Non solo caro-benzina: gli iraniani non sopportano più privilegi e spese all’estero del regime

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Iraniani, iracheni e libanesi nei loro slogan di rabbia e stanchezza invocano la libertà dalle grinfie dei clerici khomeinisti e sognano che sia ancora possibile “make their countries great again…”

La Repubblica Islamica dell’Iran è attraversata ancora una volta da centinaia di proteste popolari che hanno coinvolto decine di città nel Paese e migliaia, se non milioni, di manifestanti. Ad innescare la protesta stavolta è stata la decisione del governo di tagliare i sussidi sul costo della benzina, una misura di cui si parlava da anni. Per la cronaca, questa fu una misura che suggerì al governo lo stesso Fondo monetario internazionale, ritenendo che fosse meglio tagliare i sussidi alla benzina e redistribuire aiuti sociali direttamente alle fasce disagiate della popolazione. Una teoria che, almeno sulla carta, non fa una piega. Come sempre, però, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Già, perché quella del regime iraniano è una misura che arriva con estremo ritardo e come mezzo disperato per cercare di adattare l’economia nazionale alla crisi in corso, le cui contraddizioni interne sono uscite fuori in tutta la loro drammaticità anche grazie alle nuove sanzioni americane imposte dall’amministrazione Trump. Perché al contrario di quello che viene affermato, la crisi economica iraniana è solo parzialmente figlia delle sanzioni Usa. La natura stessa dell’economia nazionale iraniana, infatti, è sbagliata, essendo una economia fondata sulla mancanza di trasparenza, su un altissimo livello di corruzione interna e sull’estremo coinvolgimento delle Guardie Rivoluzionarie nei settori strategici chiave del Paese (farmaceutica compresa). Un coinvolgimento che, già alla fine del 2017, aveva provocato centinaia di proteste sociali, dopo il fallimento di diversi istituti finanziari legati direttamente ai Pasdaran. Proteste che, come al solito, erano state represse nel sangue.

Per la cronaca, come noto, la Guida Suprema Ali Khamenei si è pubblicamente esposta in sostegno della misura governativa, chiamando i manifestanti “hooligan”. Dopo le sue parole, sono arrivate anche le minacce del procuratore generale iraniano e del ministro dell’interno, che hanno definito i manifestanti “sabotatori” e hanno accusato le “potenze straniere” di finanziare le proteste. Ad ora, le repressioni hanno causato almeno 12 morti e centinaia di feriti. Per la cronaca, sempre la Guida Suprema Khamenei aveva duramente attaccato i manifestanti che, in Iraq e Libano, sono scesi in strada contro la corruzione interna nei loro Paesi e l’influenza del regime iraniano nei governi al potere a Baghdad e Beirut.

È bene non farsi troppe illusioni sulle possibilità che le proteste iraniane inneschino il cosiddetto regime change. Non perché il regime sia veramente stabile, ma perché due fattori possono ancora permettere alla Repubblica Islamica di salvarsi: la repressione delle manifestazioni (ieri Internet è stato censurato in tutto il Paese); la paura degli iraniani di fare la fine della Libia e della Siria, una volta caduta la Repubblica Islamica. Detto questo, le manifestazioni in Iraq, Libano e Iran, sono un campanello d’allarme gravissimo per Teheran.

Gli iraniani, in particolare, sono perfettamente capaci di comprendere l’eventuale necessità di tagliare i sussidi decennali sulla benzina. Ciò che non sono disposti ad accettare è che, mentre a loro vengono costantemente tagliati dei “privilegi”, il regime continua a usare i soldi che ha per finanziare la jihad islamista nell’intero Medio Oriente, a sostenere economicamente Bashar al Assad e a garantire che le aziende dei Pasdaran e le fondazioni religiose (Bonyad), prosperino in una terra di nessuno, senza praticamente alcun controllo sulle loro finanze. Insomma, se per un verso è oggi impossibile parlare di un prossimo cambio di regime in Iran – o meglio, dati i precedenti, è meglio non farsi troppe illusioni – certamente il regime iraniano non naviga in buone acque. Ciò che fa più sorridere è la consapevolezza che, a far navigare il regime nella tempesta, non sono stati certamente i Paesi europei intrisi di valori democratici che, da anni, hanno fatto di tutto per legittimare un regime repressivo, fondamentalista e sostenitore del terrorismo internazionale. No, a mettere in crisi questo regime e i suoi proxy regionali, sono proprio gli stessi iraniani, gli iracheni e i libanesi, che nei loro slogan di rabbia e stanchezza, invocano la libertà dalle grinfie dei clerici khomeinisti e sognano che sia ancora possibile “make their countries great again…

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