La forza della propaganda di Pechino: il modello cinese sta prendendo quota anche in Occidente

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Il Partito comunista cinese dispone indubbiamente di una macchina propagandistica formidabile. Attivissima sin dalla fondazione della Repubblica Popolare, proclamata da Mao Zedong nel lontano 1949, nell’ultimo decennio si è sempre più affinata ricorrendo a tecnologie sofisticate che, da un lato, hanno condotto al completo dominio dell’opinione pubblica interna e, dall’altro, ha consentito di proiettare all’estero un’immagine positiva del Paese.

Tale immagine ha fatto breccia anche in numerosi ambienti intellettuali ed accademici occidentali. Lo dimostra l’intervista, pubblicata su Repubblica, di Federico Rampini a Branko Milanovic, un economista americano di origine serba con un notevole curriculum, titolare d’insegnamenti in numerosi atenei istituzioni culturali Usa.

Milanovic ha dunque pubblicato presso Laterza un volume intitolato “Capitalismo contro Capitalismo”. Titolo in effetti un po’ curioso. La tesi principale è che, oggi, il termine “capitalismo” debba essere declinato al plurale piuttosto che al singolare. O, ancor meglio, l’autore dà ragione a Francis Fukuyama quando previde il trionfo globale del capitalismo. Scordando però che, secondo il politologo nippo-americano, il capitalismo stesso è inscindibile dal liberalismo. E, infatti, nel suo celebre best-seller “La fine della storia e l’ultimo uomo”, la storia finiva (a suo parere) per l’inevitabile diffusione planetaria degli ordinamenti liberaldemocratici.

Milanovic non la pensa così. Sostiene infatti che, ai giorni nostri, il capitalismo basato sulla liberaldemocrazia non è più l’unico disponibile. Esso avrebbe un temibile concorrente nel cosiddetto “capitalismo politico”, incarnato dalla Repubblica Popolare Cinese. Un modello che Pechino sta proponendo al mondo come alternativa plausibile al capitalismo occidentale classico.

Naturalmente l’autore è convinto che la Cina attuale non sia affatto un Paese comunista, bensì capitalista nel senso pieno del termine. In questo senso è vicina ad altre nazioni asiatiche che hanno adottato per l’appunto il succitato “capitalismo politico”, portandolo tuttavia a livelli di efficienza mai visti prima.

Milanovic aggiunge che il comunismo ha avuto un ruolo fondamentale nella modernizzazione di società arcaiche come quelle cinese e vietnamita. Le riforme economiche volute da Deng Xiaoping hanno poi consentito l’accumulazione di ricchezza da parte dei privati superando la fase collettivistica precedente. Da quel momento la Repubblica Popolare ha inanellato una serie ininterrotta di successi consentendo a buona parte della popolazione di superare l’economia di mera sussistenza.

A differenziare il capitalismo cinese da quello occidentale è, ovviamente, il ruolo centrale dello Stato. Quest’ultimo, più che preoccuparsi di massimizzare il profitto, controlla che le esigenze generali della società vengano soddisfatte nel modo migliore. E se ne va di mezzo la libertà non è un problema serio, giacché si garantisce comunque una vita migliore a un grande numero di persone.

Milanovic sostiene inoltre che nelle società occidentali occorre impedire l’aumento delle diseguaglianze rendendo totalmente pubblico il sistema dell’istruzione, e tassando le eredità per impedire l’accumulazione di ricchezza da parte di gruppi troppo ristretti di individui. Anche in questo caso, l’autore scorda che in Cina esistono i “principi rossi”, vale a dire i discendenti di coloro che seguirono Mao nella Lunga Marcia. Si tratta della ben nota “aristocrazia rossa” che ha accesso a un’istruzione migliore (spesso negli atenei dei tanto vituperati Stati Uniti d’America), e che può permettersi un livello di vita impensabile per i comuni cittadini.

Confesso che, dopo aver letto l’intervista, mi è venuto spontaneo stropicciarmi gli occhi, essendo dal mio punto di vista difficile definire “capitalista” una nazione come la Repubblica Popolare. Eppure, il modello cinese sta prendendo quota anche in Occidente. Molti hanno preso spunto dal caos istituzionale negli Usa dopo le ultime elezioni presidenziali per esaltare l’estrema stabilità della Cina. Lo ha fatto, oltre ai soliti grillini, anche Giovanni Tria, già ministro dell’economia nel primo governo Conte.

Pare, insomma, che molti siano disposti a barattare la libertà con la stabilità, e che giudichino il sistema del partito unico migliore di quello che lascia liberi gli elettori di scegliere tra formazioni politiche tra loro in competizione. Il fascino del modello cinese, dunque, non riguarda solo Africa e Asia, ma anche Europa e America del Nord. Una parola, in conclusione, su Milanovic. È un esempio emblematico del successo del neomarxismo nelle università Usa, fatto già noto e che ora sta producendo risultati concreti.

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