Non solo Ucraina: tensioni anche per le Isole Curili nel Pacifico

Zuppa di Porro: rassegna stampa del 26 giugno 2020

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La possibile degenerazione della crisi ucraina non è l’unica fonte di tensioni che vede coinvolta la Russia di Vladimir Putin. Dall’altra parte dell’ex territorio sovietico, la Federazione non è mai riuscita a raggiungere un accordo di pace per porre fine alla così detta “disputa delle Isole Curili”, arcipelago situato nell’Oceano Pacifico, conteso da Giappone e Russia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Pochi giorni fa, le isole sono state oggetto anche di schermaglie tra la flotta del Pacifico russa ed un sottomarino statunitense d’attacco a propulsione nucleare. Secondo le fonti del Cremlino, gli Stati Uniti avrebbero violato le norme di diritto internazionale, dopo che il sommergibile, nonostante continui avvertimenti russi, ha deciso di non allontanarsi dalle acque nazionali.

La presenza americana nelle acque del Pacifico trova origine proprio nell’alleanza tra il Giappone e gli Stati Uniti, accomunati dal controllo dell’arcipelago per almeno due ragioni principali: l’una storica – più sensibile alla sponda giapponese – e l’altra strategica.

La prima. La disputa tra i due Stati dura dal XIX secolo. Una prima parziale soluzione arrivò nel 1875 attraverso la sottoscrizione del Trattato di San Pietroburgo, con il quale la Russia rinunciava alla sovranità su Kunashir, Iturup, Shikotan e Habomai – le quattro isole geograficamente più vicine al Giappone – in cambio della sovranità sull’isola di Sachalin – a poche miglia dal territorio russo, caratterizzata da importanti giacimenti di oro, carbone, ferro, argento e titanio.

Usciti vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale, i sovietici rivendicarono il possesso dell’intero arcipelago, ottenendolo formalmente, ma senza il riconoscimento della potenza nipponica. Nel 2005, in una serie di dichiarazioni concernenti i rapporti tra Cina, Ue e Taiwan, la stessa Unione europea auspicò la restituzione al Giappone delle Isole Curili meridionali. L’ipotesi, ovviamente, venne frantumata dal no secco della Russia. 

Seconda ragione, sensibile agli americani. La visita di quest’estate del primo ministro russo, Mišustin, nell’arcipelago ha segnato l’inizio della costruzione di 51 infrastrutture militari, che si aggiungono al massiccio dispiegamento missilistico già presente nelle isole. A ciò, si aggiungono anche i numerosi giacimenti di petrolio e gas – cruciali soprattutto per l’Occidente, visto che il 40 per cento del gas europeo è importato direttamente dalla Russia – nonché abbondante quantità di Renio, metallo decisivo per la costruzione di apparecchiature militari, fondamentale anche in caso di un’eventuale invasione del territorio ucraino.

Restituire l’arcipelago al Giappone dopo più di settant’anni di occupazione russa, significherebbe consegnare importanti basi strategiche militari a Tokyo e, quindi, di conseguenza, anche agli Stati Uniti; i quali potrebbero contare anche sull’acquisizione di un immediato sbocco nell’Oceano Pacifico con la US Navy.

Insomma, se il Giappone ne fa una rivendicazione soprattutto di tipo territoriale, per la Russia, l’arcipelago delle Curili è diventata una questione strategica, in grado di far fronte a parte dell’elevato grado di militarizzazione del Paese. Consegnarle al “nemico” americano si tradurrebbe in un autogol, capace di pregiudicare anche il fronte russo-ucraino.

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