L’equivoco dell'”europeismo liberale”

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Seguendo il dibattito politico di questi mesi, uno dei temi dell’attuale campagna elettorale sembrerebbe la pretesa contrapposizione tra politiche “europeiste” di responsabilità fiscale e di bilancio e politiche “nazionaliste” di spesa pubblica. Sono in molti ad accreditare questa visione; da una parte i “responsabili”, il mainstream, il Partito Democratico ed in modo ancora più adamantino il suo piccolo alleato +Europa, con i suoi appelli al “rigore” – dall’altra in primis il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord, che vorrebbero mano libera dai vincoli di Bruxelles.

Tuttavia, esaminando la questione fuori dagli schemi semplificati della campagna elettorale, l’associazione tra Unione Europea e politiche di rigore appare, in realtà, un malinteso a partire dal quale è problematico leggere correttamente il percorso compiuto dal nostro paese in questi ultimi anni.

Nei fatti, contrariamente alla vulgata europeista secondo cui l’UE e la BCE hanno agito come un fondamentale pungolo per tenere le scelte italiane di politica economica sul giusto binario, il ventennio dell’Euro è stato, per l’Italia, un ventennio perduto durante il quale è stata completamente smarrita la bussola riformatrice. Non solo, nella moneta unica, l’Italia non si è liberalizzata, ma anzi ha peggiorato sensibilmente, in questi anni, la maggior parte dei suoi indicatori strutturali. Evidentemente la classe politica italiana ha immediatamente capitalizzato i vantaggi di trovarsi dentro qualcosa di “too big to fail” per perpetuare pratiche di governo deteriori.

Come lo stesso Mario Monti ha riconosciuto pochi giorni fa, la solidità assicurata dall’Euro e le politiche condiscendenti della BCE hanno rimosso nella nostra classe politica qualsiasi senso di urgenza per l’implementazione di autentiche politiche di risanamento. Non è un caso che l’unica legge che, pur con i suoi limiti, ha provato ad intervenire in maniera significativa sull’equilibrio dei conti – la legge Fornero sulle pensioni  – è stata approvata sotto la pressione dello spread, proprio nella brevissima fase in cui è apparso possibile ad alcuni un indebolimento della “solidarietà europea” e, in definitiva, uno scenario di dissoluzione della zona Euro.

Non appena è apparso nuovamente evidente l’impegno dei maggiori paesi all’irreversibilità della moneta unica e l’impegno della BCE a fare comunque “whatever it takes” per non rompere la costruzione politica europea, è venuto meno, nella politica italiana, qualsiasi effettivo stimolo al risanamento; anzi i governi di marca PD hanno sostanzialmente utilizzato i margini di manovra concessi da Mario Draghi per riallentare i cordoni della spesa ed alimentare la narrazione della “ripresa”.

Margaret Thatcher diceva, in fondo, che il socialismo funziona finché non finiscono “i soldi degli altri”. Ebbene l’Euro altro non è stato, per la classe politica italiana, se non un modo per trovare altri “soldi degli altri” da spendere per comprare consenso. È illusorio, del resto, pensare che il framework europeo consenta ai cosiddetti “paesi virtuosi” di esercitare un positivo controllo sulle politiche degli Stati più spendaccioni; all’atto pratico i “richiami” e le “raccomandazioni” lasciano il tempo che trovano, perché alla resa dei conti finiscono sempre per prevalere le “ragioni della politica”.

Governanti come la Merkel hanno investito un capitale personale troppo grande sul progetto europeo, perché possano preferire una dinamica conflittuale ad un’infinita mediazione. E tanto più in Europa andrà avanti il processo di unificazione e si verrà a creare a tutti gli effetti una classe politica europea, bisognosa di essere eletta e rieletta e quindi di cercare facile consenso, tanto più è improbabile che dall’UE possa venire alcun check and balance all’attitudine alla spesa delle classi politiche nazionali.

L’unità europea non “moralizzerà” mai in nessun modo la governance dei paesi cosiddetti “periferici”, per le stesse ragioni per le quali l’unità italiana non ha esercitato, né eserciterà mai, alcuna forma di “moralizzazione” sull’amministrazione locale del Sud Italia o della città di Roma. Anzi la presenza di un paracadute di livello più alto rappresenterà sempre e solo un elemento di azzardo morale, un invito ad una spesa pubblica generosa volta a produrre benefici concentrati a fronte di costi distribuiti.

Insomma, contrariamente alla credenza che fuori dalla moneta unica ci possa essere solo il “tana libera tutti” dei conti pubblici, è proprio la protezione ad oltranza offerta dalla (pretesa) irreversibilità del progetto europeo ad incentivare la perdita di qualsiasi inibizione in termini di spesa. Un programma come quello del Movimento 5 Stelle è possibile solo nell’Euro, grazie alla garanzia di ultima istanza della Banca Centrale Europea.

Al contrario, un paese fuori dall’Euro deve rendere conto ogni giorno del proprio bilancio al giudizio non negoziabile e non corruttibile del mercato – con il rendimento delle obbligazioni sovrane a rappresentare un monito al buongoverno più forte e concreto di qualsiasi “letterina” di Juncker.

Il vero problema, comunque, è che l’Euro e l’Unione Europea non solamente hanno avuto effetti disfunzionali sulle scelte di policy del nostro paese, ma hanno prodotto dei danni culturali a cui non sarà facile porre rimedio, offuscando, agli occhi dei cittadini, alcune importanti relazioni causa-effetto necessarie alla comprensione dei fenomeni economici.

In primo luogo hanno, nei fatti, convinto la stragrande maggioranza degli italiani che non vi sia alcuna vera correlazione tra entità del debito e tassi di interesse – in fondo con il nostro indebitamento, paghiamo meno in interessi di quanto facciano l’Australia o il Canada. Al tempo stesso hanno persuaso molti che l’unico fattore che influisce sullo spread è la sua manipolazione da parte di élite politiche o di non ben definiti speculatori, alimentando così ogni forma di complottismo da tastiera.

Soprattutto, i meccanismi europei hanno fatto sì che molte politiche di buon senso, quali l’equilibrio dei conti, fossero in questi anni sostanzialmente presentate agli italiani come vincoli esterni che rispondono ad interessi stranieri – mentre partiti favorevoli alla spesa incontrollata potevano intestarsi la titolarità della vera difesa degli interessi nazionali. Insomma, dopo vent’anni di Euro, è diventato molto più difficile spiegare e difendere nel dibattito pubblico alcuni principi fondamentali dell’economia di mercato. Servirà davvero molto lavoro per poter ripartire e ricostruire in Italia, dal basso, un retroterra culturale su cui poter sostenere le posizioni liberali e pro-market.

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