Ecco perché all’Iran non dispiace l’operazione di Erdogan, mentre Israele teme un’intesa Ankara-Teheran ai danni di Usa e Russia

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L’invasione unilaterale della Turchia nel nord della Siria rischia di avere effetti geopolitici potenzialmente drammatici. Teoricamente, il regime iraniano si è schierato contro l’azione turca, ma su questa opposizione nutriamo notevoli dubbi.

Per un verso, certamente, Teheran teme un’eccessiva influenza turca nella zona, con effetti diretti sul potere dei Pasdaran in Siria e sul possibile uso da parte di Ankara dei suoi proxy islamisti sunniti, per aumentare il suo potere regionale. D’altronde, guardando al passato, non sono stati pochi gli scontri tra l’Impero Ottomano e quello Persiano e ancora adesso la Turchia di Erdogan e l’Iran di Khamenei mantengono una visione imperialista del loro ruolo nella regione.

Detto questo, i dubbi sono diversi, perché ci sono anche dei chiari vantaggi sia politici che ideologici che Teheran ottiene dall’azione turca. In primis, va sottolineato che i curdi sono dei nemici per la Turchia, ma lo sono anche per l’Iran. Certamente i curdi iraniani non preoccupano Teheran come quelli siriani Ankara, e certamente gli stessi curdi sono così divisi al loro interno che non è possibile darne una lettura unilaterale e semplicistica. Ma è un dato di fatto che, avere la Turchia che colpisce i curdi siriani, mentre l’Iran colpisce quelli iraniani, idebolisce indirettamente tutta la grande questione curda, compresa quella relativa al Kurdistan iracheno (che resterà prigioniero proprio di Ankara e Teheran).

A questo aspetto, proprio delle faglie etniche presenti in Iran, ne vanno aggiunti altri due, uno di natura ideologica e uno di natura geopolitica. Ideologicamente, pur se divisi tra sunniti e sciiti, la Turchia di Erdogan e l’Iran di Khamenei sono unite da una visione islamista dell’Islam, ovvero una visione meramente politica della religione. Non è un caso quindi che proprio Khamenei sia il primo traduttore in Farsi di Sayyd Qutb, ideologo egiziano della Fratellanza Musulmana, branca politica dell’Islam a cui Erdogan si ispira. In questo senso, esiste una affinità ideologica che, partendo dall’ala più estrema quale al-Qaeda, supera ogni possibile divisione tra sciiti e sunniti, per legare l’islamismo di Erdogan a quello iraniano, passando per il Qatar e lo stesso Hezbollah. Sicuramente, sarà sempre più facile riuscire a trovare un accordo fra Erdogan e Khamenei, rispetto ad un accordo tra Khamenei e al-Sisi, o Abdallah II o uno dei monarchi sunniti del Golfo o del Nord Africa.

La questione geopolitica, invece, investe direttamente la Cina. Sia la Turchia che l’Iran sono due pedine fondamentali della nuova Via della Seta terrestre cinese. Dunque, anche in nome degli interessi economici, Ankara e Teheran potrebbero trovare un accomodamento in Siria, per entrare nel grande gioco di Pechino. Accomodamento che, davanti ad un arretramento occidentale, rischia di indebolire drammaticamente la Russia, costringendola paradossalmente a cadere anch’ella nelle braccia del presidente Xi.

Un arretramento occidentale che, ovviamente, preoccupa seriamente Israele. Il premier Netanyahu ha espresso una dura condanna dell’azione unilaterale turca, denunciando il rischio di un genocidio dei curdi e – unico Paese a farlo – offrendo il sostegno umanitario israeliano ai curdi. Non è un sostegno scontato, perché non sono mai stati i curdi siriani i naturali alleati di Israele. Anzi, il PKK – a cui i curdi siriani sono indirettamente affiliati – non ha mai sposato la linea di cooperazione con Gerusalemme, da anni apertasi con i curdi iracheni. In Israele, però, c’è un generale sentimento di vicinanza verso il popolo curdo, che si estende anche all’idea di riconoscimento del genocidio armeno (un riconoscimento di cui fu un forte sostenitore anche l’attuale presidente israeliano Rivlin, quando era un deputato). Non è un caso che, proprio in queste ore, uno dei leader del partito Blu e Bianchi, Yair Lapid, non solo ha condannato l’azione turca, ma ha di nuovo rilanciato la necessità di riconoscere il genocidio armeno, per ora mai ufficializzata al fine di non rompere definitivamente le relazioni con Ankara (considerato prima un partner strategico a livello difensivo e oggi ancora importante soprattutto sotto il profilo commerciale).

Israele sa bene che, a dispetto della condanna ufficiale, Turchia e Iran potrebbero serenamente trovare un accomodamento in Siria. Accomodamento che potrebbe essere il preludio anche ad una spartizione dell’Iraq tra Ankara e Teheran. A quel punto, gli iraniani avrebbero ufficializzato il corridio che arriva fino al Mediterraneo, già oggi pieno zeppo di miliziani terroristi sciiti, pagati dai Pasdaran. Uno scenario pericoloso, soprattutto se si considera la debolezza delle monarchie sunnite del Golfo, la fragilità della Giordania e le tensioni nelle acque del Mediterraneo. Con gli Stati Uniti fuori dal gioco e una Russia indebolita – ricordiamo che, pur forzatamente, con Mosca almeno Israele ha una forma di accordo militare e soprattutto ha ancora relazioni diplomatiche forti – per Gerusalemme lo scenario non pare essere certo dei più rassicuranti. Non a caso però, dopo l’attacco contro la raffineria saudita organizzato dall’Iran, Israele sta ribadendo un messaggio che andrebbe inteso molto chiaramente da tutti gli attori della regione: “Per la propria sicurezza, al contrario di altri Paesi dell’area, Israele non dipende da nessuno, se non da se stesso”. A buon intenditor, poche parole…

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