventando giorno dopo giorno sempre più pericoloso.

Se nel caso di Marco Gervasoni, sebbene a mio avviso ampiamente discutibile, almeno c’era la legittimazione di una indagine penale, poi abbiamo avuto Luigi Marco Bassani, nella cui vicenda scompariva del tutto la sfera penale e rimaneva un meme classificato dai custodi della ortodossia politicamente corretta come ‘sessista’, ed ora nel caso di Francesco Venier abbiamo il nulla, abbiamo semplicemente il processo alle intenzioni per aver utilizzato il nome ‘Scampia’.

Ormai, è chiaro, siamo alle liste di termini, parole, concetti proibiti, il Sillabo del politicamente corretto, la proscrizione dei ‘dannati’ la cui colpa principale agli occhi delle masse digitali idrofobe è il non aderire ad una agenda progressista: perché, e questo pur nelle differenze accomuna Gervasoni, Bassani e Venier nessuno di loro è sospetto di simpatie per il progressismo e per il comunismo.

Perché i professori comunisti sono intoccabili e per sottoporli a una qualche vaga polemica pubblica e forse a un procedimento disciplinare si deve essere in presenza di pesanti insulti mirati ad personam, con tanto di oggetto delle proprie offese ben riconoscibile, oppure attraverso goliardici inviti ad appendere a testa in giù e via discorrendo: per i non progressisti, basta l’ironia o il porre la domanda nel modo che i progressisti reputano scorretto o sbagliato, e loro come si sa bene reputano tutto ciò che non sia comunista come ontologicamente sbagliato.

L’attitudine da massa, da linciaggio senza scuse e senza giustificazioni, si palesa nel modus operandi dei giustizieri del politicamente corretto: forniscono la loro peculiare interpretazione di quanto hanno letto, e chiaramente lo distorcono in maniera strumentale, trasformano il tutto in una sorta di guerra totale e di scontro di civiltà, utilizzano hashtag, spesso minacce e insulti (invito a leggere con quali epiteti è stato appellato il professor Venier…), e poi non paghi dell’aver macinato le ossa della vittima prescelta, iniziano a delinearne il profilo, fanno doxing, chiamano in causa parenti, amici, e il datore di lavoro.

Dato che infatti i comunisti, per loro costituzione storica, sono autentici paladini della strategia provocatoria, spesso lambente la pura infamia, eccoli evocare, mediante tag, l’Università di Trieste, come già avvenuto nel caso dell’Università dove insegna Bassani: le università, sommerse da un profluvio di insulti, richieste di chiarimenti, accuse varie e variamente formulate, si scusano ormai in automatico, prendono le distanze, stigmatizzano, in alcuni casi anticipano che adotteranno provvedimenti, in assenza però di qualunque formale istruttoria per capire che cosa davvero stia accadendo.

La china è di rara pericolosità: così facendo, si legittima e si concede sponda privilegiata alla voce delle masse impazzite, alla strumentalità, perché i linciatori dei social capiranno di aver escogitato la strategia vincente e si lanceranno contro chiunque possano individuare in loro nemico, avversario o antagonista utilizzando sempre la medesima tattica.

La fase finale di questa deriva è la morte della coscienza critica, della libertà di espressione, del dibattito accademico, culturale e sociale: perché non si potrà più dire niente, per quanto innocente possa essere ciò che stiamo scrivendo o asserendo, le opzioni ideologiche e teoriche sgradite alla massa imperante saranno espunte dal consesso civile e gettate nelle catacombe, o nelle fogne come piace tanto dire ai comunisti.

È chiaro che sia ora di finirla con la ‘maggioranza silenziosa’, tutti quelli che esprimono solidarietà in silenzio, in punta di piedi, quelli che ritengono inaccettabile e gravissima la situazione dovrebbero superare i loro timori, la loro timidezza e iniziare a reagire, prima che sia troppo tardi.

Organizzarsi, difendersi, darsi consigli di natura legale, non farsi mettere in mezzo, né piegare dall’onda montante dell’odio digitale rosso, proporre e promuovere dibattiti e slanci di opinione che sappiano bilanciare le ondate di odio e di riprovazione politicamente corretta, denunciare, gridare che il Re è nudo, e che i soviet che si annidano tra redazioni, case editrici e università non hanno l’esclusiva né la patente di legittimazione ad essere, unici, presenti dibattito pubblico.

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