Il “Cura Alitalia” e il dramma di uno Stato incapace di darsi limiti: una prospettiva libertaria

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Il decreto emanato dal Governo, tra giri di parole e sparate stratosferiche (come i fantomatici 350 miliardi evocati da Gualtieri, che forse si aspetta che piovano dal cielo), ha messo subito in chiaro il tipo di strategia che l’Esecutivo intende adottare nell’affrontare la prossima crisi. Pochi giorni fa, proprio qui su Atlantico, avevo auspicato da un lato un intervento deciso e mirato al sostegno del sistema sanitario data l’emergenza a cui deve far fronte, dall’altro un’uscita di scena dell’ingombrante e soffocante presenza dello Stato nell’economia in modo da ridare fiato al settore privato.

Inutile dire che la via liberale e libertaria non è stata nemmeno presa in considerazione, e questo in fondo ci dispiace perché vorrà dire precludere all’economia italiana l’opportunità di tornare presto in carreggiata su basi più solide di quelle attuali. Il decreto varato dal governo con uno stanziamento di 25 miliardi va esattamente nella riduzione opposta a quella auspicata, e si tratta di un’occasione persa da parte dello Stato per rinunciare, in un momento di così grande emergenza, alla sfiducia e alla diffidenza che cronicamente nutre verso i privati e le loro capacità.

Era il momento di salvare Alitalia stanziando 600 milioni dopo che, giusto per ricordarlo, ha già goduto di un prestito ponte da 900 milioni nel 2017 (finito nel mirino dell’Antitrust europeo come aiuto di stato) e di un altro di 400 milioni nel 2019?

Era il momento di calmierare i prezzi di mascherine e disinfettanti dimostrando non solo ignoranza nelle basilari leggi economiche della domanda e dell’offerta, ma anche scarsa memoria di un caposaldo della letteratura italiana, “I Promessi Sposi”, e di uno dei suoi episodi più famosi, come l’assalto al forno delle grucce?

Era il momento delle “proroghe”, dei rinvii degli adempimenti fiscali, senza nemmeno accennare a una sola misura per un alleggerimento strutturale e tangibile del carico fiscale per il futuro?

Per il Governo Conte evidentemente sì, era il momento. Ci sono però anche altri punti di vista, diversi da quelli del presidente del Consiglio, e spero vivamente che esprimerli non sia ancora considerato un “reato” di tradimento o una “mancanza di senso dello Stato”, visto il tono preso negli ultimi giorni da parte di esponenti della maggioranza che, nel difendere a spada tratta il premier, non sembrano rendersi conto che una situazione di emergenza non giustifica il tentativo di mettere il bavaglio alle critiche verso il premier, chiunque esso sia.

Da un punto di vista sinceramente liberale e libertario posso dire che il comportamento tenuto dallo Stato, incarnato dai vertici di questa maggioranza, nella stesura di questo decreto è più che riprovevole. Il coronavirus sta rappresentando per milioni di persone grandi sacrifici, lo stallo delle attività produttive implicherà presto grandi perdite nei portafogli di molti italiani. I cittadini sono già duramente provati dalla perdita di persone a loro care, dai numerosi contagi e dall’alto numero di ricoveri, nonché da una paura fisiologica che sorge naturale nell’affrontare eventi come le epidemie. Sull’orlo di una crisi mondiale, quando il ciclo economico (che da liberale intendo nella visione di Mises) si avvia al termine e i Quantitative Easing delle banche centrali non possono fare altro se non prolungare l’agonia, ci si aspetterebbe che uno Stato desideroso di dare forza a imprese, famiglie e lavoratori sia disposto a farlo nell’unico modo possibile: ridurre la propria massiccia presenza nell’economia.

Questa strada non solo non è stata nemmeno presa in considerazione, ma addirittura ci si aspetta che il settore privato si lasci incantare dai bonus, dalle “esenzioni” e dal rinvio degli adempimenti fiscali quando in realtà si tratta di misure che non ci proteggeranno da una lunga recessione. Lo Stato risulta ad oggi incapace di rinunciare a parte del proprio bilancio e quindi alla propria interferenza nel mercato, e la situazione sarà tanto più disastrosa quanto più si protrarrà nel tempo. Ci aspetta una crisi inevitabile dovuta non tanto al coronavirus, che è un po’ il “cigno nero”, l’imprevisto, la goccia che fa traboccare il vaso, quanto a un’economia resa instabile da anni di QE, di liquidità facile e di interventi delle istituzioni pubbliche che hanno permesso a soggetti inefficienti di rimanere sul mercato e continuare nei loro errori invece di reinventarsi e allocare le risorse secondo criteri sani. La visione “Austriaca” del ciclo economico elaborata da Mises e brillantemente spiegata da Rothbard in correlazione al fenomeno della Grande Depressione calza a pennello anche alla situazione che oggi ci vede protagonisti: l’instabilità era un dato di fatto già prima del virus che è arrivato come una folata di vento su un castello di carte.

Il Governo ha il dovere verso i propri cittadini, verso i taxpayer, di adottare le misure più idonee per affrontare l’emergenza sanitaria, ma è importante capire che questa va risolta in modo separato dalla crisi economica. Messe in salvo le risorse per il potenziamento delle strutture ospedaliere, per la cura di chi ne ha bisogno e per mantenere in piena efficienza il Servizio Sanitario implementandolo per far fronte a questa emergenza, lo Stato deve ridurre drasticamente la propria presenza fatta di tasse e spesa pubblica negli altri settori. Il virus può essere combattuto con il Servizio Sanitario (e anche qui ci sarebbero molti modi diversi per farlo, ma non è questo lo scopo di questa riflessione), ma la crisi economica richiede politiche di rigoroso laissez faire, perché i privati, le famiglie e le imprese alla fine di questa epidemia possano rialzarsi e intraprendere senza intoppi un percorso di crescita basato sulla libera scelta e sull’acume nell’investire, due presupposti che rendono un mercato molto più solido di qualsiasi “decreto” statale.

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