Siamo già in un regime autoritario: i tratti distintivi si vedono tutti, gli anticorpi no

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È il momento di prendere atto che in dittatura ci siamo già. Lo Stato democratico è archiviato, quello autoritario di stampo paternalistico è cosa fatta e teorizzata dai giuristi di servizio. Il Parlamento sopravvive in senso puramente formale, i partiti neanche provano più a difendere un ruolo di cerniera con i cittadini, sono uniti nella sudditanza verso un uomo solo, purtroppo in odor di provvidenza. Lo stato emergenziale viene sistematicamente prorogato e senza andare per il sottile: si ammette tranquillamente che le procedure sono anomale, che vengono forzate per dare modo al capo del governo di diventare capo dello Stato e c’è chi ipotizza un accorpamento delle cariche che non si vide neanche sotto il fascismo.

I tratti distintivi del regime antidemocratico ci sono tutti: la paranoia, con cui stremare le componenti sociali; le misure proibitive per chi non si adegua, che sconfinano nei diritti fino a ieri intangibili; l’odio seminato ad arte, fedele alla regola del “divide et impera”; l’isteria con cui annichilire le eventuali resistenze; il ricatto e la demonizzazione dei dissidenti considerati irresponsabili e come tali disfattisti. L’informazione è asservita, la menzogna sistematica, la propaganda inarrestabile. I numeri, le statistiche vengono manipolati ad uso e consumo del potere, fatti e circostanze risultano o ingigantiti o negati a seconda della convenienza. Guitti e figuranti si prestano alle più miserabili corvée, dire il falso, recitare il falso è attività praticata alla luce del sole e perfino rivendicata. Dai notiziari ai varietà, niente sfugge al conformismo sanitario, al servilismo verso il potere.

Dello Stato etico, ovvero alienato, non mancano le liturgie: la prima alla Scala si è risolta in una sorta di referendum della sola élite in favore del mantenimento dello status quo e neppure un inevitabile focolaio ha creato imbarazzi di sorta: lo hanno scaricato subito sugli stracci, per dire le maestranze, nessuno ha chiesto se, in quell’assembramento di ricchi e di privilegiati, anche solo uno fosse veicolo del famigerato contagio: non sta bene dubitare di quelli che vivono bene, è sconveniente e sgraziato, gli inferiori, come il megadirettore di Fantozzi chiamava i sottoposti, debbono inchinarsi e scusarsi. Di cosa? Di esistere, di prendere bastonate, non solo metaforiche, di essere considerati unti e untori. Tutto ciò che proibisce al popolo libero di subire, il regime lo concede a se stesso e fa in modo che si sappia: a Bruxelles non si parla di lasciapassare, se un inviato chiede a un parlamentare qualunque se sia vaccinato, se utilizzi il Green Pass, si sente ridere in faccia o minacciare. Una parlamentare di Forza Italia, partito sedicente liberale, si ritrae sui social carica di pacchi natalizi e chiede ai poveracci se possano fare lo stesso o se, da infami, da disgraziati, preferiscano boicottare l’economia.

Il mantenimento dello stato d’eccezione non ha niente di precauzionale, tende a blindare il regime in funzione di elargizioni già spartite a tavolino se mai arriveranno. E per simili obiettivi, del tutto politici (ma solo se si intende la politica come intrapresa finanziaria), non si esita a “estendere” le misure coercitive: l’emergenza allungata sine die, il Green Pass pure. Non ha funzionato? Diamogliene di più, alla fine si convinceranno. I vaccini non sono risolutivi? Moltiplicateglieli. Le reazioni avverse ci sono e preoccupano? Basta smentire, basta negare l’evidenza. Le dittature hanno questo in comune, che non si curano degli effetti, pensano all’immediato, un carpe diem del tutto autoreferenziale.

Natale già abortito, disdette dal 60 al 90 per cento, 40-50 miliardi già bruciati nel commercio e nel turismo, ma le scadenze fiscali piombano inesorabili; i costi energetici sono fuori controllo, si parla di blackout, che sommato al lockdown è la morte civile, la spoon river senza ritorno, ma a nessuno sembra importare. La grande transizione energetica è demenziale: spendere dieci volte tanto oggi per restare al buio e al freddo, sperando di guadagnarci fra venti o trent’anni. L’Unione europea impone misure sempre più allucinanti, sempre meno tollerabili e non lo fa per caso, sa che può permetterselo, che i singoli Paesi, in particolare l’Italia, non hanno la forza di ribellarsi e non ce l’hanno perché versano in una condizione di dittatura non più mascherata. Poi si potrà dire che neppure la politica ha più responsabilità, che i regimi dei vari Paesi vengono decisi a tavolino dalle cancellerie europee e queste dall’andamento dei mercati finanziari, ma è un sottilizzare che non cambia le cose: la tutela dei diritti individuali è divenuta una esigenza perfino fastidiosa e chi osa pretenderla è percepito come un provocatore, un sovversivo.

C’è infine un aspetto decisivo che contraddistingue la dimensione autoritaria in atto: è l’uso spregiudicato della comunicazione, sfruttata secondo una strategia precisa e spietatamente efficace, forse non solo di matrice interna: dapprima circondando le rare voci contrarie, quindi stritolandole, poi delegittimandole, infine, una volta sputtanate, oscurandole. La Rete, i social, propagandati quali veicoli di pluralismo, si sono rivelati strumenti di censura, morse mentali come per la rivoluzione verde iraniana, disinnescata grazie al controllo diffuso su Twitter. Si sentono cose incredibili, il dovere di “somministrare” le verità di Stato, l’elogio dello stato d’emergenza a vita senza alcun fondamento. E chi lo dice magari prende finanziamenti pubblici e non si fa scrupolo di risultare osceno: a vergognarsi è chiamato chi difende o rimpiange un’idea di libertà. A forza di ripetere che eravamo in un Paese occidentale, europeo, di solida tradizione democratica, ci ritroviamo senza democrazia e, si direbbe, senza anticorpi: nessuno sembra avere un’idea di come porre fine a questo incubo e questa è la faccenda più agghiacciante.

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