I meriti di Mubarak, lo strabismo occidentale e il miraggio delle “primavere arabe”

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La recente scomparsa, a 91 anni, di Hosni Mubarak induce qualche riflessione sull’atteggiamento di una certa parte del mondo occidentale verso l’Egitto e i militari che attualmente lo governano. Per gli occidentali, infatti, la democrazia è un valore assoluto e da non mettere mai in discussione. Secondo alcuni intellettuali come Francis Fukuyama va pure “esportata” sempre e in ogni contesto, a prescindere dalle condizioni (e dalle tradizioni) di Paesi che hanno cultura e valori diversi. Hillary Clinton è stata l’esempio più tipico di questo modo di pensare, e Barack Obama l’ha messo in pratica in più occasioni.

Un sano realismo politico dovrebbe però indurre gli Stati Uniti (e l’Unione europea, la cui autonomia in materia di politica estera è inesistente), a comportarsi in modo diverso quando le circostanze lo impongono con forza. La diffusione del radicalismo islamico rappresenta in questo senso un esempio emblematico. Mubarak, considerato un eroe per il ruolo avuto nella guerra del Kippur contro Israele, era succeduto nel 1981 a Sadat assassinato, per l’appunto, da fanatici islamisti. Nei suoi quasi trent’anni di potere non concesse spiraglio alcuno al radicalismo.

In molti articoli pubblicati post mortem si legge che era un autocrate e che non è quindi lecito onorarne la memoria. In fondo a lui si ispirò l’esercito egiziano quando represse la rivolta della Fratellanza Musulmana e depose il suo esponente Mohamed Morsi (pure lui deceduto, nel frattempo) che era stato eletto presidente nel 2012. Che in Egitto ciò sia avvenuto è fuor di dubbio, ma i critici forse dimenticano su quale strada si stava avviando la maggiore nazione del mondo arabo sotto la presidenza Morsi. Stati Uniti e Unione europea, basandosi sulla sua presunta moderazione, lo avevano in un primo tempo sostenuto pienamente. Era la stagione delle cosiddette “primavere arabe”, finite poi nel modo che sappiamo.

Certo tutti vorremmo che la repressione non esistesse, e che i cittadini egiziani fossero liberi di esprimere le loro opinioni di qualsiasi tipo esse siano. Che fare, tuttavia, se un’associazione che si colloca a metà strada tra politica e religione pretende di imporre la propria visione del mondo a tutti, inclusi coloro che con essa non concordano? Lasciata libera di perseguire i propri fini avremmo probabilmente avuto l’ennesima teocrazia musulmana, come se non ce ne fossero già abbastanza. E la teocrazia significa stragi, persecuzione di chi professa altre fedi religiose, dei laici che non ne professano alcuna e pure di coloro che, pur appartenendo alla stessa fede, danno un’interpretazione diversa dei testi sacri.

Non scordiamo che al Sisi, successore dello stesso Mubarak, ha incassato il sostegno di altre nazioni arabe, e non solo. Tutte molto preoccupate che un Paese così importante per il mondo arabo e per gli equilibri internazionali finisse per essere dominato dal fondamentalismo. Mi sembra lecito auspicare che il continuo strabismo occidentale a questo riguardo termini (anche se non si possono nutrire eccessive speranze al riguardo). Non si può condannare un giorno sì e l’altro pure stragi e orrori continui, e un’intolleranza giunta a livelli parossistici, e poi condannare chi blocca con la forza il diffondersi del contagio. E non si può soprattutto in Italia, dove si vede da brevissima distanza una Libia sconvolta dal radicalismo proprio grazie alle favole sull’esportazione della democrazia.

Dunque, è lecito ritenere che nel più grande Paese del mondo arabo, sia meglio avere al potere i generali piuttosto che la Fratellanza Musulmana, e che, in fondo, Al Sisi sia preferibile a Morsi. E aggiungo, senza ritegno di sorta, che dal punto di vista occidentale anche in Turchia sarebbe meglio che al potere ci fossero i generali kemalisti fedeli all’eredità laica di Ataturk e non l’islamista Erdogan con le sue ambizioni neo-ottomane. Quando si dicono queste cose, però, è immediata la sensazione di isolamento. Sono tanti gli italiani, e gli occidentali in genere, che ritengono possibile parlare di democrazia e di diritti umani in contesti nei quali sono all’opera forze possenti che vogliono imporre a tutti la sharia. La percezione di questo pericolo mortale è in fondo scarsa in Occidente, né è valso il disastro delle cosiddette “primavere arabe” a far sì che l’opinione dominante mutasse direzione.

Credo valga la pena di rammentare che i militari egiziani sono impegnati in una lotta mortale con il terrorismo, e non è detto che alla fine riescano ad avere successo. Il caso del Sinai è noto ma, dal punto di vista italiano, mette pure conto notare che Al Sisi e il suo governo conducono una battaglia importante contro la diffusione del jihadismo in Libia, la nostra ex colonia a un tiro di schioppo dalle coste siciliane.

Il mondo occidentale è purtroppo attraversato da pulsioni autodistruttive che paiono aumentare in modo speculare alla crescita del fondamentalismo islamista. Manca ogni consapevolezza dettata dal realismo politico. È assente, soprattutto, l’idea che in situazioni di emergenza, quando tutte le soluzioni sono comunque pessime, occorre scegliere il male minore per noi. E ripeto che, al riguardo, Al Sisi era ed è preferibile a Morsi.

Se le pressioni sui militari diventeranno troppo forti rischiamo sul serio di avere un Egitto dominato dalle forze islamiste, nonostante nel Paese le formazioni laiche, appoggiate anche dai cristiani copti, abbiano un peso elettorale e numerico notevole. Non è quindi opportuno impedire che sia onorata la memoria di Hosni Mubarak, e gli sia riconosciuto il merito di aver impedito che il suo Paese scivolasse verso la teocrazia.

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