“La legge dei Padri” di Turow e il fallimento dei buoni propositi sessantottini

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Scott Turow, autore americano ingiustamente considerato soltanto uno scrittore di legal thriller, nel 1996 pubblicò questo romanzo ambizioso. Un affresco di come il movimento del ’68 a stelle e strisce abbia miseramente fallito nei suoi propositi.

Ci sono tutti gli ingredienti per rendere “La legge dei Padri” (Mondadori, 1996) il grande romanzo americano, che racconta gli Stati Uniti da una insolita prospettiva. Una comunità del 1969 in cui vivevano diversi ragazzi e ragazze e che ruotava intorno all’università di Berkeley e a un feroce attivista politico maoista, Loyel Eddgar, che ha una compagna, June, e un figlio piccolo, Nile. Poi ci sono l’intrepida Sonny, figlia di un’attivista femminista e il suo compagno Seth. Poi ci sono Hobie il “nero” e il movimento delle Pantere Nere.

La storia si snoda su due diversi piani temporali. Il secondo è il 1995 quando Sonny è diventata giudice del tribunale penale nella città di Kindle County e si ritrova a capo del processo in cui Nile Eddgar è accusato di aver ucciso sua madre, June, tramite lo spacciatore e ras della mafia afro-americana di zona, Hardcore/Trent, che aveva in custodia in qualità di suo addetto alla libertà vigilata (lavoro trovatogli dal padre). La difesa di Nile, rappresentata dall’amico Hobie, cerca invece di dimostrare come dietro l’omicidio ci sia Loyel, nel frattempo diventato influente senatore democratico.

Il romanzo è puntuale, maniacale nella descrizione psicologica dei personaggi ma anche nella contestualizzazione. Soprattutto, è lo sviluppo delle vite dei singoli personaggi che apre lo squarcio più terribile sul fallimento dei buoni propositi sessantottini di una certa parte politica. La guerra tra bianchi e neri, la segregazione razziale, il divario sociale, le istanze rivoluzionarie dei movimenti della contestazione, l’accenno di lotta armata fatto sia dai maoisti che dalle Pantere Nere alla fine degli anni ’60 e all’inizio dei ’70, tutto viene inesorabilmente frullato all’interno di un’aula di tribunale nella quale salgono a galla le “migliori intenzioni” cancellate dalla spietata realtà dei fatti.

A metà degli anni ’90 gli Stati Uniti hanno conosciuto i violentissimi riots nelle periferie delle grandi città dalla West e della East Coast (che la musica rap ha cercato di interpretare) e il sogno di una integrazione e/o normalizzazione sociale si è infranto; non per via del capitalismo, che pure viene messo sotto accusa; è l’ideologia che stava alla base di quelle istanze movimentiste che ha miseramente fallito. Gli Stati Uniti degli anni ’90 erano un luogo meno sicuro e più benestante. Ma spietatamente privo di gratitudine. Non importa se il senatore Eddgar è davvero colpevole dell’omicidio su commissione di sua moglie (tanto è vero che il giudice Sonny interromperà il processo). Lui è l’imputato della storia dell’ultimo scorcio di secolo. E gli individui con le loro vicissitudini quotidiane che gli scorrono attorno e che fanno parte del suo passato e che si ritrovano tutti lì in quell’aula di tribunale (Seth anche, finito a fare il reporter) saranno la giuria che si guarderà allo specchio e si ritroverà invecchiata, velleitaria e in balia di un destino inafferrabile.    

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