“Sottomissione” di Houellebecq: come la sinistra regala la Francia agli islamisti su un piatto d’argento

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“Sottomissione”, uscito in Italia per Bompiani (la vecchia Bompiani) il 7 gennaio del 2015, dopo il massacro jihadista alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e al supermercato Kasher di Parigi, ci dice due cose: o l’autore ha avuto una sorta di intuizione magica, oppure ha avuto accesso (come del resto Francois, il personaggio del suo romanzo) a dati riservati di fonti anonime.

Dal 2001, c’è una guerra in atto nel mondo, lo sperimentiamo tutti i giorni sulla nostra pelle. Non è una guerra tra fazioni ben riconoscibili e distinte che si fronteggiano su due territori ugualmente individuabili. La guerra è fra porzioni di una stessa parte, che occupano lo stesso spazio e coabitano (in maniera impossibile e forzosa) un lieu che non hanno scelto. In Francia questa guerra strisciante è fra identitari, coloro che vorrebbero tornare alla grandeur nazionalista e si riconoscono in Le Pen, e tutti gli altri. Va avanti da decenni ormai. Da quando Parigi è diventata più una capitale eurabica che europea. Houellebecq la immagina nel 2022. Quando Marine Le Pen è candidata alle presidenziali e a vincere con una maggioranza schiacciante fra gli elettori. Per evitare quella che l’altra fazione considera una catastrofe, la sinistra decide di sacrificare la laicità del Paese che aveva contribuito a ottenere con secoli di lotte ad appannaggio dell’altro incubo che scuote il vivere civile: l’Islam. Con una manovra degna dei peggiori dorotei, Houellebecq inventa un patto scellerato fra i socialisti e i moderati di centro da un lato e Ben Abbas dall’altro, il leader della Fratellanza Musulmana che nel frattempo in Francia avrebbe raggiunto più del 20 per cento dei consensi. Marine Le Pen viene sconfitta, Ben Abbas diventa il nuovo presidente islamico della Repubblica di Francia.

Il romanzo, con la sua lingua ricchissima di schizofreniche trovate e la sua fluidità magmatica, gioca a mettere in parallelo la vita del protagonista (una sorta di Woody Allen francese; professore universitario alla Sorbona e donnaiolo bruttino e sfigato) con gli avvenimenti che scuotono la nazione transalpina. Esperto di Huysman, reazionario e misantropo, Francois verrà lasciato dall’unica donna che lo amava, la giovane Myriam, ebrea costretta a rifugiarsi in Israele per via dell’ascesa dei musulmani. La sua vita tipica di uomo occidentale, alla ricerca di un senso al vuoto che il consumismo e il sesso non riescono a colmare, arriva al punto di non ritorno esattamente quando la Francia è sull’orlo del grande cambiamento. Consigliato da un amico dei servizi segreti, lascia Parigi all’indomani delle elezioni, caratterizzate da disordini che fanno da sfondo alla narrazione e volontariamente ignorati dai media. Si rifugia simbolicamente a Martel, uno dei luoghi in cui Carlo Martello, nell’840 dopo Cristo, sconfisse non senza difficoltà l’avanzata dei musulmani. Rende poi omaggio alle Vergine nera di Rocamadour, in quelle che a mio avviso costituiscono le pagine più intense della vicenda.

Ma al ritorno a Parigi, nella nuova capitale sotto la presidenza Ben Abbas, nulla è più come prima.
Houellebecq è stato abile a descrivere il pericolo islamico non già nel suo aspetto legato ai terroristi sgozzagole disseminati fra il Medio Oriente e le capitali occidentali. L’Islam di Houellebecq sottomette la Francia grazie alla sua forza di persuasione lenta, di infiltrazione silenziosa, una geisha che ti spoglia di ogni avere con l’apparente dolcezza della seduzione. Non ci sono terroristi incappucciati, non si sparano missili, non si sgozzano gli infedeli in questo romanzo. La sinistra regala la Francia agli islamici su un piatto d’argento. Le donne della gauche colta, radical-chic e pretestuosamente no global si spogliano della loro femminilità, delle lotte sessantottine per il possesso della vagina e indossano volontariamente il burqa della sconfitta.

[Attenzione: spoiler]

È tuttavia il finale che lascia di stucco. Non si può non rivelarlo. Licenziato dalla Sorbona (acquistata dai sauditi) perché ateo e apparentemente irriducibile, e ricompensato con una pensione di più di tremila euro al mese, Francois si ritroverà a vagare alla ricerca di una spiritualità che colmi un vuoto che a quel punto nessuna orgia con le escort mediorientali più porche (una costante nel romanzo) sarà in grado di fornire. Forse la molla gli scatta quando parla con Steve, uno dei suoi colleghi docenti di letteratura francese, da lui considerato un inetto; un esperto di Rimbaud. Rimbaud? Permettono di insegnare Rimbaud? La risposta del collega è illuminante. Certo, danno per scontata la sua conversione all’Islam dopo la sua fuga in Africa (una trovata geniale). E così anche Francois, per non suicidarsi definitivamente, si converte e inizia a lavorare.

“Sottomissione” è uno di quei libri che lascia il segno. Che, se fossi stato un cittadino francese, mi avrebbe spinto di corsa a votare per Marine Le Pen, e se fossi stato un ebreo a scappare in Israele. Davvero la Terra Promessa.

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