
Corrado Ocone è una delle voci più lucide del liberalismo italiano: filosofo politico sobrio e controcorrente, attento alla tradizione del passato senza mai trasformarla in dogma. Nel suo ultimo saggio, “Politica e cultura. Percorsi di pensiero nell’Italia del Novecento” (Edizioni Società Aperta), individua nella separazione tra politica e cultura la radice della crisi politica, denunciando una politica ridotta a tecnica e una cultura divenuta settaria.
Con riferimenti a Croce, Amendola, Bobbio e Gobetti, Ocone difende il pluralismo, il dubbio e il pensiero critico come condizioni della libertà, riprendendo le voci dei grandi liberali del Novecento. Cercando così, alla luce dei ritratti dei maestri del passato, di indagare la strada per superare il divorzio tra politica e cultura.
Politica e cultura: un frattura da ricucire
FRANCESCO SUBIACO: Professore, qual è il filo conduttore dei saggi raccolti in questo volume?
CORRADO OCONE: Nascono dalle relazioni che ho tenuto negli ultimi quattro-cinque anni e hanno come protagonisti figure che hanno dedicato la loro vita alla politica e alla cultura. Mi è sembrato naturale usarle per riflettere sulle culture politiche: un tema oggi indebolito dalla crisi dei partiti e dalla fine delle grandi ideologie novecentesche.
Non credo che quelle culture siano semplicemente riproponibili, poiché erano legate a un contesto storico preciso. Ma allo stesso tempo è evidente che non è possibile una politica senza idee: la pura gestione comunicativa dell’oggi, fatta di singole uscite senza visione d’insieme, non ha prospettiva.
Questi saggi servono dunque a interrogarsi su come tenere insieme politica e cultura in un contesto radicalmente mutato – segnato dalla comunicazione globale, dall’erosione delle appartenenze e dalla scomparsa dei partiti storici – senza tornare meccanicamente al passato. La sensazione di vivere in un eterno presente, alimentata dai social, rende ancora più urgente il bisogno di quadri interpretativi forti che non coincidano però con le vecchie ideologie. Da qui il significato del mio libro.
Il liberalismo come metodo e sensibilità
FS: Lei insiste molto sulla categoria di liberalismo. Come la definirebbe?
CO: Per me il liberalismo non è un’ideologia forte, con dogmi scolpiti una volta per tutte, ma una sensibilità, un metodo. Mi riconosco in una formula di Nicola Matteucci: il liberalismo vive ridefinendosi, perché è una risposta storica a delle sfide storiche.
Non esiste un liberalismo valido in assoluto, esistono politiche diverse per salvaguardare gli spazi di libertà in contesti diversi. Per questo non c’è nessuna “necessità scientifica” che lo leghi sempre e comunque al mercato puro o a un’idea fissa di Stato minimo.
FS: Si spieghi meglio…
CO: A volte la battaglia liberale è contro lo Stato oppressivo; altre volte lo Stato è lo strumento necessario per liberare energie e diritti. Preferisco parlare di “lotta per la libertà” più che di liberalismo come dottrina chiusa. È una lotta che cambia forme, avversari, linguaggi, ma è sempre in evoluzione.
I maestri del liberalismo italiano
FS: Da questa prospettiva lei rilegge come maestri liberali anche figure spesso “appropriate indebitamente” da altre tradizioni (specie di sinistra), come Gobetti, Amendola, Bobbio.
CO: Sì. Molti di questi autori sono stati collocati ex post in un generico campo della sinistra, per ragioni biografiche o politiche: l’antifascismo, i rapporti con esponenti del socialismo, o talvolta con quelli del comunismo. Ma se si torna ai testi, questa operazione viene facilmente disvelata come tale.
Gobetti è stato descritto come un quasi comunista, un papa laico della sinistra; e tuttavia è un liberista radicale, allievo di Einaudi, nettamente federalista e a mio avviso ha una matrice più gentiliana che gramsciana: l’idea di una rivoluzione permanente dal basso.
Amendola è un filosofo teoretico prestato alla politica, un liberale antitotalitario che combatte il fascismo ma resta lontano radicalmente dal socialcomunismo. De Ruggiero è insieme antifascista e anticomunista, eppure è stato spesso avvicinato alla sinistra per la sua fede nel progresso, il grande mito moderno.
Fa eccezione Pellicani, che è un socialista democratico e libertario, anticomunista e antimarxista, che recupera la tradizione del socialismo umanitario e del mutualismo ottocentesco, ed è l’unico propriamente non liberale della raccolta. Ho cercato di restituire a ciascuno la sua dimensione reale, senza forzature ma senza accettare le vulgate consolatorie.
Nel caso di Bobbio, per esempio, insisto sul suo “anti-totalitarismo asimmetrico”: lui era un liberale, ma si definiva antifascista e non comunista, non anticomunista, nella speranza di dialogare con il Pci e condurlo sul terreno dello Stato di diritto. Una speranza ovviamente vana.
Gentile: un pensatore della crisi e del nichilismo
FS: In questo lavoro un capitolo importante è riservato a Gentile. Lei propone una lettura controcorrente, più nichilista che “tradizionalista”.
CO: Gentile è stato spesso derubricato come filosofo ufficiale del fascismo e pensatore “tradizionale”. Io credo che sia, al contrario, un filosofo pienamente moderno e immanentista. Anche quando parla di Dio, è un Dio che coincide con l’atto del pensiero, con il “Dio che è in noi”; non c’è spazio per una trascendenza nel senso del cattolicesimo. I valori, per Gentile, sono in fondo indifferenti: sono il materiale che alimenta l’atto puro, il pensiero pensante che continuamente si autoafferma.
Da qui la possibilità, per i suoi allievi, di prendere strade diversissime senza rinnegare il maestro: da Ugo Spirito, quasi comunista e tecnicista, a Calogero, che tenta una via liberal-socialista. È una filosofia che esalta la potenza dell’atto più che contenuti determinati, e questo la avvicina, per certi versi, a un esito nichilistico più che a un tradizionalismo organico. Più simile a Nietzsche, Heidegger o Husserl che a figure tradizionaliste come De Maistre. Si tratta quindi di un filosofo necessario per comprendere le mutazioni del Novecento aldilà del suo orientamento politico.
L’importanza degli “impolitici”: la lezione di Chiaromonte
FS: Tra le figure meno note al grande pubblico c’è Chiaromonte, che lei legge come “impolitico”. Cosa significa?
CO: L’“impolitico”, nella definizione di Roberto Esposito che riprendo e sviluppo, è chi diffida della politica non per moralismo ma per consapevolezza dei meccanismi di potere. È qualcuno che guarda la politica dal lato dei rapporti di forza, sapendo che persino i fini più nobili passano sempre per forme di dominio, di organizzazione, di esclusione.
Chiaromonte, come Camus o Simone Weil, vede la politica come necessaria ma sempre esposta alla tentazione di occupare e consumare il tutto. L’impolitico non è un disertore: è chi ricorda i limiti della politica e impedisce che diventi religione secolare o spiegazione totale del mondo. In questo senso offre uno sguardo laterale che, proprio sottraendosi alla fascinazione del potere, ne coglie meglio i pericoli. Un insegnamento che un liberale non può che apprezzare.
La lezione del cammino della libertà in Italia
FS: Che lezione può trarre la politica di oggi da questi maestri?
CO: La prima lezione è evitare entrambi gli estremi: quello dell’ideologismo, che trasforma una visione in ingegneria sociale e giustifica ogni mezzo in nome del fine, e quello del presentismo senza prospettiva, che riduce la politica a marketing del giorno per giorno. La politica deve essere realista, ma nutrita da una visione d’insieme.
Mi convince molto l’intuizione di Hannah Arendt: la politica non è solo realizzazione di progetti esterni, ma ha in sé il suo fine nel dialogo pubblico, nella parola che si scambia nella sfera comune. Nel Novecento ha prevalso la politica come realizzazione di piani globali; oggi rischia di prevalere il puro potere per il potere. In entrambi i casi si spezza il nesso tra visione e azione.
Occorre ricordare, sulla scia di Kant, che l’azione senza visione è cieca, e la visione senza azione è vuota. In questo senso la cultura politica dovrebbe offrire immagini del futuro abbastanza nitide da orientare l’agire, senza trasformarsi in dogma. Su questo terreno si gioca ancora oggi la possibilità di una autentica politica della libertà.
L’eredità del liberalismo italiano
FS: In chiusura. Nel libro “Liberali d’Italia” lei recupera una tradizione del liberalismo novecentesco spesso percepita come più orientata a sinistra. Qual era il senso di quell’operazione?
CO: In realtà il punto di partenza non era la distinzione destra/sinistra, che considero secondaria, ma la distinzione tra un liberalismo dottrinario e uno antimetafisico. Per me la linea decisiva passa tra un liberalismo che pretende di offrire ricette – l’idea di un ottimo Stato liberale, con una combinazione fissa di istituzioni – e un liberalismo inteso come metodo, come sensibilità, non come sistema chiuso.
Il liberalismo dottrinario finisce per costruire un modello astratto da applicare alla realtà; quello che mi interessa è invece un liberalismo che si rimette continuamente in discussione, che accetta la contingenza e il carattere storico delle proprie risposte, sempre rivedibili. È questa l’eredità del liberalismo italiano che aldilà del facile schema destra/sinistra è più attuale che mai.
FS: E allora che cosa distingue, per lei, un liberale da un non liberale?
CO: Ma sa io non credo in una “verità” da applicare davvero alla politica; la verità, per così dire, si fa nel discorso, strada facendo, nel confronto tra posizioni diverse. Per questo preferisco parlare di lotta per la libertà più che di liberalismo: non esiste un nesso causale semplice “più mercato, meno Stato, più libertà”.
Storicamente il mercato ha avuto un ruolo liberatorio, ma non possiamo trasformare questa constatazione in metafisica della storia. Ma se devo trovare l’essenza del liberalismo non posso che dirle il rifiuto del determinismo.
FS: Ovvero?
CO: Il non liberale tende a ragionare in termini di cause ed effetti necessari, di leggi storiche inevitabili; il liberale sa che la libertà è sempre precaria, esposta al caso e al conflitto. Questo implica una grande compito: non affidarsi a una ricetta valida per sempre, ma cercare ogni volta risposte finite e imperfette alle sfide che la società pone – oggi l’Intelligenza Artificiale e le trasformazioni del lavoro.
La domanda liberale è sempre: in questa situazione concreta cosa tutela meglio gli spazi di libertà? Più Stato o più mercato? Più regolazione o più autonomia? Non esiste una formula a priori, mai. Come insegna, del resto, un mio riferimento come Benedetto Croce, un filosofo che fu veramente ostile a tutti i determinismi.
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