L’instabilità libica rischia di contagiare tutta l’Europa. Intervista al prof. Sbailò

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“L’instabilità libica rischia di contagiare tutta l’Europa, sotto due profili. Innanzitutto, sotto il profilo geopolitico, come è già accaduto nei primi mesi della Primavera araba: la crescita tumultuosa e incontrollata dei flussi migratori è una conseguenza inevitabile di quella instabilità. Una volta saltato il tappo libico, nel Mediterraneo si riverseranno nuovamente masse di migranti, il che creerà problemi soprattutto all’Italia e farà crescere le tensioni tra gli Stati europei. Ma poi c’è anche un profilo squisitamente politico: se il caso libico esplode, verrà alla luce non solo l’inesistenza di una politica comune europea estera e di difesa, come già accaduto nell’inverno 2010-2011, ma anche l’impossibilità di una tale politica e il carattere velleitario di ogni progetto che vada in tal senso. E qui rischia di franare l’integrazione europea: non esiste un soggetto politico internazionale che non abbia una propria politica estera e un proprio esercito”.
A parlare è il professor Ciro Sbailò, ordinario di diritto pubblico comparato e direttore del corso di laurea magistrale in “Investigazione, Criminalità e Sicurezza internazionale” dell’Università degli Studi Internazionali di Roma – UNINT. Il docente è considerato tra i massimi esperti in materia di diritto e politica dei Paesi islamici. E la sua analisi parte da quello che egli considera un dato di fatto: “La Libia è e resta la quarta sponda dell’Italia”.

EMILIO MINNITI: Anche Lei ritiene che ci si stia muovendo in contrasto con gli interessi italiani?
CIRO SBAILÒ. Parlerei di interessi europei. Tutta l’Europa ha interesse a una stabilizzazione dell’area. E nessuna stabilizzazione potrà aversi se si dà appoggio incondizionato al governo del generale Haftar, sferrando il colpo di grazia al debole – ma giuridicamente legittimo – governo di Fayez Al-Serraj.

EM: Come vede la prospettiva di elezioni a dicembre sostenuta dalla Francia?
CS: È una follia. Ma non si faranno.

EM: Perché la democrazia non va esportata, come ha dichiarato il ministro dell’interno Salvini?
CS: Gli studi di diritto comparato, in questo senso, vanno quasi tutti nella stessa direzione: dopo la Seconda Guerra mondiale, nessun progetto di esportazione della democrazia ha funzionato. Ma qui non si tratta di esportare o meno la democrazia. La Libia ha già un proprio diritto costituzionale interno, sia pure non del tutto sistematizzato e soggetto ad applicazioni variabili. Tuttavia, è un principio metagiuridico: se non c’è stabilità, non ci possono essere procedure elettorali legittime (chi garantisce il rispetto di principi basilari come la libertà e segretezza del voto, la libertà di propaganda, ecc.?). Quindi rischierebbero di essere elezioni anticostituzionali. Piuttosto, mi pare giusto puntare ogni energia sulla conferenza in Sicilia, prevista per novembre.

EM: Che ruolo potrebbe svolgere l’Italia?
CS: A mio avviso il punto di partenza potrebbe essere l’accordo firmato il 2 febbraio 2017 tra il primo ministro italiano Gentiloni e il primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia Serraj, il cosiddetto Memorandum of Understanding (MoU). L’atto prevedeva la collaborazione tra l’Italia e la Libia nella lotta contro il terrorismo e contro il traffico di vite umane. L’Italia garantiva il suo sostegno economico e sanitario in cambio del blocco dei migranti verso l’Italia. L’accordo è stato annullato dalla giustizia amministrativa libica, ma poi dichiarato legittimo dalla Corte costituzionale del Paese. Quella sentenza dice una cosa importante: il governo Serraj è legittimo.

EM: Alcuni suoi colleghi costituzionalisti hanno espresso dubbi in merito a quell’accordo.
CS: Di fatto, è un accordo internazionale. Sarebbe dovuto passare dal Parlamento. Invece gli è stata attribuita la veste di un agreement intergovernativo. Una forzatura, non c’è dubbio. Ma lo stato di necessità (che anche il diritto costituzionale prevede) non permetteva di fare altro. S’è creato il solco giuridico – interno e internazionale – su cui lavorare. Quell’accordo può essere concretamente ripensato in chiave europea. Sarebbe la prova che una politica estera europea è possibile (il che vorrebbe dire che una difesa europea è possibile, una sovranità europea è possibile, una politica europea è possibile e, dunque, che una Costituzione europea, di fatto, sta già funzionando).

EM: La Francia si opporrà…
CS: Cosa è più importante per Macron, l’interesse immediato nazionale della Francia o il successo del suo progetto europeo? Se l’Europa scivola sulla Libia, i sovranisti avranno dalla loro ancora maggiore consenso popolare, con in più alcune buone ragioni di dottrina costituzionale e di scienza della politica. Io non credo che la Francia si opporrà, se l’Italia riuscirà a tenere la sua posizione, in punta di diritto e di realismo politico.

EM: Si porrebbe nuovamente il tema di “quale” Libia assumere come interlocutore
CS: Innanzitutto, quella di Serraj. Ma anche la Cirenaica, governata da Haftar, andrebbe progressivamente coinvolta. Perché dietro Tobruk e il generale Haftar, c’è l’Egitto, che costituisce, tralaltro, un interlocutore storico dell’Italia. E anche questo canale italo-egiziano andrebbe “stressato” al massimo in questa fase. Ma non si può liquidare l’”islam popolare”, vale a dire la Fratellanza musulmana, almeno nelle sue espressioni più moderate e democratiche. Il dialogo con queste componenti è essenziale per prosciugare lo stagno in cui cresce il mostro del radicalismo jihadista. E poi c’è il complesso e articolato mondo delle tribù, che è forte soprattutto nelle aree urbane, contrariamente a quel che si pensa. Perché l’elemento tribale conta soprattutto dove si incontrano etnie e famiglie di diversa origine, cioè nelle città. Trasversalmente al mondo delle tribù, non andrebbe trascurato il mondo delle confraternite – in particolare della Sanussiya. Un mondo anch’esso complesso, anche con molte opacità, dentro le quali si sviluppano attività illegali. Ma non lo si può ignorare. Mi rendo conto che è un quadro che può sembrare disarmante. Infatti, bisogna eviatre un approccio paradigmatico…

EM: Ossia?
CS: Un approccio “cartesiano”, alla francese: si parte da una premessa, si traggono le conclusioni e si procede. Ovviamente, tenendo presente soprattutto gli interessi nazionali. Ci vuole un approccio non paradigmatico, ma “strategico”, in grado di ridefinire gli obiettivi di volta in volta, sulla base degli interlocutori che si incontrano e delle situazioni che si vengono a creare, avendo ben presente il fine: stabilizzare l’area. Ovviamente, un tale approccio può essere adottato solo da un soggetto politico, che sappia muoversi con elasticità e disponga da una buona dose di discrezionalità. Per questo dico che per l’Europa sarà un momento decisivo.

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