La prima battaglia sovranista è sul fronte interno: conti in ordine per non dipendere da Bruxelles e Francoforte

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Non è ancora possibile tracciare un bilancio definitivo del successo della Brexit in termini economici. Non lo sarebbe stato in alcun caso, perché molti dei suoi effetti potranno realizzarsi pienamente solo nell’arco di alcuni anni. Ma a maggior ragione non è possibile a fronte del sovrapporsi dell’emergenza coronavirus, in quanto i fattori ad essa legati – il dispiegamento del lockdown, la tenuta dei sistemi sanitari, l’efficacia delle campagne vaccinali – hanno in larga parte sovrastato le specifiche dinamiche economiche indotte dalla Brexit.

Solo un bilancio grossolano è quindi possibile in questo momento, ma sulla base disponibile si può certo dire che le cose non stanno andando male. Persino Repubblica qualche giorno fa si trovava ad ammettere che “il Regno Unito potrebbe essere il Paese in Occidente che crescerà più di tutti dopo il Covid“. 

Insomma, anche volendo rimanere prudenti, quello che si può già dire è che con la Brexit non è certo crollato tutto. Tutte le cassandre – che prevedevano caos nelle relazioni commerciali, improvvise penurie di tanti beni e rapide fughe di capitali – sono state smentite. Nei fatti non è arrivata nessuna piaga d’Egitto, né l’invasione di cavallette, né la morte dei primogeniti maschi. Insomma, quello che il Regno Unito ha già dimostrato è che stare dentro l’Unione europea e starne fuori sono entrambe due strade politiche perfettamente praticabili. In altre parole è stato dimostrato che la permanenza o meno nell’Unione europea è un argomento che può essere affrontato serenamente e senza pregiudizi, valutando razionalmente vantaggi e svantaggi delle due opzioni. Insomma, le complicazioni e i nuovi oneri legati all’uscita dal mercato comune possono essere compensati dalla maggiore libertà di stabilire nuovi trattati di libero scambio con altre parti del mondo, ma anche da altri vantaggi, di natura non economica ma non per questo meno importanti, quali una più efficiente selezione dell’immigrazione ed un maggior controllo democratico sulle decisioni.   

La domanda che ci si può porre è: se tutto questo è valso per il Regno Unito, vale anche per l’Italia? La risposta, purtroppo, è che non è possibile tradurre direttamente l’esempio britannico nel contesto italiano. La questione è che il nostro Paese è avvinghiato ai meccanismi dell’Unione europea molto di più di quanto lo fosse la Gran Bretagna che era rimasta fuori dall’euro ed aveva saputo negoziare varie forme di opt-out. Ma quello che è peggio è che in questi anni, l’Italia si è sempre più resa dipendente economicamente dall’Unione europea, in virtù di politiche economiche sempre più orientate alla spesa a debito. Per perseguire obiettivi politici di consenso di breve periodo, i governi hanno lasciato correre il debito pubblico al punto che la sua sostenibilità appare ormai affidata solamente ad atteggiamenti benevoli da parte della Bce.

La verità è che oggi l’Italia è lontanissima da qualsiasi obiettivo di pareggio di bilancio e, in generale, di stabilità strutturale dei conti pubblici. Con l’immane surplus di spesa legato all’emergenza Covid, a fronte di una diminuzione delle entrate fiscali dovute alla contrazione dell’economia, la situazione sta ulteriormente peggiorando. Se il quadro non emerge in tutta la sua drammaticità è perché, da qualche anno, le politiche della Bce stanno mantenendo i tassi di interesse sul nostro debito in condizioni molto inferiori a quelle di mercato. Tutto questo, però, evidentemente ha un prezzo. Non solamente è difficile pensare che con l’attuale situazione dei conti, l’Italia possa scegliere l’uscita dall’euro e l’esposizione non mediata ai mercati; ma nemmeno ci possiamo permettere “cambi d’umore” a Bruxelles e Francoforte come quelli che portarono ai livelli di spread conosciuti durante l’ultimo Governo Berlusconi. Insomma, nelle attuali condizioni in cui ci troviamo, qualsiasi governo italiano, a prescindere dal colore, dovrà tenere un basso profilo su tutti i dossier europei più importanti ed evitare di creare situazioni di conflitto, anche dove sia in gioco il nostro interesse nazionale.

Così, è difficile che l’Italia possa aumentare il proprio peso politico nel momento in cui assume sempre di più la posizione di beneficiario netto dell’Ue ed in cui ha disperatamente bisogno dell’acquisto dei nostri Btp da parte della Bce per non finire a gambe all’aria. Il rischio che già da tempo si intravede è che le nostre stesse dinamiche politiche interne siano sempre più “neutralizzate” dal nostro stato di dipendenza da Francoforte.

Il corollario è che chi crede nell’opportunità che il nostro Paese possa difendere e accrescere i nostri spazi di sovranità deve essere il primo a sostenere la necessità di rimettere a posto i nostri conti. Solo con spese sotto controllo ed un bilancio nuovamente in pareggio potremo ridurre la nostra dipendenza da politiche “favorevoli” della Bce e quindi la possibilità per l’Unione europea di utilizzare il pilotaggio dello spread come strumento per condizionare le scelte della nostra democrazia.

Serve che l’Italia torni ad essere una “democrazia che decide” – come lo è il Regno Unito; una “democrazia sovrana” che può permettersi non solo di scegliere “se e come” stare nell’Unione, ma anche e soprattutto di far rispettare i propri stessi esiti elettorali – senza “commissariamenti” esterni. Ma perché ciò avvenga è necessario avere una struttura economica e un bilancio sostenibili che non ci obblighino ad andare a casa d’altri con il cappello in mano. In questo senso la prima “battaglia sovranista” non la si combatte sul piano esterno, ma la si combatte a casa e consiste nel fare dell’Italia un Paese autosufficiente, perché ben governato e con i conti in ordine.

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