Siluro di Biden contro MBS per giustificare il reset con Riad e il riavvicinamento a Teheran

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Gli equilibri mediorientali sono com’è noto mutevoli, tutto cambia, in un infinito gioco di specchi riflessi. C’è qualcosa che però non cambia, ed è la rivalità tra il mondo sciita e sunnita, in particolare tra Iran e Arabia Saudita. Mentre il terzo attore in campo, gli Stati Uniti, oscilla sempre come un pendolo, un po’ di qua e un po’ di là. Barack Obama, con il Jcpoa, l’accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano, aveva optato per il riavvicinamento a Teheran.

Il presidente Trump ha portato il pendolo statunitense ad oscillare di nuovo verso Riad e verso l’altro attore, Israele, decidendo di uscire dal Jcpoa e ripristinare le sanzioni contro Teheran, e di intesa con i sauditi dando inizio a quel processo di distensione regionale che va sotto il nome di “Accordi di Abramo”. La vittima geopolitica di tutto ciò non poteva che essere l’Iran. Prima che scoppiasse l’inferno pandemico, con l’uccisione di Qassem Soleimani nel gennaio 2020 l’amministrazione Trump aveva messo a segno un duro colpo per il regime iraniano, che aveva dovuto subire lo smacco.

Ma ora c’è Biden alla Casa Bianca, e la nuova amministrazione Usa ha fatto ben capire di voler riportare l’America dentro l’accordo sul programma nucleare iraniano, e riuscire magari a migliorarlo e integrarlo, spostando la lancetta indietro di quattro anni e mezzo, e di voler “ricalibrare a tutti i livelli” invece, come ribadito ieri dalla Casa Bianca, i rapporti con l’Arabia Saudita, cercando di ridimensionare il ruolo di Mohammed Bin Salman. Insomma, il pendolo americano si appresta a spostarsi di nuovo verso Teheran, con grande preoccupazione sia degli israeliani che dei sauditi.

Le intenzioni di Biden nei confronti di Riad erano chiare già durante la campagna elettorale, quando disse chiaramente che bisognava fare in modo che i sauditi “pagassero pegno” e, di fatto, restassero i pariah che già sono. Non un approccio particolarmente amichevole. In un mese dal suo arrivo alla Casa Bianca, Biden ha annunciato il ritiro del sostegno americano all’offensiva militare della coalizione a guida saudita in Yemen, sospeso la vendita di armi a Riad, e snobbato il principe ereditario Mohammed Bin Salman, rifiutando un colloquio diretto con lui.

Nei giorni scorsi infatti il presidente Usa ha voluto parlare solo con Re Salman, con il quale secondo fonti della Casa Bianca avrebbe affrontato i temi della sicurezza nella regione. In realtà, Biden ha voluto avvertire Re Salman del report dell’intelligence Usa sull’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi declassificato e divulgato ieri.

Secondo il rapporto, il principe ereditario saudita “ha autorizzato” un’operazione per “catturare o uccidere” Khashoggi. MBS, sempre secondo il rapporto, vedeva il giornalista come una minaccia per il suo regno e sostenne ampiamente l’uso della violenza, se necessario, per metterlo a tacere. Nel rapporto vengono individuate 21 persone che l’intelligence Usa ritiene con “alta fiducia” complici o responsabili per la morte del giornalista, anche se non è in grado di concludere se conoscessero in anticipo che l’operazione si sarebbe conclusa con la sua uccisione.

La divulgazione del report di intelligence che punta l’indice contro l’uomo forte di Riad, il principe MBS, è un’ulteriore cartuccia sparata dall’amministrazione Biden per giustificare il raffreddamento dei rapporti con Riad e il riavvicinamento a Teheran nel solco tracciato dalla presidenza Obama – anche se ci vorranno mesi e probabilmente poco o nulla si muoverà prima delle presidenziali iraniane di giugno.

Sempre ieri, Biden ha ordinato un raid in territorio siriano, al confine con l’Iraq, per colpire milizie sciite filo-iraniane (Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada) come rappresaglia per il recente attacco al personale civile e militare americano di stanza ad Erbil, nel Kurdistan iracheno. Una reazione necessaria alle provocazioni del regime iraniano tramite i suoi proxies nella regione. Ma una reazione non sufficiente, perché i proxies servono a Teheran proprio per non subire rappresaglie (politiche e militari) dirette, e perché non preannuncia alcun ripensamento a Washington in merito all’intenzione di riprendere il dialogo con l’Iran. Ed è tale intenzione, ben nota a Teheran, che rende Biden estremamente debole e soggetto alle provocazioni iraniane.

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