Il rischio della centralizzazione e dell’incremento del potere statale: le battaglie liberali ai tempi del coronavirus

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“Nulla è più permanente di un provvedimento temporaneo”, soleva dire il grande economista americano Milton Friedman. Una frase che oggi, nel bel mezzo di una crisi mondiale, è più attuale che mai. Per l’ennesima volta, i governi di mezzo mondo stanno introducendo restrizioni e interventi statali alcuni dei quali, come già successo in passato, molto probabilmente resteranno in vigore anche a pandemia conclusa. La facilità con cui stanno introducendo queste misure, molto spesso senza neanche passare dall’autorizzazione dei Parlamenti, dà l’idea di quanto il potere statale sia enorme e illimitato al giorno d’oggi – anche in quelle che usiamo chiamare democrazie liberali e che, nella teoria, dovrebbero limitare gli abusi di potere.

A tal proposito, Burioni, Alesina e Giavazzi, nei giorni scorsi, hanno parlato di fisime su privacy e libertà. Ma non si tratta mai di fisime quando sono in gioco le libertà individuali: è solo perché c’è chi, come loro, minimizza che per chi governa è ancora più facile imporre regole draconiane. Secondo costoro, non sarebbe mai il momento di discutere di libertà individuali: c’è sempre qualche bene comune più grande in gioco. È così che si scivola nell’autoritarismo. È così che muore la libertà: tra scroscianti applausi a buone intenzioni. Facilis descensus Averno.

Se cediamo ora dovremo, in futuro, abituarci a misure come: tracciamento della posizione; salvataggi continui di Alitalia (a cui purtroppo, in Italia, ci si è già abituati da troppo tempo) e di altre aziende pubbliche colabrodo considerate “strategiche”; silenziamento dell’opposizione e del dibattito democratico – come sta accadendo ora con Conte che annuncia i decreti, senza passare dal Parlamento; uso ancora maggiore di prebende elettorali per ingraziarsi determinate categorie; abolizione del contante (a proposito di tracciamenti…); incrementi di spesa e monopolio della sanità pubblica, nonostante i fallimenti devastanti a cui stiamo assistendo; controllo dei prezzi sui beni di consumo; e, infine, nazionalizzazioni ed esplosione di spesa e debito.

Agli “esperti” e a chi è al governo va fatto notare che la centralizzazione e l’incremento del potere statale non sono soluzioni. Lo sono, invece, la decentralizzazione e lo “spontaneous order” hayekiano – il risultato casuale delle azioni umane – in quanto permettono di prendere decisioni in maniera molto più appropriata e di adattarle alle specifiche condizioni locali. Si capisce che paura e allarmismo alimentano il panico e le cattive decisioni. È nostro dovere, perciò, non ascoltare falsi profeti e resistere alla tentazione di credere in promesse impossibili – come quella che dando più potere allo Stato, tutto possa essere risolto nel miglior modo possibile. Durante una crisi, la cosa migliore da fare è non farsi prendere dal panico e mantenere i nervi saldi. Chiedere e consegnare più potere allo Stato è da irresponsabili e porta con sé conseguenze nefaste.

Una situazione di crisi dovrebbe, anzi, essere sfruttata per sottolineare e mostrare come libertà e individualismo siano i capisaldi su cui una società deve essere costruita. È notizia di poche ore fa, per esempio, che grazie alla beneficenza di 200 mila persone che hanno donato volontariamente alla campagna avviata da Fedez e Chiara Ferragni agli inizi di Marzo, al San Raffaele di Milano è stata costruito, in soli 8 giorni, un ospedale dedicato alle unità di terapia intensiva, fondamentali per combattere il coronavirus. Se ciò è fattibile in tempi di crisi, deve essere la normalità in ogni altro momento: in Italia, e non solo, è necessario ripensare completamente il sistema sanitario, affidandolo a contributi volontari e a un mercato che sia lasciato libero, competitivo e trasparente. Solo così si può evitarne il collasso e i tentacoli della burocrazia, lentissima a concedere permessi e autorizzazioni per costruire ospedali (come quello in Fiera a Milano), comprare mascherine (tramite gara Consip), ecc…

Un altro settore che questa crisi ci invita a riformare completamente è l’istruzione. Da quasi un mese, milioni di bambini e adolescenti sono a casa e stanno studiando assieme ai genitori o tramite portali online, sperimentando l’homeschooling. Non che fosse necessaria una pandemia per riscoprire che le alternative al sistema scolastico tradizionale non sono solo possibili da adottare, ma anche molto più desiderabili e vantaggiose. Piani di apprendimento personalizzati, interazioni costruttive che formano una forte connessione familiare e comunitaria, mancanza di coercizione: sono tutte caratteristiche che contribuiscono al necessario sviluppo di una generazione talentuosa, che si ritroverà ad affrontare sfide senza precedenti in futuro. Studi recenti hanno, infatti, dimostrato che chi ha già adottato l’homeschooling ha risultati accademici migliori, ed esperienze di vita più positive, dei coetanei che frequentano strutture scolastiche. Ora più che mai abbiamo bisogno di un modello educativo che sia capace di adattarsi a cambiamenti sempre più frequenti e che esalti qualità come curiosità, immaginazione e spirito imprenditoriale, invece dell’obbedienza e conformismo tipici del sistema scolastico tradizionale. Grandi cataclismi, come quello che stiamo vivendo, impongono di rivedere completamente le norme e strutture che ci circondano. Siamo a un bivio: non prendiamo la strada sbagliata.

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