
Per coloro che hanno applaudito in aula e per diversi rappresentanti politici, il verdetto emesso dalla Corte d’Assise di Palermo sul processo relativo alla trattativa “Stato-Mafia”, rappresenta un momento storico. Per alcuni, come il leader dei Cinque Stelle Di Maio, con questa sentenza si chiude la Seconda Repubblica. In poche parole, la Seconda Repubblica si chiude come la Prima, per mano del potere giudiziario. Con il piccolo particolare che quanto deciso a Palermo, potrebbe essere ribaltato tranquillamente nei successivi gradi di giudizio, previsti dal sistema giudiziario.
Purtroppo, come ha scritto Piero Sansonetti in un magistrale articolo, la sentenza di Palermo è primariamente di natura politica. Lo è per la vicinanza del Pubblico Ministero Di Matteo ad una specifica forza politica (i Cinque Stelle) e per il fatto che, l’intero processo, è sembrato poggiare su una impalcatura estremamente fragile. Dall’inattendibilità di Cincimino Junior, alla decisione di ignorare completamente tutte le sentenze che, sino ad allora, avevano scagionato imputati come il Generale Mori da ogni sorta di accusa di complicità e sostegno alla Mafia. Peggio: lo è perchè, considerata l’assoluzione dell’ex Ministro Mancino, manca ancora la responsabilità politica di questa storia e resta difficile credere che, gli ufficiali condannati, abbiano trattato con la Mafia senza una luce verde alle spalle.
Sarebbe sbagliato guardare a questa sentenza come qualcosa che riguarda solamente il passato. I suoi effetti, rischiano infatti di farsi sentire concretamente sulla sicurezza dell’intero Paese. Perchè qua bisogna parlarci chiaro: o qualcuno crede che dei funzionari dello Stato hanno tradito al loro dovere e sono passati a lavorare per la Mafia; oppure, se sono rimasti fedeli allo Stato – anche se trattativa ci fosse stata – si è trattato di un’azione “per lo Stato” e non “contro lo Stato”.
Ad oggi, considerata soprattutto l’assoluzione del Generale Mori sul caso dell’arresto di Riina, non sembra che qualcuno sia riuscito a provare che i funzionari condannati abbiano agito come rappresentanti della Mafia. Semmai, se Trattativa ci fu, avvenne nell’ottica di portare delle richieste dei mafiosi allo Stato, per terminare la stagione delle bombe ed evitare nuove stragi.
Ora, su questo genere di dialogo – tra apparati di sicurezza e criminalità organizzata, cosi come tra apparati di sicurezza e organizzazioni terroristiche – si può concordare o meno. Si può legittimamente sostenere che si è contrari all’ipotesi di negoziato e rifiutare ogni tentativo di instaurare una “trattativa” con chi rappresenta il Male. Il Male però esiste e con questo Male, in tutto il mondo, gli apparati di sicurezza dei vari Stati si confrontano costantemente, molto spesso per salvare vite umane.
Dobbiamo allora chiederci quale potrà essere l’effetto concreto di una sentenza di questo genere sulla sicurezza del Paese. Considerando che (salvo soprese nelle motivazioni della sentenza) nessuna pistola fumante è stata trovata – ovvero nessuna mazzetta verso i funzionari statali o nessuna prova che siano attivamente passati alla mafia – ciò che viene condannata a Palermo è l’idea stessa di trattare con il nemico. Da domani in poi, quindi, quale sarà il funzionario della pubblica sicurezza che, davanti ad una emergenza nazionale, accetterà la responsabilità di aprire un “dialogo con il Male”? Quale funzionario dell’intelligence accetterà mai di rischiare anni di galera, per divenire il capro espiatorio di un intero sistema, politica compresa?
Come ha detto giustamente Roberto Gervaso “l’intelligence è il lubrificante occulto di uno Stato che funziona”. Se questo Stato però non riesce a garantire ai suoi funzionari il necessario sostegno, non bisogna certo aspettarsi che il lubrificante riesca a svolgere adeguatamente il suo compito.
Ultima postilla: fa sorridere ricordare che – diversi di coloro che applaudono oggi alla sentenza di Palermo – solamente ieri proponevano di “trattare” con Isis…
P.S.: Intervistato dalla Annunziata, il PM Di Matteo ha giustificato la critica della “Trattativa”, sostenendo che questo abbia rappresentato un crimine perché è storicamente provato che trattare con la Mafia rafforza la Mafia. Ammettendo che questo sia vero, si tratta sempre di una valutazione politica e non penale. Chiunque, come suddetto, può affermare che trattare con il Male, rafforza il Male. Giusta o sbagliata che sia questa affermazione, non rappresenta una prova del fatto che, chi tratta, lo faccia “contro lo Stato” e non “per lo Stato”.